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Uomini e videogiochi

Storie di amore, amicizia e Master League.

di Francesco Guglieri

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«Ivanov si era formato come portiere nelle accademie sportive militari sovietiche. C’era praticamente cresciuto dopo che il padre, un ufficiale dall’Armata Rossa, era morto in Afghanistan. Scarso con i piedi, aveva però un senso della posizione straordinario: fu quell’istinto (forse trasmessogli dal genitore carrista) a farlo trovare pronto quel giorno e fargli bloccare la palla»

Per molto tempo mi sono addormentato tardi la sera perché giocavo a Pes. Il luogo in cui ho trascorso più tempo, negli ultimi vent’anni, sono i campi virtuali di Pes calcati in lunghe, interminabili nottate. E in altrettanto lunghe e interminabili giornate. Non c’è libro, autore, serie, film, fumetto che abbia consumato di più, e per più tempo continuativamente, delle varie, annuali, iterazioni di Pes. A dire il vero non c’è lavoro o fidanzata che abbia svolto o frequentato per più tempo di Pes. Se nel 1998, invece di inserire nella Playstation il cd masterizzato di un gioco di calcio giapponese chiamato Iss Pro 98 (come all’epoca veniva commercializzato Pes in Europa), fossi uscito con una ragazza (improbabile…) e avessimo avuto un figlio, oggi quel figlio avrebbe vent’anni. Probabilmente mio figlio giocherebbe a Fifa perché «Pes è da vecchi», quindi tutto sommato meglio così. Cosa facevate voi l’11 settembre 2001, dov’eravate? Io me lo ricordo: stavo giocando a Pes. Ero a metà di un rognosissimo girone di ritorno del campionato Master (e infatti quell’anno finimmo fuori dalla promozione), quando i miei coinquilini reclamarono il televisore per guardare ciò che stava succedendo a New York: facemmo in tempo a vedere il secondo aereo schiantarsi dentro la Torre Nord. Quando in seguito al crollo tutta Lower Manhattan era diventata «un tempo e uno spazio di cenere in caduta e semioscurità» (come scrive Don DeLillo ne L’uomo che cade), per placare l’angoscia rimettemmo sulla Play per un torneo due-contro-due (partite in cui ogni squadra è controllata contemporaneamente da due giocatori). Ogni evento, amore, amicizia della mia vita adulta è segnato dalla presenza di Pes.

Perché?

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«Ivanov rimise in gioco con le braccia. La palla arrivò Valery, il difensore francese, troppo spesso liquidato come un Thuram ma più fragile: eppure l’unica cosa fragile che ha è il cuore troppo grande che, come un marinaio bretone, si imbarca verso mari e amori perigliosi. Ma in campo è freddo e lucido come il monsieur Teste, il personaggio tutto cervello creato dal suo omonimo poeta francese. Valery è l’uomo d’ordine, quasi un regista basso»

La Guerra dei vent’anni che si combatte tra il gioco della giapponese Konami – Pro Evolution Soccer, Pes per gli amici – e Fifa dell’americana Ea Sports, fa spesso dimenticare che i videogiochi calcistici esistono da ben prima: per bruciare i cuori degli appassionati nelle fiamme azzurre della nostalgia, basterebbero i nomi di Kick Off (1989) e Sensible Soccer (1992), seminali titoli dell’epoca dell’Amiga e degli home computer, in cui il campo era visto dall’alto e i giocatori erano delle figure stilizzate capolavori di pixel art. O basterebbe citare Virtua Striker (1994), coin-op di Sega il cui cabinato fa da sfondo a quasi ogni stabilimento della Riviera di metà anni Novanta. O uno strano esperimento dell’italiana Simulmondo chiamato I Play 3d Soccer (1991), uno dei primi titoli calcistici in 3d in cui il punto di vista era fisso non sulla palla, come di solito, ma su un singolo calciatore, quello controllato dal giocatore, anche quando l’azione era lontana. Ma è con Pes che per, la prima volta nella storia, si ha la sensazione di essere davanti a qualcosa di simile a una partita a calcio e non a un flipper con delle figure umane.

All’epoca Pes non si chiamava così. Raccontarne le origini è piuttosto complicato, reso ancora più complesso dal fatto che in quegli anni i giochi giapponesi quando venivano importati in occidente, di solito molto tempo dopo l’uscita originale, cambiavano nome per adattarsi al mercato diverso. Proviamoci. Nel 1994 la softwarehouse giapponese Konami pubblica un gioco di calcio chiamato International Super Star Soccer (in Giappone noto come Winning Eleven). Successivamente la serie si divise in due tronconi, quello sviluppato dallo studio di Osaka che mantenne il nome e un’impostazione più sbarazzina, e quello dello studio di Tokyo che acquistò il suffisso Pro, proprio per sottolinearne l’approccio più serio, simulativo, «professionale». È a questo ramo, che nei Duemila fu ribattezzato Pro Evolution Soccer, che appartengono i titoli che hanno decretato il successo della serie. Il merito è di un uomo solo: Shingo “Seabass” Takatsuka, il designer a capo del team di Tokyo. Seabass è una figura leggendaria e sfuggente: ha definito il nostro modo di giocare, vedere e per certi versi immaginare il calcio negli ultimi vent’anni eppure di lui si sa molto poco. Appassionato di pesca (da cui il nickname) e tifoso dell’Inter. Innamorato di Recoba e soprattutto di Adriano, pare sia per questo che il brasiliano in Pes 6 avesse dei valori così alti. L’incredibile 99 che gli era stato assegnato come potenza di tiro, faceva sì che ogni apparizione di Adriano sottoporta fosse l’equivalente calcistico del meteorite di Tunguska.

Una decina di anni fa Seabass ha smesso di comparire nei crediti come lead designer del gioco. Si diceva fosse stato licenziato dalla Konami. Poi si scoprì che non era così, pare fosse stato spostato in altri ruoli, ma di certo gli anni della sua eclisse coincidono con il declino della serie, sia dal punto di vista tecnico che come vendite. Dov’era finito Seabass? E, del resto, che fine ha fatto Adriano?

A volte gli uomini si perdono. Si allontanano senza salutare. Si nascondono e il più delle volte si nascondono in un gioco. Credo abbia a che fare con l’infanzia, ma anche con il piacere della ripetizione e delle regole – argini al caos. Il protagonista dell’Uomo che cade di DeLillo sopravvive al crollo delle Torri Gemelle solo per reinventarsi una (non)vita nel circuito del poker professionistico, per far perdere le proprie tracce e allontanarsi da sé nel labirinto delle stanze fumose dei tornei dei casinò di provincia.  Io, per molto tempo, ho fatto perdere le mie tracce in Pes.

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 «Con la coda dell’occhio Valery intuì, più che vedere, lo scatto Ximenes, l’ala spagnola dal baricentro basso e la ripartenza fulminante, che inizia a correre sulla sinistra»

Mentre Fifa già agli albori era più simile a un biliardino infernale, in cui la palla rimbalzava ebefrenica in un vortice di passaggi corti, rasoterra, a velocità sovrumane e in cui era impossibile impostare un’azione, Iss Pro ’98 era il calcio. Era il calcio fin dal rumore della palla quando veniva colpita dai piedi dei giocatori, un rumore sordo, quasi doloroso nel trasmettere l’idea del piede che cozza contro la camera d’aria. Ogni particolare riusciva a trasmettere la fisicità, il peso, la densità del gioco. Pes, rispetto a Fifa e a qualsiasi altro gioco di calcio, è lento. Non tanto perché sia oggettivamente più lento (lo è) quanto perché ogni azione deve essere pensata: azzerare lo stacco temporale tra il presente e ciò che lo segue, rendere automatico il tempo della scelta, della scelta giusta, è quello che ogni giocatore di Pes deve cercare. Fare del pensiero azione. Farsi gioco. È tra le cose che più si avvicina alla meditazione. Giocare a Pes vuol dire perseguire una progressiva fusione tra pensiero e movimento dei giocatori sul campo e arrivare a partite in cui le azioni hanno la razionale necessità delle equazioni. O della poesia: passaggio dopo passaggio, come parola dopo parole, si costruisce il verso, in cerca della perfezione.

C’è un legame profondo tra ripetizione e perfezione, tra noia e felicità, tra iterazione e racconto.

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«Ximenes arrivò a fondo campo, fermandosi per il cross. Capitan Cellini, poco distante, seguiva l’azione: era il più vecchio della squadra, quello che lascia il campo per ultimo, che non abbandona mai nessuno. Tantomeno la moglie malata»

Sono stati essenzialmente due gli elementi a far coincidere Pes con la perfezione: uno è appunto il gameplay. La capacità di simulare come mai prima (o dopo) il calcio vero, di poter impostare degli schemi, far muovere i giocatori secondo delle tattiche prestabilite, costruire azioni che basavano la loro riuscita non sulla fortuna o su dei trick di tasti per innescare «mosse» speciali come piacciono ai ragazzini, ma sullo stato di forma dei giocatori e su quella che chiamerei razionalità calcistica. Razionalità calcistica che si vedeva nell’importanza data al passaggio alto o a quello filtrante, mentre Fifa si gioca ancora sul passaggio rasoterra; ai compagni che si muovono senza palla “aggredendo gli spazi”, mentre negli altri giochi rimanevano fermi come statuine del subbuteo; alle triangolazioni in movimento tra compagni e la possibilità di intessere azioni corali.

Questo è il primo elemento. Il secondo fattore del successo è stata senz’altro la Master, una particolare modalità di gioco in cui si iniziava con una squadra di anonime schiappe e lungo l’arco di varie stagioni li si faceva crescere, si guadagnavano soldi per comprare altri giocatori e creare la propria squadra ideale. Alla fine ci si poteva ritrovare con una squadra dei sogni con Zidane, Maradona, un giovane Ronaldo (il Fenomeno) e Buffon in porta. Ma ciò che l’ha resa davvero indimenticabile, paradossalmente, sono stati proprio gli anonimi giocatori iniziali: i vari Castolo, Miranda, Cellini, Castello, Ximenes, Valery, Ivanov, che anno dopo anno trovavamo sempre ad aspettarci, sono incisi nella memoria di ogni giocatore di Pes. Si imparava a conoscerli, a saperli valutare, si penetrava nelle loro psicologie, si inventavano le loro storie, i loro retroterra, mentre la squadra, ancora ai primi passi, incassava sconfitte nel fango di provincia. Piano piano li si vendeva per far posto a altri giocatori, calciatori “veri”, più forti: ma lo si faceva sempre un po’ a malincuore, provando a tenerne almeno uno, che a quel punto restava per lo più in panchina, come portafortuna.

Non c’è niente che unisce come la sconfitta. Sarà per questo che Pes è stato uno straordinario collante di amicizie. Di quel particolare tipo di amicizia, tipicamente maschile mi viene da dire, che passa attraverso la condivisione silenziosa di una passione prima ancora che di pensieri o parole. Per me è Pes è legato al ricordo del Cane – poeta, bibliofilo, ma anche uno dei pochi giocatori di Pes più ossessivi di me: collezionava ogni versione del gioco, anche quelle giapponesi con il visionario commento di Jon Kabira, a consumarle chiuso nella stanza della sua malinconia per giorni di seguito al motto di «Pessare per non pensare». O del timido e pacato Gabo che durante le partite si trasfigurava in un bullo talentuoso e tenace pronto a scattare in piedi e salutare un’immaginaria curva ogni volta che segna un gol con la sua Inter. O del Santa, laconico studioso di neuroscienze che durante le partite squarciava l’aria urlando a Cassano un incongruo «Tira fortissimo da lì!». Non abbiamo mai capito perché lo facesse.

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«Il cross venne ribattuto dal portiere avversario e da lì carambolò sui piedi di Miranda. Il dieci portoghese ha una tecnica che ricorda la poesia di Pessoa, capace di tagliare la stolida prosa degli avversari come il vento di Lisbona spazza le nubi atlantiche. Si liberò di due uomini e da qualche parte tira fuori l’assist perfetto per Castolo»

Robert Coover, uno dei maggiori autori del postmodernismo americano, ha scritto un romanzo che non ha smesso di ossessionarmi dalla prima volta che l’ho letto. Si intitola Il gioco di Henry (The Universal Baseball Association, Inc. in originale) e racconta di un oscuro, normale, vagamente depresso contabile della grande provincia americana con la passione del Fantasy Baseball (una specie di fantacalcio giocato con i dadi). Henry è talmente “dentro” al gioco che, ormai da molti anni, ha iniziato a raccontare le storie dei giocatori della squadra, come se fossero reali: drammi familiari, infortuni, imprese, debolezze, tradimenti. Nel libro si mescolano questi due piani di realtà, quello del protagonista e quello dei suoi giocatori immaginari. Henry, come del resto gli scrittori, cerca di costruire un mondo alternativo: «Fare qualcosa in un modo talmente perfetto che, anche se questo maledetto mondo durasse in eterno, nessuno potrebbe fare di meglio, perché tu l’hai fatta così bene che meglio non si poteva fare». Ma a un certo punto, per un particolare tiro di dadi, Henry capisce che uno dei ricevitori, colpito dalla pallina, morirà. E nell’universo immaginato da Henry, apparentemente inattaccabile al divenire e all’infelicità, entra la morte.

Anche in questo racconto, anche nella storia di Pes, entra, se non la morte, il tempo. Una sera con la mia compagna siamo a casa di amici, una coppia più o meno coetanea con un figlio adolescente. In queste serate finisce spesso che mi ritrovi a parlare più con il ragazzino che con gli adulti nella stanza. Vedendo una Play sotto il televisore gli chiedo se gioca a Pes. «Pes è un gioco da vecchi. Tutti i miei amici giocano a Fifa,» mi risponde. Ci resto secco. Sento di colpo i capelli capelli brizzolati farsi ancora più bianchi.

È vero, in un certo senso, il ragazzino ha ragione. Una decina di anni fa Fifa ha preso il sopravvento nelle vendite, sono aumentati i tornei, le sponsorizzazioni, è diventato mainstream. Per capire meglio provo a chiedere a degli amici trentenni. Matteo mi dice che «la perdita di molte licenze ufficiali di squadre e tornei da parte di Pes a vantaggio di Fifa ha spinto molti giocatori a scegliere la maggiore spettacolarità del calcio americano. È l’età del brand, la simulazione vale poco contro l’assenza di un realismo televisivo». Per Francesco a dare il colpo di grazia è stato «la modalità FUT, Fifa Ultimate Team. Un’evoluzione della Master di Pes, se vuoi, ma basata sul mercato reale, in cui comprare e vendere, attraverso microtransazioni, giocatori “reali”, nel loro reale stato di forma». Oggi le vendite di Pes, in Italia e in Europa, sono molto inferiori a quelle di Fifa. Ma negli ultimi anni Pes, come se avesse rinunciato a rincorrere Fifa su un terreno non suo e concentrandosi invece sulla sua specialità, ha riconquistato una supremazia tecnica, a livello di gameplay, che negli anni aveva perso. A settembre è uscita la nuova edizione, Pes 2019. È ancora più essenziale, quasi spartano nelle licenze. Eppure c’è lo stesso feeling del Pes dei tempi d’oro: è molto migliorato rispetto agli anni scorsi ed è di nuovo l’unica scelta per chi voglia giocare a calcio e non scambiare delle figurine.

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«Castolo non può sbagliare. E infatti, solo davanti al portiere, non sbaglia e segna. Adesso erano sotto solo di tre gol»

Col tempo le nottate a Pes sono state sostituite dalle nottate passate a scrivere, col tichettio dei tasti al posto del rumore secco del pallone, camera d’aria e cuoio, tentando di non svegliare la mia ragazza nell’altra stanza. Capisco ora che avrei sempre voluto scrivere qualcosa più possibile simile a una partita a Pes. Anzi all’allenamento di Pes, quello che si fa in un campetto virtuale vuoto, senza spalti o tifosi, circondato dagli alberi e dal silenzio. Mi sarebbe piaciuto tornare lì, girare la chiave della porta dello spogliatoio, salutare Castolo, Espinas, dare una pacca sulla spalla a Ivanov che ancora, né mai, ha imparato l’italiano, salutare il Cane che non vedo da una vita, Seabass e Adriano, aspettare il Santa sempre in ritardo, parlare del suo viaggio in Cina con Gabo, poi allacciarsi gli scarpini, scendere in campo, far girare la palla. Ricordare ancora tutti, poi solo il rumore della palla, silenzio, lo stormire delle foglie mosse dal vento.

 

Dal numero 25 di Undici
Fotografie di Mattia Greghi