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Il nuovo equilibrio del Leicester

Un inizio complesso, ma ora, a sorpresa, è la prima squadra dopo le Big Six.

Di Fabio Pisanu

Utilizzare una narrazione “normale”, quando si parla del Leicester City, sembra impossibile. Praticamente tutto quello che è accaduto alle Foxes negli ultimi anni – la risalita dalle serie inferiori, l’adrenalinico ultimo minuto della semifinale di Championship 2012/13 con il Watford, l’esonero di Nigel Pearson, la cavalcata dei ragazzi di Claudio Ranieri, la tragica scomparsa di Vichai Srivaddhanaprabha – è lontano anni luce da quella che dovrebbe essere la vita ordinaria di una squadra di calcio. Il 2019 del Leicester si è aperto il 1° gennaio con una vittoria esterna in casa dell’Everton (0-1, rete di Vardy) e tre punti che proiettano la squadra allenata da Claude Puel al settimo posto in classifica. Cioè, con ogni probabilità, verso la posizione più alta cui una squadra non facente parte delle Big Six possa ambire.

Ma non era per nulla scontato che all’apertura del nuovo anno ci fosse ancora Puel alla guida della squadra. Un tecnico poco amato, che già a dicembre sembrava sull’orlo dell’esonero: «Puel cammina sul ghiaccio sottile», scriveva il Guardian poco prima di Natale e lo faceva a ragion veduta. La squadra aveva vinto solo due delle ultime dieci gare e avrebbe dovuto sfidare Chelsea, Manchester City, Cardiff ed Everton a cavallo delle feste. A decidere il destino di Puel doveva essere – verosimilmente – il risultato della gara con i gallesi, con un’unica opzione a disposizione: la vittoria. E invece, nonostante  il Cardiff City abbia espugnato il King Power Stadium con una rete al 92’, il francese è ancora al suo posto. Perché dalle altre tre gare le Foxes hanno rimediato 9 punti su 9, battendo, prima dell’Everton, sia il Chelsea di Sarri che il Man City di Guardiola. Fornendo alla stampa materiale per un’altra storia “stile Leicester”.

Il gol di Albrighton del momentaneo 1-1, prima del vantaggio di Ricardo, contro il Man City lo scorso 18 dicembre

A due anni e mezzo dallo storico titolo, il Leicester City è una squadra molto diversa da quella che alzò il trofeo della Premier League. Molti giocatori sono partiti e anche il mood della città è ovviamente differente. Eppure, nonostante il disamore che lo circonda, Claude Puel (cui si rimprovera un gioco poco brillante e un isolamento personale nel quale il grigio ex tecnico di Southampton, Nizza e Lille sembra invece crogiolarsi) è riuscito a rimettere in piedi una squadra in grado di dare fastidio alle grandi e a competere per mettere in fila dietro di sé le altre tredici rivali.

In campo e nello spogliatoio la continuità è assicurata dai pochi senatori rimasti. La fascia da capitano è divisa fra il vecchio pirata Wes Morgan e Kasper Schmeichel, che ormai totalmente affrancato dall’immagine del figlio d’arte, si è ritagliato un ruolo importante, da leader vero. Con le parate e con le parole, come quelle toccanti  scritte dopo l’incidente aereo costato la vita al chairman a fine ottobre, al quale il danese ha praticamente assistito, impietrito, da poche centinaia di metri. Oltre ai due baluardi difensivi, degli eroi del 2016 restano poi Jamie Vardy, Grey e qualche comprimario di lusso come l’ottimo Albrighton, Fuchs e Okazaki. A loro la dirigenza ha affiancato poco per volta, a partire dall’estate 2016, giovani di belle speranze come Wilfred Ndidi, Kelechi Iheanacho e – nelle estati successive – Harry Maguire (ormai colonna anche dell’Inghilterra) e James Maddison, assieme a giocatori più esperti come Vicente Iborra e Jonny Evans.

Una squadra dalle discrete qualità ma – senza i vari Kanté, Drinkwater e Mahrez – quasi obbligata a deviare dal modello di calcio proposto da Ranieri nell’annata del titolo. Di quella squadra, che un momento dopo essersi chiusa a riccio in difesa era in grado di ferire mortalmente l’avversario con le sue rasoiate in ripartenza, non è rimasta che una vaga reminiscenza: Puel ha proposto fin dal suo arrivo, a ottobre del 2017, una squadra più compassata, modellata nella sua versione 2018/19 – pur in un’epoca di calcio fluido – sulla forma del 4-2-3-1. Un undici votato al possesso di palla, ma apparso a volte in difficoltà nella costruzione, spesso addirittura svogliato. Un gioco poco congeniale ai protagonisti, forse non del tutto convinti del modello proposto dall’allenatore, di cui la stampa inglese racconta le interminabili sessioni di allenamento prive di brio. Con diversi effetti collaterali, classifica a parte: una ritrovata fragilità difensiva e l’isolamento di Vardy, poco propenso al gioco di sponda e mortificato nonostante sia l’unico elemento in grado di fare la differenza in Premier League.

Hamza Choudhury ferma Andre Gomes nella partita contro l’Everton (Clive Brunskill/Afp/Getty Images)

Per trovare una formula credibile e salvare se stesso prima di tutti – dunque – Puel è dovuto entrare nel suo immaginario laboratorio per rimescolare i vari ingredienti. Quello che è emerso dalle sue alchimie pre-natalizie è un nuovo centrocampo a tre, composto da Ndidi, Nampalys Mendy e dalla sorpresa Hamza Choudhury. L’under 21 inglese, riconoscibile in campo per una folta chioma à la Fellaini, ha fatto il suo esordio dal primo minuto proprio contro il Chelsea. L’obiettivo di Puel era quello di congestionare gli spazi centrali per opporsi al palleggio di Jorginho e soci, impedendo per quanto possibile un accesso facile all’area di Schmeichel. Missione compiuta a Stamford Bridge e poi riproposta contro Man City ed Everton. Per il giocatore di padre grenadiano e madre bengalese il bilancio è fin qui lusinghiero: tre vittorie nelle sue prime tre gare in Premier da titolare e l’impressione che il suo dinamismo e la sua irruenza giovanile possano essere complementari alle doti di Ndidi (che spicca per duelli aerei vinti, 4,3 a gara secondo WhoScored) e Mendy (miglior passatore della squadra con l’89% di precisione).

Un altro segreto della “rinascita” del Leicester, si trova sui lati del campo. In difesa la sinistra è l’habitat naturale di Ben Chilwell, 22 anni appena compiuti, uno dei prospetti più interessanti nel ruolo anche in chiave Nazionale. Dinamico e forte nel gioco aereo, preferisce difendere posizionalmente la sua zona per poi dare la massima ampiezza sul lato sinistro e proporsi in avanti con sovrapposizioni puntuali sui compagni. L’altra sorpresa è Ricardo Pereira. Il terzino acquistato dal Porto la scorsa estate non è solo il match winner della sfida del Boxing Day contro Guardiola. Rapido e potente, in grado di essere utilizzato con successo su entrambi i lati della difesa a quattro, Ricardo aiuta – assieme al terzino opposto – a dare quella spinta che al Leicester è mancata nella prima parte di stagione. Contro l’Everton, Puel lo ha addirittura schierato sul lato sinistro della linea avanzata, a pochi metri da Vardy. E proprio da una sua intuizione, dopo un errore di Keane e una dormita di Zouma, è nato l’assist per la rete decisiva dell’attaccante.

Ben Chilwell in azione contro il Manchester City (Paul Ellis/Afp/Getty Images)

A proposito, Jamie Vardy. Meno di un mese fa, a chi gli chiedeva se le 5 reti segnate fino a quel momento fossero poche e se lo stile voluto da Puel non gli si adattasse rispondeva in modo schietto: «È vero, non si adatta. Sta a me adattarmi? Sì e l’unico modo è continuare a lavorare in allenamento». Fra diplomazia calcistica e una rinfrescata all’etica working class che lo ha reso celebre, il numero 9 ha fatto capire che la squadra stava faticando e soffrendo la situazione.

L’inaspettato sviluppo a cavallo di capodanno sembra aver dato nuovo vigore agli ex campioni di Inghilterra e indicato una via al grigio tecnico francese. Se riuscirà a dare continuità ai risultati e a trovare una formula valida  anche contro le “piccole”, il Leicester – oltre a dare noia a chiunque – può essere un ottimo candidato per quel sesto o settimo posto che, alle giuste condizioni (aspettando i vincitori di Carabao e FA Cup) vale il ritorno in Europa.