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Costruire l’intesa difensiva

Un feeling umano, oltre che tattico: i meccanismi della coppia centrale di difesa, spiegati da Beppe Bergomi.

Di Claudio Savelli

Terminate le foto di squadra, De Vrij e Skriniar si cercano con lo sguardo, alzano entrambi le mani verso il cielo e, una volta vicini, le congiungono battendosi il “dieci”. Poi si posizionano per cominciare la partita. Il loro è un rituale a cui non partecipa nessun altro giocatore. Perché i due centrali difensivi compongono una piccola squadra all’interno della squadra. Sono legati da un rapporto diverso. Particolare. Perché calcistico, ma anche umano.

Chi gioca o ha giocato al centro di una difesa a quattro (qui presa in esame in quanto più utilizzata a qualsiasi livello), forse, starà sorridendo. Perché avrà di certo percepito che il rapporto con il compagno di reparto è, per certi versi, unico. Perché si tratta di una convivenza in cui le qualità individuali possono risultare inutili se non vengono comprese e supportate dal partner. Raggiungere l’intesa è indispensabile ed è possibile attraversando diverse fasi: la prima è quella della conoscenza, in cui si cercano di capire i pregi e i difetti, sia calcistici che umani, del proprio dirimpettaio; la seconda è quella dell’adattamento reciproco; la terza è quella della rendita, in cui le prestazioni migliorano in maniera naturale ed esponenziale proprio in virtù del rapporto ormai consolidato. «È un bel tema – secondo Beppe Bergomi, talent di Sky Sport ed ex difensore centrale – spesso sottovalutato. I due centrali sono legati in ogni fase del gioco, è come se ci fosse tra loro un filo invisibile. La dinamica di coppia è primaria: puoi essere il centrale più forte al mondo, ma se non trovi l’intesa con il compagno non ottieni niente di buono».

Il cardine è la comunicazione. Per un centrale, saper dialogare, sia con i gesti che con la voce, conta quanto saper tirare in porta per un attaccante. Il punto è che agli occhi di chi osserva la partita è una qualità invisibile, dunque meno considerata. I centrali devono parlare il più possibile perché sono il centro di comando di un reparto che più degli altri deve seguire un ordine prestabilito, in cui lo spazio per l’improvvisazione è ridotto ai minimi ed è, nel caso, l’ultima risorsa a cui attingere per prevenire un gol. «Ecco perché, da allenatore del settore giovanile, parlo molto con i centrali. – aggiunge Bergomi –. Sono i due giocatori di movimento che hanno la visuale migliore, quindi è importante che imparino ad ascoltare, ad ascoltarsi, e a comunicare. Voglio che lo facciano anche con gli altri reparti, ma prima devono aver affinato l’intesa tra loro». La fortuna del reparto dipende sempre da loro. Perché i terzini funzionano se prima funzionano i centrali, è difficile che accada il contrario.

Bergomi sottolinea l’importanza di stabilire una gerarchia. Il rapporto deve essere proficuo, ma non paritario: un centrale è la mente, l’altro il braccio. Uno è il leader, l’altro il vice. «Io scelgo chi tra i due guida la linea», spiega lo Zio. Una scelta necessaria per eliminare dubbi e discussioni, «perché non può esserci confusione in difesa». Rispetto ad altri ruoli, tra i centrali è meglio sopprimere ogni forma di rivalità interna, perché porta alla ricerca della grande giocata, all’improvvisazione, che in difesa è pericolosa. «Per questo si tende a scegliere due titolari fissi, a chiarire subito la gerarchia», aggiunge Bergomi. Infatti la coppia di centrali è quella che, di solito, subisce meno turnover: «Sono d’accordo, è rischioso variare in difesa. È il reparto che io tocco meno volentieri, una volta fissati i titolari. Gli equilibri sono troppo sottili. Soprattutto per quanto riguarda i due centrali: più giocano assieme, più si conoscono. Da loro accetto qualche errore, specialmente a inizio stagione, perché so che fa parte di un processo di crescita della loro intesa che sul lungo periodo pagherà i dividendi».

Solidarietà tra centrali

Sarebbe forse corretto, dopo le partite, assegnare un voto alla coppia, oltre che ai singoli. Perché le due prestazioni sono legate da un filo invisibile. Molto spesso, l’errore di uno dei due è in realtà indotto da uno sbaglio del compagno. Un posizionamento errato, una comunicazione mancata, un eccesso di egoismo. Spesso accade lontano dal pallone e dall’azione, dunque rimane taciuto. Alla stessa maniera, la prodezza dell’uno è possibile nei casi in cui l’altro, seppur sullo sfondo, porta a termine un lavoro preventivo. Ad esempio, se un centrale anticipa sempre il centravanti avversario, sarà perché il compagno gli ha sempre garantito una corretta copertura alle spalle, dandogli non solo confidenza tattica, ma anche psicologica. Oppure, se colui che è chiamato ai contrasti è già ammonito, può invertire i compiti con il partner e diminuire il rischio di ricevere un secondo giallo, evitando il danno.

«Avendo un legame speciale in campo è più facile che diventi tale anche fuori da esso», suggerisce Bergomi, prima di aggiungere però che «non è automatico, né fondamentale: non è che si deve andare fuori a cena o essere amici nella vita per andare d’accordo in campo». Se c’è anche un’intesa “emotiva”, però, in partita si nota. «Ad esempio, tra me e Riccardo Ferri è nata un’amicizia, al punto che durante gli allenamenti o le partite bastava poco per capirci. Con uno sguardo o qualche parola in codice ottimizzavamo i tempi, se uno aveva la situazione sotto controllo lo comunicava all’altro, così ci si divideva il lavoro». Quattro occhi sono meglio di due soltanto se gli uni sanno di potersi fidare degli altri. La fiducia reciproca permette alla coppia di andare oltre il banale, addirittura di evolvere il modo di difendere, come accadde a Bergomi: «Ai miei tempi non erano ancora previsti i due centrali puri, semmai uno aveva i compiti del marcatore e l’altro si muoveva da libero. E avevamo come riferimento l’uomo, non la zona pura come succede oggi. Però alla lunga grazie all’intesa riuscivamo anche a concepire il ruolo in chiave moderna: ad un certo punto, io e Ferri ci scambiavamo l’avversario, ci alternavamo in marcatura e copertura, e se le punte incrociavano, non li seguivamo a ruota ma rimanevamo nella nostra zona. Negli anni ’80 non era scontato. Non avessimo avuto intesa, avremmo rischiato brutte figure».

Proprio perché «ora i centrali sono più simili tra loro, entrambi con una struttura atletica imponente, possono scambiarsi i compiti», l’intesa deve essere ancora più raffinata. E per incentivarla torna utile il concetto di complementarietà, un tempo in voga soprattutto per comporre le coppie di attaccanti. «Le migliori coppie non sono abbinate a caso», sottolinea Bergomi. Perché se le doti si innervano, la forza del duo diventa superiore alla somma delle qualità di chi la compone. «Un esempio in questo senso sono Manolas e Fazio nella Roma»: l’abbinamento giallorosso è logico perché la specialità del greco, ovvero il recupero degli avversari lanciati in profondità grazie all’esplosività nello scatto e al tempismo nei tackle in corsa, corrisponde con il difetto dell’argentino, debole nella lettura delle azioni avversarie e spesso carente nel difendere all’indietro. Viceversa, la capacità di Fazio di eseguire il primo passaggio compensa i limiti tecnici di Manolas, spesso sporco nell’avvio di manovra. Fossero simili, i problemi verrebbero amplificati e le virtù sarebbero limitate, così l’intera difesa andrebbe in difficoltà. Secondo Bergomi, anche la coppia del Real Madrid è ben amalgamata «perché Ramos è forte e aggressivo nel difendere in avanti, dunque rischia molto, ma Varane è abile e veloce nel tappare i buchi alle sue spalle», così come quella del Chelsea di Sarri formata da David Luiz e Rudiger, seppur con caratteristiche diverse, perché «il brasiliano sa impostare ma a volte si dimentica dell’uomo, però il tedesco è un marcatore un po’ vecchio stampo, ha un impatto tale sugli attaccanti per cui può dare sicurezza a David Luiz».

Una coppia teoricamente perfetta, sia per Bergomi che per Mourinho («Potrebbero tenere un corso sulla difesa ad Harvard», ha dichiarato dopo averli affrontati), è quella composta da Bonucci e Chiellini nella Juventus. Proprio perché il primo eccelle dove difetta il secondo, e viceversa. Bonucci è abile ad avviare l’azione, sa trattare il pallone e, soprattutto, possiede la velocità di pensiero di un regista, ma paga dazio in marcatura, in particolare sui cross. Chiellini è l’esatto opposto: è perfetto nell’aggressione in avanti, è insuperabile nella marcatura diretta, però non ha né la qualità tecnica, né la creatività per avviare l’azione dal basso come Bonucci. Insieme, entrambi si esaltano. Separati, emergono le rispettive difficoltà, come ha dimostrato in particolare l’esperienza di Bonucci al Milan. Inoltre, tra loro esiste anche una complementarietà anatomica, che secondo Bergomi è determinante e spesso sottovalutata: infatti, Chiellini è mancino e Bonucci è destro, dunque nessuno dei due è costretto a difendere sul cosiddetto “piede debole”.

Skriniar guida De Vrij, a gesti e con la voce, applaudendolo dopo l’intervento riuscito

Anche se sembra irrilevante, giocare sul centrodestra o sul centrosinistra cambia la vita ad un centrale. «Perché ribalta la visuale e, sopratutto, la postura», ovvero un altro aspetto a cui un difensore deve dare priorità. Secondo Bergomi, «si fa fatica a trovare due centrali di piede opposto sul mercato, soprattutto per quanto riguarda mancini di livello, ma è fondamentale. Perché giocare sul piede forte è comodo sia quando devi aprirti per un passaggio che quando devi effettuare una chiusura. Viene tutto più naturale. Adattando un centrale, si paga dazio in qualche aspetto. Prendiamo l’Inter: De Vrij e Skriniar sono una coppia fenomenale, il cui unico difetto forse è proprio il piede destro per entrambi. L’olandese sul centrodestra ha comportato un periodo di difficoltà a Skriniar che si è dovuto adattare al centrosinistra, dove invece lo scorso anno giocava Miranda. Lo slovacco ha cominciato a vedere il campo da un’altra prospettiva, ha dovuto ribaltare l’impostazione del corpo e, nel frattempo, doveva calibrarsi rispetto al nuovo compagno». Ora Skriniar e De Vrij sono affiatati e coordinati, ma nelle prime partite, dove l’Inter subiva più gol, erano nella fase di conoscenza reciproca e i meccanismi non erano ancora perfetti. Dettagli, che però nel caso dei centrali fanno davvero la differenza.

Per questo «la concentrazione e l’attenzione sono fondamentali», le ultime qualità nascoste eppure primarie per un difensore. «I migliori non sono quelli che fanno grandi interventi, ma quelli che sbagliano meno», secondo Bergomi. Ma se la prestazione perfetta si basa su tutte queste sottigliezze, per raggiungerla è richiesta (più) pazienza e (più) lavoro rispetto ad altri ruoli. Al punto che, secondo Bergomi, «un centrale deve essere predisposto all’allenamento e disposto ad imparare. Koulibaly, ad esempio, ha dato fiducia a Sarri ed è diventato uno dei migliori al mondo, ma ricordiamo come era arrivato in Italia, quanti difetti aveva». E non è migliorato solo singolarmente, ma in coppia con Albiol, al punto che sul mercato in Napoli non ha mai pensato in questi anni di cedere Koulibaly nonostante le grandi offerte, né di sostituire lo spagnolo, per non dover ricominciare da zero. Perché per valutare un centrale, bisogna osservare anche il suo compagno di reparto e la relazione con esso. Se non c’è feeling, meglio disgregare la coppia. Se c’è, al contrario, è bene far di tutto per mantenerla. O, addirittura, come nel caso della Juventus con il rientro di Bonucci al fianco di Chiellini, ricostruirla.