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L’Ajax è tornato a splendere

Calcio spettacolare, giovani di valore e capacità di reggere il confronto con le big.

Di Alfonso Fasano

L’Ajax è un club che si è riappropriato di se stesso, in tutti i modi possibili. È un discorso di risultati, per cui stasera la squadra olandese si gioca la qualificazione agli ottavi di Champions League in casa del Benfica, da favorita, dopo molte stagioni vissute da comprimaria. Ma è soprattutto una questione di identità ritrovata, anzi ricostruita: a maggio 2017, Alec Cordolcini raccontava su Undici come la società di Amsterdam avesse impiegato più di dieci anni per «adattarsi al contesto calcistico generato dalla sentenza Bosman, autentico spartiacque per le società che basavano il proprio business sulla valorizzazione di giovani talenti». Ora questa transizione sembra essere stata compresa e completata, l’Ajax di oggi è un’azienda sportiva aderente al suo tempo, però non ha cancellato la sua filosofia storica, è riuscita a riprogrammarla, fino a creare un strategia funzionale per tutti i livelli, dalla pianificazione manageriale fino alla competitività sul campo.

Nonostante la sconfitta contro il Manchester United nella finale di Europa League 2017, l’Ajax e il suo progetto tecnico furono celebrati con termini impegnativi dal Telegraph: «I Red Devils hanno battuto una squadra meravigliosa, giovanissima, la più giovane di sempre ad approdare all’ultimo atto di un torneo continentale (età media di 22 anni e 282 giorni)». Proprio il match di Stoccolma, al termine di un percorso europeo straordinario, ha convinto la dirigenza dell’Ajax rispetto alle potenzialità del suo stesso modello di calcio sostenibile, ha mostrato come fosse possibile raggiungere risultati importanti tenendo il bilancio in ordine grazie al player trading, e garantendo ai giovani talenti il contesto migliore per crescere, per affermarsi. Un circuito virtuoso su cui il club ha deciso di investire per crescere, forte della sua solidità economica – il bilancio del 2017 si è chiuso con un utile di 24 milioni, per un patrimonio netto positivo pari a 159 milioni – e di una nuova generazione di aspiranti campioni.

Nel concreto, l’Ajax ha rinnovato in senso conservativo la costruzione dell’organico, ha deciso di tenere i suoi migliori giovani, di posporre il loro inevitabile addio, e di intervenire sul mercato interno ed esterno. L’ultima sessione di trasferimenti si è conclusa con una sola cessione di peso (Kluivert alla Roma per 17 milioni) e con un esborso di 41 milioni per i nuovi acquisti, l’esposizione finanziaria più alta nella storia del club. Sono arrivati calciatori riconoscibili come Tadic e Blind, inoltre la dirigenza ha resistito alle offerte per gli elementi valorizzati nelle ultime stagioni. Il nome chiave è quello di Nicolás Tagliafico, 26enne terzino argentino titolare con la Selección ai Mondiali in Russia: cercato da molte squadre europee, ha firmato a gennaio un’estensione del contratto fino al 2022. Insieme a lui, sono rimasti ad Amsterdam altri giocatori con grande appeal sul mercato internazionale, ad esempio Ziyech, David Neres, Dolberg. Una politica nuova, ambiziosa, che ha inciso sul monte ingaggi ma che dovrebbe essere sostenibile per le casse della società, anche riducendo l’utilizzo delle plusvalenze.

In questo modo, il tecnico ten Hag – alla guida del Bayern Monaco II dal 2013 al 2015, durante l’era Guardiola – ha potuto dare continuità al suo lavoro, anzi ha avuto la possibilità di inserire calciatori aderenti alle sue idee in una rosa già addestrata per certi meccanismi. L’arrivo di Tadic ha aumentato la qualità associativa in attacco, le letture di Blind – schierato nel cuore della difesa – hanno reso più sicura, più varia e precisa la costruzione bassa. Un anno dopo l’insediamento di ten Hag alla Johan Cruijff Arena, l’Ajax ha un’identità tattica definita, pratica un calcio ipercinetico, offensivo, altamente spettacolare. Il lavoro dell’allenatore è in perfetta aderenza con la strategia di aggiornamento strutturale del club, è una sorta di racconto parallelo: la dirigenza sta adattando la sua operatività alle dinamiche del neocalcio, nel frattempo la squadra interpreta un sistema di gioco moderno, intenso, in assoluta conformità agli standard europei. Un’evoluzione che sta dando un impulso significativo all’intero movimento olandese, da anni vittima di una deprimente stagnazione tattica e culturale – pienamente percettibile nei pessimi risultati della nazionale Oranje – e che ora sembra aver iniziato la fase di rebuilding.

Ajax-Feyenoord 3-0, una partita da 28 tiri complessivi per la squadra di ten Hag

Poi c’è il vivaio, semplicemente il migliore d’Europa: secondo i rilevamenti del CIES, 77 giocatori cresciuti nelle formazioni giovanili dell’Ajax sono sparsi nei 31 campionati continentali di prima divisione. L’ultima nidiata di talenti ha segnato un’inversione di tendenza, i profili prodotti dall’academy hanno caratteristiche differenti rispetto al passato, sono centrocampisti completi piuttosto che uomini offensivi di fantasia. Un gruppo di aspiranti campioni sublimato nella figura totalizzante di Frankie De Jong, nato calcisticamente nel Willem II (come Virgil van Dijk) e poi perfezionatosi nello Jong Ajax, un wonderkid in purezza, descritto così in un articolo di Undici: «È il centrocampista del futuro, l’uomo chiave nel sistema dell’Ajax. Riesce sempre a indovinare la giocata semplice eppure utile, ad esempio il passaggio filtrante che trova il compagno tra le linee. La sua dote migliore, però, resta la progressione palla al piede, con cui spezza letteralmente in due il pressing avversario». Accanto a De Jong si sta imponendo Donny van de Beek, un’altra mezzala box-to-box, un elemento meno elegante ma più dinamico rispetto al suo compagno di reparto, un equilibratore della manovra «diligente in fase difensiva e istintivo in attacco» secondo uno scouting report di Espnfc.

La valorizzazione di questi calciatori passa necessariamente per l’utilizzo un sistema tattico strutturato, sofisticato, in questo senso l’assunzione di un allenatore visionario come ten Hag è stata una scelta coerente, anche con la cultura di innovazione che da sempre caratterizza la storia dell’Ajax. Il gioco di posizione dell’ex tecnico del Twente è perfetto per esaltare le connessioni tra un centrocampo di qualità e la batteria dei trequartisti – David Neres, Tadic, Ziyech – per incoraggiare la costruzione dal basso dell’altra gemma costruita in casa, Matthijs de Ligt. Già nel 2016, il 19enne capitano dell’Ajax veniva presentato con parole significative dal Guardian, nella sua Next Generation: «È un difensore completo, imposta da dietro come un veterano, ha un’intelligenza cinestesica molto sviluppata, che gli permette di controllare benissimo il corpo e di compensare una leggera mancanza di velocità». Questo è uno dei due punti deboli dell’Ajax, la tecnica e la scarsa rapidità dei centrali De Ligt e Blind sono caratteristiche didascaliche rispetto ad un modello di gioco che sembra pensato e attuato per esprimersi al meglio in Europa, ma che in Olanda può patire l’impatto con squadre più fisiche – come ad esempio il Psv, capolista e campione in carica. L’altro dubbio ricorrente di ten Hag riguarda lo slot di prima punta: Huntelaar e Dolberg si muovono molto ma non hanno grandi capacità associative, fanno fatica a legare i reparti e allora preferiscono attaccare la profondità, fino ad imbottigliarsi spesso tra i centrali avversari, soprattutto nelle partite più complicate. Non a caso, appena 4 dei 17 gol realizzati dall’Ajax in 9 match di Champions – tra preliminari e fase a gironi – sono di Huntelaar, andato a segno solo nei turni estivi di qualificazione; Dolberg, a sua volta, è ancora a secco di reti in Europa. 

Come gioca Matthijs de Ligt

Il governo del tempo è diventato l’obiettivo principale dell’Ajax, l’ha spiegato il direttore sportivo Marc Overmars in un’intervista al Telegraph: «Trattenere i nostri migliori giocatori per sempre è un sogno impossibile, però abbiamo l’ambizione di crescere per convincerli a rimanere il più possibile, magari tre o quattro anni. Il nostro progetto punta alla continuità ad alto livello, vogliamo che l’Ajax  possa tornare a giocarsela costantemente contro i top club nonostante la stratificazione economica sia più ampia rispetto al passato». È l’idea del brand calcistico basato su un’identità tattica e/o strategica, uno strumento fondamentale per le squadre della media borghesia europea che vogliono provare a colmare il gap con le società più ricche attraverso un progetto senza tempo, in grado di rigenerarsi. Bello pensare che un club iconico come l’Ajax abbia trovato una strada per riappropriarsi di una dimensione d’élite, dalle parti del De Toekomst – l’avveniristico centro sportivo dei Godenzonen, letterlamente figli degli dei in lingua olandese – il modello composito è in via di consolidamento, anzi sta già dando i primi frutti. È paradossale che il titolo nazionale manchi dal 2014, dall’era de Boer, però l’Ajax è vicinissimo alla prima qualificazione agli ottavi di Champions dal 2006, un anno e mezzo dopo la finale di Europa League. Non sarebbe un exploit isolato, piuttosto la certificazione di una rinascita reale, attesa da tanti anni e finalmente pronta a concretizzarsi, a riannodare i fili con il passato, a proiettarsi nel futuro.