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Come è cambiato Allan

Le evoluzioni, dal Vasco a oggi, del centrocampista brasiliano del Napoli.

Di Federico Raso

Gli ultimi sette anni della carriera di Allan Marques Loureiro sono stati segnati da un paradosso: mentre la sua mostruosa crescita tecnica e tattica lo ha spinto a livelli sempre più alti e duraturi di rendimento, il centrocampista ha dovuto portare avanti in parallelo una lunga e snervante attesa, rimasta frustrata fino ad oggi. Con la sua prima presenza nella Seleção Allan, a ventisette anni, ha rotto un tabù che lo perserguitava dalla vittoria del Mondiale U-20 in Colombia, al fianco di Neymar e Casemiro: a quei giorni risale infatti la sua ultima foto con indosso l’amarelinha. In Italia, dove già da tempo nessuno ha timore a collocarlo in un ristretto Olimpo di top del ruolo, le sue continue mancate convocazioni sono state percepite con stupore, tanto da scaturire voci su un suo possibile tesseramento in Azzurro. Globoesporte ha recentemente provato a spiegare la sua continua assenza dalle liste dei ventitré ipotizzando due motivazioni: in primo luogo, secondo il quotidiano brasiliano, Tite avrebbe faticato a inquadrarlo tatticamente in una posizione specifica del suo sistema, vista la nascita da mediano, l’esplosione da mezz’ala e il recente ritorno nel doble pivote. Inoltre, lo staff tecnico verdeoro non sarebbe stato particolarmente convinto dell’apporto che il giocatore avrebbe potuto dare in fase offensiva. Questi o altri dubbi sono stati sciolti dal Ct del Brasile con la prima convocazione in nazionale maggiore di Allan, un atto dovuto, per poter finalmente lavorare insieme sul campo e capire come i suoi punti di forza e i suoi difetti siano compatibili con il calcio della Seleção. E magari, aggiungere un nuovo capitolo allo sviluppo tattico di un giocatore sempre più totale.

Futsal e raízes

Per raggiungere le radici tecniche di Allan, è necessario partire dalla sua adolescenza, vissuta nel nord di Rio de Janeiro. Chi lo ha conosciuto, giura che l’aggressività che mette in ogni contrasto è soltanto il segno più superficiale di un carattere forte, forgiato dalle difficoltà. Una tempra che gli ha permesso a soli diciotto anni di vestire con personalità una maglia pesante come quella del Vasco da Gama, nel delicato periodo successivo alla retrocessione del 2008, senza lasciarsi turbare dai fischi alle prime partite sbagliate. Allan è tecnicamente figlio del futsal, che ha praticato da ragazzino, ancor prima di unirsi al Gigante da Colina: come dice Xavi, «nel futsal si notano i dettagli di un giocatore in classe, qualità e intelligenza tattica», e l’impronta data dal futebol do salão al giovane centrocampista resterà impressa in ogni sua tappa. Al Vasco giocò da mediano, mettendo in mostra ottimi fondamentali in fase di rottura e buone doti tecniche, ma la sua prima grande conquista fu riuscire a sostituire l’infortunato Fagner (presente nei 23 di Tite a Russia 2018) nel ruolo di terzino destro. Dopo qualche difficoltà iniziale, riuscì a impiegare la propria esuberanza fisica e l’attitudine a giocare entrambe le fasi anche in un ruolo completamente differente come quello del lateral: in questo aspetto, l’insistenza nel fraseggio stretto e nell’uno-due ereditata dal futsal, abbinata alle consuete progressioni, ha giocato una parte fondamentale. Questo primo segnale di duttilità non passò inosservato all’Udinese, che nel 2012 decise di scommettere sul suo futuro.

Il movimento con cui segna questo gol, con la maglia del Vasco, ricorda molto i dribbling brevi e nello stretto, palla a terra, tipici del futsal

Equilibrio

Il primo Allan italiano era una versione soltanto stilizzata del giocatore formidabile che sarebbe diventato nel giro di pochi anni ma, al contrario di tantissimi sudamericani, aveva saputo adattarsi fin da subito alle logiche di un campionato (e di un ambiente) spesso non immediato da decifrare. Il suo impatto fu sorprendente, soprattutto per il rapporto tra velocità di ambientamento e importanza acquisita nel nuovo contesto: nella sua prima stagione in Serie A, di 36 partite totali ne giocò per intero 32. Francesco Guidolin individuò subito in lui l’uomo d’ordine di una squadra altrimenti troppo sbilanciata: insieme a Badu, Allan formava una cerniera di centrocampo interamente votata alla fase difensiva, con l’obiettivo di rendere sostenibile la presenza di due o tre giocatori offensivi spesso molto anarchici, come Di Natale, Muriel, Maicosuel o Roberto Pereyra. Proprio el Tucu, nei suoi ultimi due anni in Friuli, fece da raccordo tra mediana e attacco, offrendo ad Allan linee di passaggio semplici per sgravarlo parzialmente dall’incombenza di una prima uscita troppo complicata. I compiti del brasiliano, sotto la gestione Guidolin, erano prettamente legati all’equilibrio difensivo, ma vengono svolti in maniera sorprendente: al suo primo anno in Serie A, solo Behrami e Darmian hanno vinto più contrasti di lui, mentre la stagione seguente chiude con il mostruoso dato di 6.3 contrasti a partita (record stagionale).

Anche se, come detto, ad Allan veniva richiesto un gioco piuttosto monodimensionale, si intravedono già le caratteristiche che lo differenziavano dagli altri mediani: i dati sui palloni spazzati, ad esempio, sono estremamente più bassi di altri giocatori in quel ruolo (0,8 a partita, contro i 3 di Migliaccio, i 2,6 di Obiang, i 2,5 di Kucka, i 2,4 di Behrami, i 2,1 di De Rossi e Nainggolan). Una statistica che, letta in parallelo a quella dei dribbling tentati (3,2 a partita nella stagione 2013/14, quattoricesimo tra i centrocampisti), denota come Allan cerchi con insistenza di giocare il pallone, e di farlo nel modo che gli riesce meglio: in progressione, piuttosto che cercando la giocata in verticale. A esplorare maggiormente lo spettro delle caratteristiche del brasiliano ci provò Andrea Stramaccioni, che lo liberò nel ruolo di mezz’ala del suo centrocampo a tre, lasciando Guillherme come unico mediano: intuendo le enormi potenzialità del suo dinamismo, l’ex allenatore dell’Inter sfruttò le doti difensive di Allan su porzioni di campo più ampie, e lo rese anche più utile con la palla. La stagione 2014/15, in cui vinse più contrasti di chiunque altro in Serie A, segnò un cambiamento che preparò il terreno per la rivoluzione.

Con l’Udinese: recupera palla, segue il contropiede, dà l’ultimo passaggio a Muriel

Da Sarri ad Ancelotti

L’ondata di cambiamento che l’estate seguente travolse Napoli non poteva non svoltare anche la carriera di Allan. Quando Maurizio Sarri si ritrovò a dover commentare il centrocampista brasiliano, ormai a un passo dalla sua squadra, pose l’accento sulla sua completezza. L’evoluzione definitiva, che si compì in breve tempo, passò da qui: Allan non era soltanto l’interditore di Guidolin o la mezzala box-to-box di Stramaccioni, ma anche un elemento determinante con il dominio territoriale. Tutte le caratteristiche migliori dell’ex Vasco si esaltavano nei principi del sistema di Sarri: il dinamismo e i fondamentali difensivi per l’aggressione alta, la qualità nel gioco nello stretto e nel fraseggio (sempre figlia del futsal) per aprire e chiudere i le triangolazioni. Se esistesse un’Idea di Allan, giocherebbe come negli anni di Sarri: un’interpretazione mai così completa e totale.

Uno dei migliori gol del Napoli nella stagione 2017/18, un’azione ancora una volta iniziata e conclusa da Allan

A chiudere il cerchio della sua strepitosa evoluzione tattica è stato Carlo Ancelotti, che dopo quattro anni da mezzala lo ha riportato nel doble pivote. Il concetto è quasi una sintesi del suo Napoli: un passaggio oltre Sarri, senza cancellare Sarri. Infatti, sebbene il nuovo 4-4-2 non esalti il gioco palla al piede del numero cinque, ma risponda alla necessità di ridisegnare la squadra e i suoi equilibri dopo l’addio di Jorginho, Allan riesce comunque ad associarsi nello stretto in modo efficace ai compagni che gli orbitano attorno, riproducendo a tratti un motivo ricorrente degli scorsi anni. Le prestazioni individuali monstre che il brasiliano sta proponendo in questa prima metà di stagione dimostrano come il ritorno al passato non sia necessariamente penalizzante, per la sua evoluzione: come testimoniano le statistiche, in tre anni lo stile di gioco di Sarri ha abbassato considerevolmente i suoi numeri in fase di recupero palla (dai 6,8 contrasti a partita dell’ultimo anno a Udine, in ordine cronologico è passato a 5,2, 3,4 e 4,6). Attualmente, Allan si attesta di nuovo su una media di 6,3. Ancelotti sta sollecitando al massimo le enormi doti difensive del suo uomo d’ordine, affidandogli una responsabilità inedita: oggi come non mai, è lui il mastice che tiene unito il meraviglioso castello offensivo del Napoli. Forse, l’assenza di un giocatore in grado di sostituire il brasiliano in quel compito in caso di evenienza è la fragilità più pericolosa di questo Napoli, ma poter contare su Allan in questo momento di transizione è sicuramente la sua più grande fortuna. Magari, tra qualche tempo, si riterrà fortunato anche Tite.