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La passione di Mancini per i debuttanti

Perché il ct decide di convocare Tonali, Zaniolo, Kean, tra gli altri.

Di Simone Torricini

Lo scorso 3 settembre, data del primo raduno stagionale dell’Italia di Mancini, il curriculum da pro di Nicolò Zaniolo era fatto di sette presenze in Serie B. In quello stesso giorno Pietro Pellegri aveva alle spalle qualche gettone in più – sedici – a cui aggiungeva quattro gol tra Genoa e Monaco. Sono stati i primi due Under che Mancini ha voluto con sé a Coverciano. Dieci giorni fa, quando si è presentato in veste di terzo, il classe 2000 Sandro Tonali aveva messo insieme trenta presenze in cadetteria. Un bagaglio di esperienza simile, almeno dal punto di vista quantitativo, a quello di Moise Kean, che sarà con gli Azzurri per la gara amichevole contro gli Usa.

È un tema, quello dei giovani, su cui Roberto Mancini ha richiamato l’attenzione a fine estate: «Tra Under 19, Under 20 e Under 21 ci sono giocatori bravi», disse alla vigilia dei primi incontri con Polonia e Portogallo. «Per noi è importante che giochino, solo così possono migliorare e fare esperienza». Da quel giorno in avanti nella sala stampa di Coverciano la domanda sui giovani non è mai mancata, e il ct ha sempre offerto con tono diplomatico una motivazione elementare: li chiamiamo per conoscerli meglio, per capire se possono essere utili fin da subito alla Nazionale. Dietro alla spiegazione d’ufficio, però, emerge un messaggio più profondo.

Tonali in Under 19, nella semifinale dell’Europeo di categoria contro la Francia

Le liste numerose e le frequenti rotazioni dell’undici titolare – almeno nella prima parte della Nations League – gli sono costate anche qualche critica, ma il ct non ha mai snaturato il suo modus operandi. La parola chiave, oggi come a giugno, è sperimentazione, e per comprendere le ragioni per cui Zaniolo e gli altri finiscono in Nazionale A serve partire da qui. Mancini aspira a raccogliere il maggior numero di informazioni possibili sui calciatori italiani in vista delle qualificazioni ad Euro 2020, quindi porta con sé non solo chi oggettivamente lo merita sul campo, ma anche chi non ha l’occasione di farlo. Chi oggi ha 18 o 19 anni nel 2020 ne avrà 20 o 21 e potrà essere stabilmente impiegato in Nazionale A come oggi lo sono Donnarumma, Barella e Chiesa.

Per la prima volta dopo anni, il ricambio generazionale da tempo all’orizzonte assume consistenza, e il fatto che Mancini porti con sé Zaniolo e gli altri rappresenta una volontà chiara di rompere le tendenze degli anni passati. Tra i 23 convocati di Conte per l’Europeo in Francia, quando già si iniziava ad interrogarsi sull’Italia del futuro, il più giovane fu l’allora 22enne Bernardeschi. Una goccia nel deserto oltretutto, visto che il secondo – De Sciglio – andava già per i 25. O ancora: l’anno scorso, nel giorno della Caporetto di Ventura, l’età media degli undici fermati sullo 0-0 dalla Svezia fu di 30,6 anni. Dodici mesi dopo, nello stesso stadio, Mancini ha schierato una Nazionale di 26,5 anni e con due soli over 30 – Bonucci e Chiellini.

Assaggi dalla prima stagione di Zaniolo tra i grandi

In questo percorso di reale ringiovanimento, ed è fisiologico, gli Under convocati da Mancini si sistemano nelle retrovie. Non è ancora pensabile, e a ragione, che Zaniolo scavalchi Pellegrini o che Tonali passi avanti a Jorginho, e neppure che Kean insidi Bernardeschi. Da un lato abbiamo ragazzi con scarsa esperienza e dall’altro professionisti affermati, che a dispetto delle età offrono garanzie e conoscono il peso della responsabilità. Nessuna fretta dunque, ma intanto i polmoni della Nazionale prendono aria: i giovanissimi si allenano con calciatori più forti, in un ambiente dove la competizione è al massimo, acquisiscono nuove prospettive, una maggiore consapevolezza di sé e di quanto hanno intorno. La sensazione è che il percorso intrapreso dall’Italia di Mancini miri ad integrare il futuro con il presente piuttosto che a fare del primo il seguito del secondo.

Quello che Mancini sta veicolando è un messaggio preciso: va cambiato il modo in cui in Italia si pensa ai giovani. Di Zaniolo parlava così a settembre: «Quando uno ha 19 anni in Serie A deve giocare e può arrivare anche alla Nazionale, in passato è successo spesso. Se ha qualità e le confermerà, come noi crediamo, verrà richiamato, e vale per lui come per altri che chiameremo nelle prossime convocazioni». Poco più di un anno fa, dopo la debacle con la Svezia, un accurato report di Pagella Politica ha evidenziato come il problema italiano sia da ricercare, più che in una eccessiva presenza di stranieri, nella scarsa fiducia che gli allenatori ripongono negli italiani sotto i 22 anni, in particolare nelle squadre di vertice. Un dato che anche oggi trova riscontro nella realtà: nell’undici titolare dell’Italia contro il Portogallo erano in campo soltanto quattro giocatori delle prime quattro in classifica: Chiellini, Bonucci, Insigne e Immobile. I quattro più anziani insieme a Florenzi.

Moise Kean in Under 20 contro la Polonia lo scorso settembre, dove segnò una doppietta

Mancini ha incalzato sul tema anche lo scorso lunedì, all’inizio del ritiro: «Zaniolo da quando lo abbiamo chiamato ha giocato in Champions e Di Francesco gli ha dato spazio anche in campionato. È un ragazzo giovane che ha bisogno di giocare come tanti altri, purtroppo non giocano e non vedendoli non sappiamo cosa possono dare». Anche venerdì a Milano, durante la conferenza stampa alla vigilia di Italia-Portogallo, ha risposto in maniera eloquente a domande sullo stesso argomento: «Abbiamo una buona generazione di ragazzi, quelli di 18, 19, 20 anni, che hanno bisogno di giocare, perché sono bravi e non è giusto che giochino in Serie B o Serie C».

Nell’ultimo biennio si è perso del tempo ed una generazione di giocatori già pronti è stata accantonata in nome dell’esperienza e di una rincorsa continua, fondata sul presentismo, al salvataggio del salvabile. Se oggi Mancini convoca i diciottenni lo fa sì per sperimentare e per conoscere, ma anche e soprattutto per mandare un messaggio culturale profondo: i diciottenni non sono a prescindere giovani da gavetta, in Nazionale possono starci e se hanno qualità devono giocare; e non in B o in C, ma in A, «facendo degli errori, ci sta, fa parte della crescita, se non gioca mai diventa difficile». Negli ultimi dieci anni l’Under 21 ha disputato cinque Europei e per tre volte è salita sul podio, e risultati ottimi – in alcuni casi storici – sono stati raggiunti anche da Under 20 e Under 19. Più che da carenze generazionali, le difficoltà recenti dei giovani italiani sono dipese da un salto di categoria che spesso è arrivato in ritardo o addirittura non è arrivato. Portando con sé Zaniolo, Tonali, Pellegri e Kean, Mancini insiste su questo tasto e responsabilizza indirettamente colleghi e pubblico.