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La finale di Libertadores più attesa

Stefano Borghi ci porta dentro Boca Juniors-River Plate.

Di Claudio Pellecchia

Stefano Borghi non sta più nella pelle. E non solo perché toccherà a lui l’onere e l’onore di raccontare la partita: Boca Juniors contro River Plate, per la prima volta di fronte in una finale di Libertadores. «Farò la telecronaca con Massimo Callegari. Avere due “prime voci” è inusuale ma mi piace pensare che sarà una sorta di chiusura del cerchio: abbiamo commentato dieci Superclasicos a testa, condividere questo evento con lui è l’ideale ciliegina sulla torta». Ma anche perché è un evento che capita una volta nella vita: «Questa doppia finale è un qualcosa di unico, un qualcosa che non si è mai visto prima e che non si vedrà mai dopo nel calcio sudamericano. È l’ultima finale in due atti, la prima in assoluto tra Boca e River, la partita che metterà un punto definitivo sulla più grande rivalità di sempre: si tratta di un evento epocale inserito in un contesto di divisione totale in una città e in Paese che al calcio hanno dato tanto e dal calcio hanno preso altrettanto».

Ma come si racconta una cosa così? Come si muove un telecronista all’interno di una partita che non è solo una partita? «Non credo ci sia un modo. Semplicemente si apre il rubinetto e si fa fluire tutto ciò che ti passa dentro, emozioni comprese, facendo attenzione a filtrarle nel modo giusto e mantenendo quella professionalità che ti consente di restare sulla partita, soprattutto quando il contorno rischia di diventare il fatto più della partita stessa».

Stefano Borghi ha commentato anche il Superclasico di Libertadores del 14 maggio 2015, quello sospeso all’intervallo della gara di ritorno a causa dei tifosi del Boca che aggredirono giocatori avversari con spray al peperoncino nel tunnel che porta agli spogliatoi della Bombonera: «Dal punto di vista del clima non è cambiato nulla. Semplicemente non si accetta che l’avversario possa prevalere in un appuntamento del genere. La mia grande speranza è che questa volta non ci siano incidenti o, peggio, tragedie, che possano rovinare tutto e cambiare la percezione che si avrà di questa sfida».

Meglio anche di una finale di Champions League tra Barcellona e Real Madrid? «Pur non amando certi paragoni, metto questa partita sullo stesso livello di una finale mondiale tra Brasile e Argentina o di una tra Barça e Real. Tuttavia il fatto che le contrapposizioni politiche e filosofiche siano sostanzialmente le stesse ma racchiuse all’interno della stessa città e, soprattutto, riferite a un partita che si giocherà per davvero e non solo nell’immaginario collettivo, gli conferisce quel quid in più. Da questo punto di vista solo una finale di Champions tra Celtic e Rangers sarebbe paragonabile per fascino, anche per via della componente religiosa. Ma stiamo sempre parlando di un’ipotesi remota, Boca-River è qui e ora».

Una storia infinita che se ne porta dietro tante altre. Come quella di Dario “El Pipa” Benedetto, che il Boca ce l’ha tatuato nel cuore e sulla pelle: «In Argentina se ti tatui lo stemma di un’altra squadra rispetto a quella in cui giochi non te lo perdonano. Così me lo tatuai nel 2015 quando giocavo nel Club America». A 339 giorni dall’infortunio al ginocchio sinistro che gli è costato il Mondiale, Benedetto ha segnato tre dei quattro gol per il Boca nelle semifinali contro il Palmeiras. «Ovunque ti giri puoi trovare un angolo narrativo o una sfumatura  particolare», dice Borghi. «Benedetto, Tévez che torna dopo aver giocato e vinto il Superclasico del 2004 (gol ed espulsione nella semifinale di ritorno al Monumental poi decisa ai calci di rigore), Maiadana e Pratto ex Boca ed ora colonne del River, Zarate che ha litigato con la famiglia per vestire la maglia xeneixe, Gallardo che non potrà sedere in panchina perché squalificato. Ma, soprattutto, questa partita si porterà dietro la storia di ogni singolo tifoso, perché è davvero la gara della vita, è davvero “vincere o morire”. Chi alzerà la coppa avrà fatto qualcosa di definitivo, che trovo sia l’aggettivo ideale per descrivere un evento del genere».

Premesse che lasciano intravedere due partite tese e dai contenuti tattici che lasciano il passo a quelli emozionali, per quanto, secondo Borghi, la tattica sia «un aspetto molto presente nel percorso di crescita ed evoluzione delle due squadre: il River è una squadra liquida, in grado di adattarsi alla partita e all’avversario, mentre il Boca ha un sistema più stabile e in grado di esaltare un parco attaccanti tra i più forti di sempre e che può garantire un’infinita varietà di soluzioni. L’aspetto tattico sarà importante ma finirà con il passare in secondo piano». E questo nonostante due tra gli allenatori sudamericani più “europei”, entrambi pronti al grande salto nel vecchio continente: «Che la nouvelle vague degli allenatori argentini fosse molto interessante lo avevamo già visto con Simeone e Sampaoli, nonostante i disastri con la Nazionale. Tra i due, Gallardo è quello che dovrebbe provare subito l’avventura in Europa, al termine di un ciclo incredibile di quattro anni e otto trofei in cui ha dimostrato di sapersi adattare a qualsiasi circostanza, anche alle esigenze di mercato che lo hanno privato di volta in volta dei suoi migliori giocatori. E anche la finale del Mondiale per Club persa contro il Barça nel 2015 è stata meno a senso unico di quanto potrebbe suggerire il 3-0 sul tabellino. Schelotto, invece, è l’allenatore perfetto per il Boca: è un figlio della Bombonera, fa giocare il Boca nel modo in cui deve giocare per essere considerato il “vero” Boca. Sarà bellissimo anche il confronto in panchina perché parliamo di due tecnici che, nelle loro inevitabili diversità, hanno nella propria storia personale dei tratti comuni: sono i simboli dei rispettivi club, ne incarnano perfettamente l’immagine e il dna e per entrambi questa partita rappresenta la chiusura della loro parentesi in Sudamerica, qualunque sia il risultato finale».

Stiamo quindi assistendo a una ripartenza del movimento argentino oppure l’unicità di questa sfida rappresenta l’eccezione alla regola delle criticità di una federazione che hanno trovato la loro rappresentazione plastica nei recenti disastri della Selección? Borghi non ha dubbi: «Dal punto di vista tecnico la rinascita è evidente, anche perché la produzione e il ricambio generazionale di talenti è unico al mondo. Il ciclo del River, l’Independiente che ha vinto l’ultima Copa Sudamericana, il Lanús che l’anno scorso è andato a giocarsi la Libertadores con il Gremio, il Racing che pure stava facendo bene in questa edizione fin quando ha dovuto rinunciare a Lautaro Martínez. Forse a mancare è il San Lorenzo, dal quale ci si aspettava di più dopo il trionfo nel 2014, ma il calcio argentino è tornato ai vertici del Sudamerica superando quello brasiliano. Poi ci sono i problemi interni di una federazione e i relativi disastri gestionali e organizzativi che si riflettono sulla Nazionale, anche se poi la colpa sembra sempre essere di Messi o del commissario tecnico di turno. Di certo che l’Argentina non riesca a vincere un trofeo internazionale dal 1993 con questa base tecnica rappresenta un paradosso difficilmente spiegabile».