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L’erede di Xavi

Arthur si è già preso il Barcellona.

Di Jacopo Azzolini

Da ormai qualche anno in casa Barcellona è in atto un processo che sembra quasi irreversibile: un netto allontanamento dalla filosofia cruyffiana che aveva reso il club un’icona in tutto il mondo, con oggi un approccio societario (caratterizzato dall’acquistare top player già formati) che ha reso i blaugrana più simili ad altri top team. A ciò si aggiunge il fatto che la Masia sforni sempre meno giocatori per la prima squadra, e l’addio di Xavi (senza una sostituzione) è stato un cambiamento importante per lo stile di gioco del Barcellona. Inoltre, la partenza di Iniesta per la Cina rischiava di rivelarsi una nuova situazione critica.

Per questo motivo ha subito creato tanto interesse l’acquisto per 40 milioni di Arthur Melo, centrocampista che col Gremio si è affermato come uno dei maggiori talenti del calcio brasiliano, vincendo la Libertadores nel 2017 ed etichettato fin dal principio come l’erede di Xavi (nonostante indossi il numero 8 di Iniesta). È lo stesso Arthur che, con poche parole, esprime perfettamente quale tipo di giocatore rappresenta: «Voglio stare sempre col pallone tra i piedi, amo i passaggi corti e il gioco rapido. È uno dei motivi per cui sono venuto al Barcellona, il segreto di questa squadra è tenere il possesso».  Non a caso, è stato recordman di passaggi del Brasileirao 2017, con circa 90 appoggi a gara e una pass accuracy superiore al 90%. Incarna esattamente quel profilo “conservativo” che si esalta nel palleggio soffocante (per gli avversari), che gioca sempre a 2-3 tocchi e che distribuisce con precisione quasi meccanica sul corto. A ciò si aggiunge una conduzione innata, quei calciatori che danno la sensazione di avere la palla attaccata al piede quasi come fosse una calamita.

È proprio l’estrema semplicità del suo calcio che ricorda i grandi del Barcellona di Guardiola. Rafa Medel su “El 9 y medio” ha scritto: «Arthur Melo è un giocatore sempre in contatto con la palla, ma non è un calciatore che guida in maniera diretta la sua squadra nella metà campo rivale. Il suo gioco è molto semplice, nonostante sia proprio questo a volte ad essere la cosa più difficile. Arthur galleggia nella zona di costruzione, cercando spazio dove ricevere. Quando riceve, non complica l’azione. Uno, due, tre tocchi, trova in diagonale l’uomo libero e continua a muoversi». Abile ad agire sia in un centrocampo a 2 che in uno a 3, si può tranquillamente sintetizzare come organizzatore e facilitatore di gioco. Dotato di grande personalità, dà la priorità al palleggio e al passaggio prima di qualsiasi altra opzione, dopo ogni appoggio accompagna l’azione e si offre per dare una nuova soluzione di passaggio al compagno. Sa trovare con efficacia la zona dove chi ha palla potrà usufruire del brasiliano come sostegno e via d’uscita.

Un’altra delle sue caratteristiche migliori è il controllo orientato. Nonostante sia apparentemente lento e non abbia grandi doti fisiche (72 kg), usa in maniera incredibile il proprio corpo per ingannare l’avversario e trovare sempre una scappatoia. I suoi movimenti gli consentono quindi di eludere la pressione rivale anche in spazi stretti, con un cambio di passo e una finta che sorprendono l’avversario, senza dimenticare una buona resistenza ai duelli.

Superbo uso del proprio corpo per ingannare l’avversario

C’erano però diverse preoccupazioni sul suo impatto al Barcellona. Oltre all’età (22 anni compiuti in estate), la diversità di ritmo tra il calcio brasiliano e quello europeo è sempre una grossa incognita, soprattutto per un centrocampista dalle simili caratteristiche. In Brasile le fasi di pressione nella metà campo rivale sono fiacche e poco organizzate – tendenzialmente un giocatore ha molto tempo per pensare alla scelta da fare. In passato, profili come Ganso e Riquelme hanno patito molto la differenza di intensità rispetto al calcio sudamericano. Oltretutto, Arthur al Gremio era il principale riferimento in mezzo nella manovra degli “Immortali”, mentre al Barcellona si sarebbe dovuto abituare a dividere lo spazio con tanti giocatori tecnici.

Invece, l’avvio di Arthur con la maglia blaugrana è stato a dir poco notevole, con Valverde che ci ha messo poco per designarlo titolare come interno sinistro nel centrocampo a 3. In particolare è incredibile la naturalezza con cui, in breve tempo, il brasiliano è arrivato a intendersi quasi alla perfezione con Busquets e Rakitic. Si formano triangoli in continuazione, con una continua associatività e interscambiabilità di posizione, riuscendo sempre a mantenere la calma. Nell’infuocato ambiente di Wembley, per esempio, ha effettuato ben 71 passaggi con una precisione del 91,4%. Muhammad Butt ha scritto su Squawka: «Ha mantenuto la semplicità del suo gioco, qualcosa che a Wembley contro il Tottenham è molto difficile da fare».

Busquets si alza per andare in pressione, Arthur è tempestivo nel prendere il suo posto come vertice basso a protezione della difesa

La capacità distributiva di Arthur aumenta a dismisura le soluzioni del Barcellona, che prima forse dipendeva in toto da Sergi Busquets. L’ex Gremio è vitale sia nella prima costruzione che qualche metro più in avanti, aiutando quindi il rendimento dei suoi compagni di reparto in ogni fase di gioco. Per quanto abbia pochi eguali quando gioca sul corto, forse per divenire ancora più completo dovrebbe acquisire più forza nel calcio e imparare a cambiare il gioco con più costanza. A volte, nonostante sulla destra ci sia il terzino libero con tanto campo davanti, opta per un filtrante (quasi sempre azzeccato) per un compagno tra le linee, anche se non sempre è forse la soluzione più logica. Se nel post Guardiola i catalani hanno introdotto uno stile sempre più diretto e verticale, con Arthur si intravedono caratteristiche che fanno venire in mente il Barcellona di qualche anno fa, ossia una risalita che per quanto veloce è maggiormente ragionata. Sempre Butt ha scritto: «Arthur è il collegamento tra Busquets e Messi di cui il centrocampo del Barcellona aveva bisogno».

Inoltre, il suo rendimento ha permesso a Valverde di risolvere un altro rebus tattico, ossia la posizione di Coutinho. Se c’era stata grossa incertezza sullo schierarlo come interno o come ala, con la titolarità di Arthur l’ex Liverpool è definitivamente diventato l’esterno sinistro offensivo del 4-3-3 blaugrana. Soprattutto a possesso consolidato (quando il Barcellona schiaccia l’avversario), emerge con chiarezza come il brasiliano debba ancora acquisire incisività negli ultimi metri. Con Coutinho che punta la porta e Jordi Alba che accompagna l’azione in fascia, Arthur rimane piuttosto bloccato dietro, soprattutto per aiutare la squadra nella transizione negativa o per fungere da appoggio in caso si scelga di tornare indietro. Svetta come palleggiatore in mezzo al campo, ma ha una visione di calcio troppo orizzontale per renderlo efficace in zona di rifinitura, non sembra avere grandi capacità offensive e di rottura delle linee nella trequarti rivale (un altro aspetto che lo accomuna a Xavi).

Tipico scaglionamento quando il Barcellona è nei pressi dell’area rivale. Coutinho tra le linee, Jordi Alba sulla corsia esterna e Arthur bloccato dietro

La maestosa partita contro l’Inter, caratterizzata da 83 passaggi positivi in 78’, è stata forse la sua migliore fin qui. In una stagione dove diversi acquisti faticano a trovare spazio (Vidal e Malcolm, per esempio) e dopo anni caratterizzati da molti investimenti sbagliati, con Arthur il Barcellona rischia di aver fatto un colpo cruciale per il futuro. Su Espn, Jordi Blanco è rimasto entusiasta: «Il suo calcio ha convinto il Camp Nou in un battibaleno, il tifo blaugrana riconosce a vista d’occhio un certo tipo di giocatore. Oggi sembra che Xavi abbia trovato il suo erede».