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Una Bundesliga ribaltata

Un campionato tedesco così aperto non si vedeva da anni: c'entra un Bayern in difficoltà, ma il merito è anche di nuove contendenti.

Di Alec Cordolcini

Teorizzato nel 1964 dall’economista Walter C. Neale, il paradosso Louis-Schmeling (dai nomi di due grandi pugili degli anni Trenta) afferma che i ricavi di una società sportiva aumentano proporzionalmente alla percentuale di vittorie della stessa fino al raggiungimento di un determinato punto, oltre il quale si ha un rapido crollo dovuto proprio al numero troppo elevato di vittorie. Passando dall’economia sportiva agli aspetti più tecnici, il paradosso può essere teoricamente applicato anche alla competitività della squadra in termini assoluti. In parole povere, il concetto di campionato “allenante” espresso anni fa da Fabio Capello. Nel medio termine, una situazione di monopolio può avere effetti negativi sul club dominante, impossibilitato dalla mancanza di avversari all’altezza di crescere oltre un certo limite.

In estate alcuni commentatori della Bundesliga si sono aggrappati al paradosso Louis-Schmeling nel tentativo, nemmeno troppo inconscio, di esorcizzare la chiusura del campionato, a livello di lotta per il titolo, già a dicembre, con il Meisterschale indirizzato per la settima volta consecutiva verso Monaco di Baviera. E invece, in barba a qualsiasi teorema e previsione, il campo sta dando risposte di tutt’altro tenore. Alla ripresa della Bundes dopo l’ultima pausa per la Nations League, il Bayern si è presentato compiendo l’ennesimo passo falso: 3-3 all’Allianz Arena contro il Fortuna Düsseldorf penultimo, capace di rimontare due reti di svantaggio e imporre ai bavaresi un pareggio che li ha portati a 9 punti di distacco dalla capolista Borussia Dortmund. Bayern oltretutto fuori dalla zona Champions, visto che davanti a sé, oltre ai gialloneri, ci sono anche Borussia Mönchengladbach, Eintracht Francoforte e RB Lipsia. Squadre diverse tra loro per stile e progettualità, ma accomunate da una serie di elementi – freschezza, vitalità, idee – clamorosamente assenti in casa Bayern.

Da anni non si vedeva un campionato tedesco così aperto: ci sono cinque squadre racchiuse in 9 punti, ovvero lo scenario più auspicabile (con l’ovvia eccezione dei tifosi pro-Bayern) ma meno preventivabile di tutti della Bundesliga, e il paradosso Louis-Schmeling sembra c’entrare davvero poco. Se rimane tutto da dimostrare che nel medio termine il monopolio conduca a un logoramento del monopolista, è facile cogliere negli scossoni e nelle battute d’arresto vissute dello stesso uno stimolo destinato a incrementare le potenzialità avversarie. Dando infatti per assodato che alla base delle attuali top 4 del campionato ci sia un progetto valido e strutturato, a livello psicologico le difficoltà del Bayern forniscono loro una marcia in più, e lo si nota sia nella mancanza di timore reverenziale negli scontri diretti (due quelli disputati dal Bayern, entrambi persi), sia nella gestione delle partite sulla carta più agevoli. Una forza mentale non lontana dalla consapevolezza dell’“ora o mai più” che lo stesso Uli Hoeness ha espresso, pur faticando a celare il proprio disappunto, prima del top match contro il Dortmund, quando ha parlato di Borussia tornato favorito dopo tanti anni, sottolineando poi come le cose sarebbero cambiate a partire dalla stagione 2019/20. A novembre, insomma, i vertici di casa Bayern stanno già pensando al prossimo campionato.

Del resto proprio la partita contro il Borussia ha mostrato come una favorevole condizione psicologica possa fare miracoli. Il Bayern ha dominato i primi 45 minuti, giocando con un’intensità raramente vista in questa stagione e facendo legittimamente ipotizzare che, in altri contesti, i tre punti sarebbe riuscito a portarli a casa. Invece la festa l’ha fatta il Borussia, con un 3-2 arrivato dal gol decisivo realizzato sull’asse Sancho-Witsel-Alcacer, tre nuovi acquisti che sintetizzano il nuovo corso inaugurato da Favre: gioventù, talento, rapidità di pensiero e di realizzazione. Altro simbolismo: nel dare inizio all’azione del 3-2, Sancho ha rubato palla a Ribery. Un passaggio di consegne? Forse è prematuro vederlo così, ma la distanza che separa oggi i due club non potrebbe essere descritta meglio. Il Bayern rinnova un altro anno il contratto del francese e di Robben, scelta indiscutibile sotto il profilo emotivo, ma chiaro segnale di imbolsimento a livello di strategie. Il Dortmund punta su un nutrito gruppo di giovani talenti, previa costruzione di un’adeguata impalcatura, partendo dall’architetto (Favre) e proseguendo con gli elementi di raccordo e di sostegno (su tutti il citato Witsel).

Il successo del Borussia Dortmund contro il Bayern

La scelta numero uno per la panchina del Borussia Dortmund è stata quella di Favre, tecnico che si trova a meraviglia nelle situazioni in cui bisogna costruire partendo dai giovani e da materiale di non primissima scelta. Fedele alla propria fama di valorizzatore, a Dortmund si sono già impennate le quotazioni di Sancho, Bruun Larsen e Alcacer (quest’ultimo non più giovanissimo, mai però così a fuoco), oltre al prepotente ritorno di Reus. Fondamentale la sinergia con i vertici, perché quando un dg come Hans-Joachim Watzke afferma che il club ha preferito investire sui giovani anziché acquistare una prima punta sul mercato «a causa dell’inflazione che ha aumentato i costi a dismisura», se l’allenatore non si trova in piena sintonia, o non possiede le soluzioni giuste per l’ambiente nel quale si trova a operare, il rischio è quello di creare un mezzo disastro. Il Borussia Dortmund invece ha perso la sua prima partita ufficiale solamente alla quarta giornata di Champions League, in casa dell’Atletico Madrid, squadra oltretutto battuta 4-0 in Germania in quella che è stata la sconfitta più ampia dei colchoneros dell’era Simeone. Una Champions iniziata balbettando con un fortunoso 1-0 su autorete a Brugge, match che ha però lanciato un segnale chiaro: il Borussia sa vincere anche giocando male. La conferma è arrivata sabato a Mainz, con un 2-1 di fatica e sudore ottenuto contro una squadra chiusa in un bunker. Era dalla stagione 2011/12 che il Borussia non faceva registrare un simile margine di vantaggio sul Bayern, e proprio quello è stato l’ultimo anno in cui il titolo di campione di Germania non è finito in Baviera.

A differenza di Favre, Kovac non è stata la prima scelta per il Bayern. C’erano stati dei contatti con Tuchel e Nagelsmann, prima di optare per una soluzione quasi interna, riportando a casa un ex giocatore del club. Un matrimonio iniziato nel miele, con il 5-0 in Supercoppa all’Eintracht Francoforte e le quattro vittorie consecutive in campionato, ma poi rapidamente entrato in crisi, e non solo per i deludenti risultati in campo. Durante gli allenamenti Kovac parla al suo vice in croato e la cosa sembra aver irritato la squadra (che qualcuno in Germania chiama Fc Hollywood, facile comprenderne il motivo), il cui spogliatoio presenta un tasso di elettricità non distante da quello della Germania al Mondiale in Russia. Il recente schiaffo di Ribery a un cronista testimonia l’atmosfera poco idilliaca che si respira in casa Bayern, dove a livello tattico preoccupa la mancanza di soluzioni offensive che escano dal solito schema, eseguito da una buona parte di interpreti che anno dopo anno diventano più logori. Ma ancora più singolare risulta il fatto che proprio con Kovac, il cui Eintracht era stato costruito sull’impermeabilità difensiva, il Bayern sia diventato un colabrodo a livello difensivo. Pur sostenuto dalla società, le cui intenzioni sembrano essere quelle di confermare il croato fino a fine stagione, Kovac sembra in pieno shock culturale, in un clima dove le parti si sopportano e nulla più («qui non siamo all’Eintracht», gli ha urlato a muso duro James Rodriguez dopo l’ennesima esclusione per turn-over). Non propriamente il matrimonio perfetto.

Dieter Hecking, da oltre dieci anni, è una presenza fissa in Bundesliga, ma la sua proposta è sempre stata piuttosto basica, in linea con le squadre di fascia media allenate, tutte però condotte a risultati più che dignitosi (il meglio è stato il secondo posto in campionato nel 2014/15 con il Wolfsburg). La sua storia al Borussia Mönchengladbach assomiglia a quella di Favre, visto che anche lui ha preso la squadra sul fondo della classifica e l’ha portata in salvo. Però quel suo calcio ordinario e scolastico, il 4-4-2 da vecchio lupo di mare, aveva finito con l’alienargli parte della tifoseria Fohlen, delusa dal nono posto della scorsa stagione. In pochi mesi è cambiato tutto, in primo luogo proprio il calcio di Hecking, fattosi più versatile e flessibile, anche più offensivo (il modulo adottato adesso è il 4-3-3) senza però perdere il senso della misura, né soprattutto quello dei rischi da correre. Merito di uno degli acquisti più azzeccati del mercato di Bundes, quello del francese Plea (dal Nizza), la cui dinamicità in avanti ha aumentato il ventaglio di soluzione del Gladbach. Non va però dimenticata la crescita continua di Thorgan Hazard, alla quinta stagione con il Borussia, capace anno dopo anno di proporsi quale remake sempre più credibile del fratello Eden, il fuoriclasse di famiglia. Da tempo però Hazard II non è più solo un fratello d’arte, e ha iniziato a dimostrarlo anche in Nazionale. Non mancano, come da tradizione tedesca, i giovani, su tutti Neuhaus, Zakaria e Elvedi. Domenica l’ennesimo show è andato in scena contro l’Hannover, con un 4-1 in rimonta da stropicciarsi gli occhi.

Tra le outsiders nominate sopra, il RB Lipsia è quella più indicata, a livello strutturale, al ruolo di candidata quale terzo incomodo nella lotta Bayern vs Borussia Dortmund negli anni a venire. Da quando Ralf Rangnick è diventato direttore sportivo del club di punta del network Red Bull, è riuscito nell’arco di sei anni a fare ciò che molte società sportive inseguono vanamente per lungo tempo: costruire un modello di calcio riconoscibile (in altre parole, un marchio) e, soprattutto, funzionale. Dalla scorsa estate è tornato a sedersi in panchina perché l’allenatore da lui scelto per il Lipsia, Nagelsmann, si sarebbe liberato solo nel giugno 2019. Eppure, pur in una stagione di transizione come quella attuale, iniziata oltretutto in maniera interlocutoria, il RB Lipsia si trova nelle prime posizioni, senza brillare particolarmente in campo, ma con una solidità alle spalle – da intendersi a livello di visione, non solo economica – che poche altre società possono vantare. Pur disponendo di un doppio trio ad alto tasso qualitativo (Forsberg, Sabitzer, Kampl) e realizzativo (Werner, Poulsen, Agustin), l’arma in più del RB Lipsia è la difesa, la migliore di tutto il campionato con 10 reti subite in 12 partite, con il centrale Orban, il laterale Mukiele e il portiere Gulacsi sugli scudi. Rangnick è riuscito a mantenere la rotta dopo alcune turbolenze riservandosi anche il piacere di impartire una lezione di tattica al suo successore Nagelsmann, il cui Hoffenheim è stato sconfitto a domicilio dai Bullen, scesi in campo nell’occasione con un modulo a specchio (il 3-5-2) dei rivali.

Tra i tanti seguaci del Rangnick-pensiero emersi negli ultimi anni c’è Adi Hütter, che aveva sostituito Roger Schmidt a Salisburgo dopo aver portato il piccolo Grödig in Europa e prima di vincere il campionato svizzero con lo Young Boys, interrompendo un digiuno che a Berna durava da 32 anni. Hütter ha sostituito Kovac sulla panchina dell’Eintracht, imponendo subito un netto cambio di direttive rispetto al predecessore. Un approccio rischioso, considerando l’ottimo lavoro svolto da Kovac a Francoforte, e viste anche le prime uscite ufficiali, con lo 0-5 rimediato in Supercoppa proprio contro il Bayern di Kovac, nonché l’uscita dalla Coppa di Germania contro l’Ulm, quarta divisione. Ma la fiducia della società è stata poi ripagata da un calcio tra i più spettacolari del campionato. Hütter ha sperimentato molto, sempre ragionando “per soluzioni”. L’ultima è stata quella di mettere in campo contemporaneamente Haller, Rebic e Jovic, diventato il tridente per eccellenza della Bundes: Hütter ha infatti voluto che Haller giocasse più profondo, maggiormente nel cuore dell’area avversaria, per far valere anche le proprie doti di torre e, contestualmente, essere più presente davanti alla porta. Risultato? A novembre l’ex bomber dell’Utrecht ha già eguagliato il proprio numeri di reti segnate in Bundesliga nella passata stagione. A livello di numeri, lo stesso discorso vale per Jovic, mentre Rebic ha per contro visto arretrare il suo raggio d’azione, per sfruttarne meglio potenza e velocità in campo aperto. Per non parlare della mediana De Guzman-Gelson Fernandes-Kostic, sulla carta un trio di seta, ma alla prova del campo tra i più efficaci e funzionali. Ambiente e idee, ancora una volta il mix è quello giusto.