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Il vulcano si è spento

L'era di Zamparini al Palermo è arrivata al termine, dopo 16 anni appassionati e tribolati.

Di Domenico Ferrara

L’unica certezza che resta è l’odore della frittura la domenica davanti al Barbera. L’olio di semi di girasole che arroventa le panelle, il fumo sprigionato dall’ape dei venditori ambulanti di fronte allo stadio, la birra ghiacciata, i bagarini che si avvicinano sornioni bisbigliando: “Biglietto curva a dieci euro!”. Lo stesso importo che ha sancito la fine dell’era Zamparini. Una banconota rossa è il prezzo stracciato del passato ma il futuro è come la brezza marina che spira dal golfo di Mondello: un pensiero troppo leggero, troppo lontano. Il presidente è andato via, portando con sé anche la boria, un tratto caratteriale che ha annullato la naturale distanza tra il popolo palermitano e il friulano di Sevegliano. Scrutando il suo volto, sembra svanita anche quella immotivata tipica espressione di chi pensa “meglio di me nessuno mai”. La necessità di essere amato a prescindere, qualunque cosa accada e qualunque cosa si faccia, quella invece è rimasta. «Ogni volta che tornerò vorrei essere accolto come uno di voi». Zamparini lascia la libertà di scelta ai palermitani. Ma ci vorrà tempo e voglia di perdonare.

Se c’è una cosa che il tifoso rosanero non sopporta è l’illusione, la presa in giro, quel “vedrete che sistemerò tutto”. Il pressappochismo applicato al futuro con la devozione obbligata per i meriti passati. Al presente manca il rosa, è rimasto solo il nero, dopo anni di promesse, incomprensioni e abbandono. I risultati ora non contano così come i punti in classifica. Basta vedere gli spalti vuoti nonostante il possibile ritorno in Serie A. È il cuore che ha smesso di vibrare. In medio stat virtus, dicevano i latini. Ma nel mezzo Zamparini non c’è mai stato. La fine è arrivata troppo tardi e nel modo peggiore. Sarebbe bastato essere onesti, come un fidanzato che mette sul piatto i dubbi sull’amore che prova per l’altra. Invece l’ex patron ha creduto che le pause di riflessione potessero dare nuova linfa al rapporto e ha continuato a promettere la luna sopra Monte Pellegrino, spacciando il ridimensionamento di squadra e società come crescita, come nuovo slancio. Il tutto mentre i tifosi assistevano inermi alla fuga di campioni sostituiti da punti interrogativi spacciati per novelli Messi.

 

Per questo oggi a Palermo c’è chi gli mangerebbe il cuore dopo averglielo interamente donato. Chi più ama più rimane poi deluso: è legge di natura. Ma il calcio è governato dalle leggi del mercato, del capitalismo, della plusvalenza, del business. La passione, per Zamparini, veniva dopo. E questo il tifoso l’ha sempre saputo e soprattutto accettato.

E non a causa del retaggio storico, quello di un popolo abituato a essere terra di conquista, di razzie e di abbandono. Ma soprattutto per la natura del suo animo, in cui convivono, alternandosi, una felice rassegnazione e una felicità rassegnata. La passione del popolo rosanero resta confinata in un limbo di normalità, ideale per sopportare e supportare la squadra durante i decenni di bassofondo, con qualche strappo eccezionale per godersi i momenti di gloria.

Come quel 29 maggio 2004. Le partite, i gol, le statistiche: tutto questo si può rileggere in un almanacco o si può riguardarlo in video, ma quella serata no. Quella festa per la promozione in Seria A dopo 32 anni di radiazioni, umiliazioni, campi polverosi e sconosciuti di Serie C, quella festa dopo il 3-1 rifilato alla Triestina dagli uomini di Guidolin non trova posto se non nel cuore di ogni tifoso. Quella notte un intero popolo riconquistò l’orgoglio. Una rivalsa condensata in un’unica piazza gremita. Il festino di Santa Rosalia, il Carnevale di Rio e i botti di Capodanno. Insieme. In un’unica bolgia. Quattordici anno dopo, c’è chi ancora conserva nel portafoglio il biglietto di quella partita e chi ha ancora scolpita nella mente la formazione della gloria. Berti, Ferri, Biava, Accardi, Grosso, Antonio Filippini, Mutarelli, Di Donato, Emanuele Filippini, Gasbarroni e Toni. Un’emozione superiore persino alla finale di Coppa Italia del 2011 con l’Inter all’Olimpico con più di 40mila tifosi che hanno invaso e colorato lo stadio, superiore alle qualificazioni alla coppa Uefa, alle Champions League sfuggite per un soffio, all’orgoglio di avere avuto cinque giocatori tra le fila della Nazionale, alle vittorie con le grandi del calcio italiano, alle trasferte in cui gli emigrati si ricongiungevano per 90 minuti con chi in quella città ci era rimasto.

Di fenomeni Zamparini ne ha regalati tanti. Amauri, Corini, Zauli, Brienza, Pastore, Miccoli, Cavani, Sirigu, Zaccardo, Barzagli, Ilicic, Vázquez, solo per citarne alcuni. Quando in estate si apriva il mercato ogni giorno la domanda era una: “Chi ha comprato il Palermo?”. E non importa se col passare del tempo l’interrogativo si alternava con “chi ha venduto il Palermo?”. Come detto, il palermitano ne era consapevole. Quell’imprenditore venuto dal Nord faceva il suo mestiere. E i suoi interessi. E li faceva anche bene. Trasformava i pochi spiccioli spesi per Dybala in 32 milioni di euro più otto di bonus presi dalla Juventus, i pochi spiccioli spesi per Cavani in diciassette milioni dal Napoli, i pochi spiccioli spesi per Pastore in ventitré milioni dal Paris Saint-Germain. Cifre record, plusvalenze, business. E poi i centri commerciali e il progetto dello stadio. C’era un uomo del fare che faceva sognare una città disincantata, conscia del fatto che l’era degli allori avrebbe lasciato il passo all’autunno. Ma c’era anche un presidente che lottava con le grandi per dare dignità alla società e che pretendeva rispetto. Un presidente capace in sole 24 ore di regalare un giocatore come Zauli e di portarlo in città con il suo elicottero personale, quasi a mostrare muscoli e trofeo. Borioso, appunto. Come quando a ogni ritiro provava a convincere i giornalisti che birra e Wiener Schnitzel (cotoletta con le patatine) fosse una prelibatezza unica.

C’era un uomo vulcanico, umorale, irascibile, a volte disposto a farti credere di essere pronto a dare tutto per una giusta causa e a volte capace di mandare tutto in vacca per semplici bizze caratteriali. Un uomo che non ha mai visto una partita intera allo stadio. Al massimo riusciva a restare fino all’intervallo, poi chiamava un taxi e girava la città per un’ora. I tassisti lo portavano ovunque anche nei posti più reconditi e in auto la radio era tenuta rigorosamente spenta. Scostante e ambizioso. Lunatico e pragmatico. Puerile e maturo. Casinista e malinconico. Generoso e scaramantico. E anche in questo era simile al palermitano. Nell’anno della storica promozione si narra che abbia donato venticinquemila euro alla chiesa di Santa Rosalia. Ha aiutato e dato lavoro a moltissime persone. E ha pagato sempre tutti, non solo gli allenatori che ha defenestrato ma soprattutto i dipendenti della società a cui ha sempre regalato un extra per Natale.

Ma fin quando sei sul carro della gloria le paure del futuro restano lontane. Zamparini licenzia ancora una volta l’allenatore? Ha fatto bene. Urla in televisione per un errore arbitrale? Ci sta difendendo. Si propone alla guida della Lega Calcio? Vuol fare valere anche i nostri interessi. Dice che vuole mollare tutto? È solo un teatrino orchestrato. Ma il gioco del giustificazionismo ha una data di scadenza. Così come la pazienza. E la riconoscenza del tifoso.

La storia la fanno i vincitori, dicono. E la gente ti apprezza per le ultime cose che hai fatto. Forse la fine è arrivata tardi. Diranno che avrebbe dovuto lasciare prima, risparmiando tempo ed evitando di logorare sé stesso e il rapporto con la tifoseria. Così negli ultimi anni il vulcano si è spento. Decretando non tanto un sollievo salvifico quanto il desiderio di liberazione. Il presidente si è spento e il popolo si è acceso di rabbia e di rancore. Ma vivere sotto un vulcano è sempre innaturale. E pericoloso. Impari a giocare col fuoco ma devi mettere in conto anche l’ustione.

Dicono che arriverà una società inglese. Arriveranno i Lord che magari hanno più “piccioli” da investire. Oppure finirà tutto a tarallucci e vino e si brancolerà di nuovo per anni nel buio. Ma adesso siamo primi in classifica, magari andremo in Serie A. Sì, ma lo stadio non si riempie da tempo. E la campagna acquisti? Arriveranno i soliti ignoti o i colpacci dell’era Zamparini? Lui non c’è più, ma alla fine sono tutti imprenditori col portafoglio prima e con la passione poi. Però siamo la quinta piazza d’Italia, una vetrina pur sempre appetibile, abbiamo tifosi sparsi per il mondo. Dipenderà tutto dai progetti in cantiere e dagli investimenti. Al massimo si tornerà a giocare con la Battipagliese e la Nocerina. L’acqua mi bagna e il vento mi asciuga, recita un antico proverbio siciliano a indicare quel fatalismo insito nell’animo palermitano. Presidenti, direttori tecnici, allenatori, vittorie e sconfitte, campioni blasonati e mezze cartucce passano ma alla fine il vero rosanero porterà sempre dentro di sé quella felice rassegnazione e quella felicità rassegnata. E l’odore della frittura sarà sempre lì, la domenica di fronte allo stadio.