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Perché in Italia non ci sono allenatori stranieri?

Con l'esonero di Velázquez, tutti i tecnici in Serie A sono cresciuti calcisticamente in Italia.

Di Alfonso Fasano

L’atlante delle panchine italiane è il più autarchico d’Europa: la Serie A è l’unica delle cinque leghe più importanti del continente ad avere la totalità degli allenatori allevati in casa. Un unico tecnico straniero per 20 squadre: Ivan Juric da Spalato, sud della Croazia. Solo che anche Juric si è formato nel nostro paese, ha avviato la carriera di allenatore dopo gli anni da calciatore con il Crotone e il Genoa e l’apprendistato come vice di Gasperini. Ad inizio stagione c’era anche Julio Velázquez, spagnolo di Salamanca ingaggiato dall’Udinese dopo due buone annate sulla panchina dell’Alcorcón: è stato esonerato alla 12esima giornata, i friulani avevano 9 punti in classifica. Il suo sostituto è Davide Nicola, quasi come a voler completare per forza l’en plein italiano.

La resistenza della Serie A ai tecnici provenienti dall’estero è una condizione che si evidenzia soprattutto nel confronto a distanza con i principali campionati europei: in Bundesliga ci sono tre allenatori stranieri per diciotto squadre, in Ligue 1 il rapporto è tre su venti (però ad inizio stagione c’erano cinque tecnici formati fuori dalla Francia); cinque club della Liga sono guidati da un allenatore argentino, mentre in Premier lavorano solo cinque manager britannici. Le differenze del presente sono coerenti con le tendenze del passato: negli ultimi vent’anni, solo Eriksson e Mourinho hanno strappato lo scudetto ai tecnici italiani, per un totale di tre successi (Lazio 2000, Inter 2009 e 2010). Nello stesso arco di tempo, dodici edizioni della Premier League sono state vinte da manager non inglesi, mentre la Liga è andata nove volte ad un allenatore straniero. Le quote di Germania e Francia sono più basse, solo che Bundes e Ligue 1 sono entrate di recente nell’era della contaminazione: Van Gaal, Guardiola e Ancelotti hanno vinto cinque Meisterschale al Bayern Monaco tra il 2010 e il 2017; Ancelotti, Leonardo Jardim e Unai Emery hanno trionfato con Psg e Monaco tra il 2013 e il 2018.

In un’intervista a Vanity Fair, Renzo Ulivieri – direttore della scuola allenatori di Coverciano e presidente dell’associazione di categoria – ha parlato così del rapporto tra i tecnici stranieri e la Serie A: «Quando a Mourinho chiedono “Cosa ti manca di più della Serie A?”, lui risponde sempre: “La battaglia tattica”. Il nostro è un campionato difficile, per noi italiani l’arte di allenare viene tramandata sul campo». È difficile spiegare concretamente le parole di Ulivieri, per comprendere la sua definizione arte di allenare è necessario indagare nei programmi dei corsi di Coverciano, l’unica scuola del Paese dove è possibile seguire le lezioni e dare gli esami per il conseguimento dei patentini Uefa Pro. Il nostro approccio alla didattica del gioco è di tipo elastico, lascia grande libertà creativa ed interpretativa, come spiegato dallo stesso Ulivieri a Undici: gli aspiranti tecnici studiano tutte le filosofie calcistiche più importanti degli ultimi decenni, poi declinano le nozioni acquisite in base alla loro idea di calcio e alle caratteristiche dei giocatori a disposizione. È un modello che insegna la flessibilità e ricerca la completezza formale, per cui gli allenatori che si formano in Italia hanno – almeno in teoria – gli strumenti per attuare come per destrutturare ogni tipo di strategia, per costruire un ampio menu tattico da cui poter scegliere la miglior soluzione.

Non esiste un background di riferimento imposto o condiviso, tipicamente italiano, quindi i nostri tecnici progettano e preparano le loro squadre in base a principi di gioco differenziati. È così che la Serie A offre un’ampia varietà di sistemi: il calcio posizionale ibrido di Allegri, le transizioni di Di Francesco, il possesso verticale di Ancelotti, le sofisticate geometrie di Giampaolo, il gioco di rimessa di Iachini e Nicola. Oltre a questa imprevedibilità a monte, ci sono pure le variazioni strategiche a valle: sebbene molti allenatori italiani, a tutti i livelli, abbiano sviluppato la tendenza a preferire un calcio non esclusivamente speculativo – tanto che la Serie A ha una media gol simile o anche superiore agli altri grandi campionati europei –, le scelte tattiche per ogni partita sono diversificate per atteggiamento difensivo, spaziature in campo, meccanismi offensivi, e rispetto alle caratteristiche degli avversari. È una fluidità reattiva a una moltitudine di variabili, e ha sempre caratterizzato la cultura del gioco dei nostri allenatori. Mosse e contromosse: così si concretizza la battaglia tattica, l’altro concetto espresso da Ulivieri.

All’estero questa doppia differenziazione è meno marcata, ed è una questione di formazione, anzi di strategia della formazione: le scuole per allenatori lavorano per creare un’identità condivisa, basata su principi di gioco sostanzialmente fissi, che poi ogni allenatore rimodula solo in un secondo momento. Soprattutto in Germania e in Spagna, le accademie insegnano una prima sovrastruttura che viene adottata a tutti i livelli della piramide calcistica, dai settori giovanili fino ai campionati maggiori. È un sistema player-oriented, propedeutico a uno sviluppo organico e coordinato dei giocatori, ma che porta anche ad avere tante squadre che praticano un calcio similare. L’esempio di Germania e Spagna è stato seguito anche dalla Football Associations, che dal 2014 ha avviato il programma England DNA per creare una nuova generazione di manager con una filosofia di riferimento, che punti a «dominare il pallone in maniera intelligente, e a riconquistarlo nel più breve tempo possibile». È un tentativo ambizioso, soprattutto alla luce della crisi congiunturale del coaching britannico, per cui gli allenatori inglesi si sono rivelati impreparati a comprendere l’evoluzione del gioco e ad assorbire l’invasione straniera sulle panchine di Premier League.

Il vecchio luogo comune che racconta la Serie A come un complesso rompicapo di schemi e contrapposizioni strategiche è dunque verificato nella realtà. I tecnici stranieri provengono da un contesto tattico tendenzialmente omogeneo rispetto alle loro stesse conoscenze, quindi fanno fatica ad adattarsi ad una lega che non ha un’identità tattica precisa, che anzi ospita tante identità differenti in lotta per il sopravvento, o per sopravvivere – a seconda degli obiettivi dei club. Non è un caso che nelle ultime venti edizioni della Serie A solo Cúper, Mourinho, Garcia e Benítez siano stati gli unici allenatori non formati in Italia a superare la media di 1,80 punti per match per almeno due stagioni. Allo stesso modo, solo un tecnico dall’approccio reattivo, per di più alla guida di una squadra fortissima (Mourinho con l’Inter 2008-2010) è riuscito a vincere lo scudetto. I progetti attuati da allenatori più radicali, anche ad altre latitudini di classifica – Luis Enrique, Petkovic, Paulo Sousa e de Boer prima di Velázquez – sono naufragati dopo iniziali propositi di rivoluzione, una rivoluzione concettuale prima che tattica. È anche una questione di mentalità: la Serie A concede pochissimo agli esperimenti, i nostri club fanno fatica ad aspettare la costruzione di un’identità tattica che sopravviva nel tempo. L’ultimo allenatore straniero in grado di rimanere per più di due stagioni consecutive alla guida di una squadra italiana è stato Rudi Garcia. Che poi è stato esonerato dalla Roma a metà del terzo anno.

Durante il suo intervento al recente Festival dello Sport di Trento, Pep Guardiola ha parlato del calcio italiano dal punto di vista tattico: «I club di Serie A e la Nazionale hanno vinto tantissimo proponendo un gioco sempre diverso, con un stile difensivo ma anche offensivo. Ora state attraversando una crisi di risultati, per risolverla dovete intervenire sulle motivazioni che hanno portato a questo calo, e non è una questione di talento che manca. In Spagna abbiamo imparato tanto da voi, però poi abbiamo scelto una strada e l’abbiamo seguita fino a costruire le vittorie degli ultimi anni». È una fotografia equilibrata, che in qualche modo evidenzia tutti gli aspetti del nostro modo di intendere il calcio, in senso positivo e negativo. La flessibilità ideologica dei nostri tecnici è una qualità preziosa, storicamente ricercata all’estero, basti pensare che solo l’Italia conta almeno un allenatore nell’albo d’oro delle cinque leghe più importanti d’Europa.

Allo stesso modo, però, questo tipo di approccio finisce per limitare lo sviluppo del talento in senso sistemico, secondo un’identità condivisa, perché ogni allenatore ed ogni squadra hanno dei riferimenti diversi, e allora costruiscono circuiti di crescita differenti per i calciatori. Una situazione che, inevitabilmente, penalizza anche la nazionale. Alla lunga, poi, la Serie A potrebbe finire per chiudersi in una sorta di isolazionismo autoreferenziale, per cui la battaglia tattica sui nostri campi si combatterà solo secondo il nostro codice, senza accettare contaminazioni dall’esterno se non nelle partite internazionali. Un rischio che porterebbe gli allenatori a rimanere indietro rispetto alla naturale, inarrestabile evoluzione del gioco. Lavorare al giusto equilibrio tra tutti questi ingredienti, tradizione, innovazione e integrazione, è la sfida necessaria per futuro del campionato italiano.