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Il miglior Zapata fino a qui

È all'Atalanta che il colombiano sembra finalmente completo.

Di Claudio Pellecchia

Le statistiche riguardanti Duvan Zapata dell’ultima parte del 2018 sono eccellenti, al limite dello sbalorditivo: con dieci gol – nove nel solo mese di dicembre, davanti a Quagliarella (7), Milik, Kane, Salah, Messi (6) e Cristiano Ronaldo (5) nella speciale classifica – nelle ultime nove partite di Serie A, il giocatore colombiano è attualmente l’attaccante più prolifico dei cinque maggiori campionati europei, oltre che quello maggiormente incisivo in termini di impatto delle prestazioni singole su quelle della squadra – quella di Gomez al 42’ della sfida contro il Sassuolo è stata la prima rete dell’Atalanta nelle ultime sei gare (striscia aperta dopo il ko a Empoli del 25 novembre) a non essere stata segnata da Zapata. Inoltre nel periodo che va dal 3 al 17 dicembre, comprendente il trittico Napoli-Udinese-Lazio che ha inaugurato l’attuale striscia realizzativa ancora aperta, i suoi cinque gol sono arrivati a seguito di altrettante conclusioni nello specchio della porta.

Si tratta, tuttavia, di numeri che non riescono a spiegare fino in fondo la «continuità pazzesca» (Gasperini dixit) di Zapata, che sembra aver trovato l’allenatore e il sistema in grado di valorizzare le sue caratteristiche di base non solo in termini puramente realizzativi, ma di crescita organica dell’intero repertorio. E se la scorsa è stata la stagione in cui Zapata ha fugato ogni dubbio sulla sua impiegabilità in contesto di medio-alto livello, tanto dal punto di vista tecnico – Giampaolo ha costruito parte delle fortune della sua seconda Sampdoria implementando un sistema di verticalizzazioni per vie centrali che non sarebbe proprio del suo playbook, ma che è stato esperibile grazie alla grande capacità del colombiano di fungere da primo riferimento offensivo per risalire il campo – quanto da quello della considerazione generale nei suoi confronti – ancora all’inizio del 2017/2018 Gigi Del Neri, appena confermato sulla panchina dell’Udinese, diceva: «Se al presidente chiedevano 25 milioni tra acquisto e ingaggio per confermare Zapata, che veniva spesso indicato come uno “scarpone” qui, che doveva fare? Non l’ha ripreso e ha fatto bene» –, quella attuale sta assumendo i contorni dell’annata dell’ultimo e definito salto di qualità, all’apice del prime tecnico, fisico e psicologico.

Il primo gol contro la Juventus, umiliando Bonucci

Se gran parte del successo, passato e presente, di Zapata è stato costruito intorno alla sua grande adattabilità a contesti tattici differenti, l’Atalanta di Gasperini rappresenta l’ambiente migliore possibile per massimizzare e, perché no, portare a un livello ulteriore, le sue qualità. La prima, la più immediata e probabilmente scontata, è la debordante fisicità messa al servizio della squadra: in un sistema in cui il centravanti funge(va) da “specchietto per le allodole” per facilitare l’inserimento dei trequartisti (Gomez e Ilicic in particolare) nell’half space di riferimento, l’innata predisposizione al sacrificio del colombiano nella prima pressione sul portatore di palla avversario e nella corsa all’indietro in fase di non possesso (0,8 recuperi difensivi ogni 90 minuti, per quasi 2 falli commessi a partita, il 70% dei quali nella metà campo offensiva), non poteva che aderire perfettamente al profilo ricercato dall’ex tecnico del Genoa. E anche quando si tratta di costruire l’azione, la versatilità di Zapata consente di trovare soluzioni ulteriori al celebre sviluppo della manovra sulle catene laterali: la sua capacità di “sentire” l’avversario, rimodulando di volta in volta il modo di difendere il pallone adattandolo alle caratteristiche del diretto marcatore per giocare sui suoi punti deboli – si guardi sopra, il primo gol realizzato contro la Juventus, il quarto nelle ultime quattro partite disputate contro i campioni d’Italia: Bonucci viene letteralmente spazzato via dal campo, in una riedizione di quanto accaduto, seppur in misura diversa, due stagioni prima a Udine – consente ai bergamaschi di derogare dallo spartito classico, soprattutto nelle giornate in cui i granelli di sabbia in un meccanismo quasi perfetto cominciano a diventare troppi. Che sia una sponda di testa (almeno la metà dei duelli aerei in cui è protagonista lo vede vincitore) per favorire l’attacco della seconda palla o il fungere da perno centrale che favorisce lo scambio in spazi relativamente stretti nelle fasi di gara in cui le altrui linee di centrocampo e difesa si compattano facendo densità, la presenza di Zapata si sostanzia in un do ut des in cui a beneficiarne è tanto il singolo quanto il collettivo.

I dati relativi alla gara contro la Juventus mostrano quanto Zapata sia centrale nell’Atalanta di Gasperini ben al di là della doppietta realizzata: soprattutto nelle fasi in cui era la squadra di Allegri a mantenere il controllo del possesso, appoggiarsi al colombiano è stato naturale: 40 palloni toccati, e una precisione di tocco che ha sfiorato il 94 per cento. Anche perché parliamo di un giocatore in grado di garantire lo sviluppo del gioco coprendo il fronte offensivo tanto in ampiezza quanto in profondità, grazie a una sotovalutata capacità nell’uno contro uno – 1,1 dribbling riusciti sui 2 tentati ogni 90 minuti – che gli consente di creare per sé e per gli altri anche partendo da una posizione più esterna

L’altro aspetto che balza subito all’occhio, anche dell’osservatore meno attento, è il notevole miglioramento dal punto di vista realizzativo – nel 2017/2018, con la maglia della Sampdoriai gol erano stati 11 in 32 presenze. Quest’anno siamo già a quota 10 in 19, 12 in 25 considerando anche i turni preliminari di Europa League – il vero discrimine che determinerà il futuro a medio-lungo termine dell’attaccante colombiano. Andando oltre la circostanza che, in proiezione, il 2018/19 potrebbe essere (e per certi versi lo è già) la sua stagione più prolifica, Zapata si sta dimostrando molto affidabile, financo letale, negli ultimi 16 metri di campo: il dato relativo alla finalizzazione – ha impiegato appena 26 tiri per andare in doppia cifra: per intenderci, Cristiano Ronaldo, che è il capocannoniere con quattro gol di differenza, ha calciato verso la porta 31 volte in più – si sposa perfettamente con le caratteristiche di una formazione che produce tantissimo (miglior attacco del campionato a 2,05 gol a partita, quinta squadra della A per numero di conclusioni complessive effettuate) e che ha bisogno di concretizzare altrettanto per ottenere risultati in linea con aspettative che si sono fatte sempre più importanti con il passare del tempo. Tradotto in parole povere: Zapata riesce a coniugare il “lavoro sporco” che veniva richiesto a Petagna e Cornelius con un’efficacia sottoporta sconosciuta a questi ultimi.

La tripletta all’Udinese

Che si sia di fronte ad un formidabile attaccante di sistema, a un “one season wonder” o, ancora, ai prodromi di una carriera stabilmente ad alti livelli, Zapata – che è comunque l’acquisto più costoso della storia dell’Atalanta: prestito a 12 milioni, con riscatto fissato a quota 14 – si sta dimostrando particolarmente adatto alla nuova realtà (con eguali benefici per entrambe le parti in causa) oltre che assolutamente ricettivo agli stimoli provenienti dal suo allenatore. Non è un caso, infatti, che l’attuale periodo di immarcabilità sia susseguente alla sostituzione a metà gara contro l’Empoli, l’ultima in ordine di tempo in cui non ha trovato la via della rete, con Gasperini particolarmente ficcante nel post partita: «Non avevamo peso offensivo neanche con lui in campo e avevo bisogno di qualcos’altro a centrocampo, come Pasalic perché dovevamo schermare l’Empoli. Per questo l’ho tolto». Da lì in poi un giocatore sostanzialmente impraticabile e che sta «imparando quello che vuole l’allenatore. Fare il centravanti per lui non è difficile». E il campo è lì a dimostrarlo.

 

Immagini Getty Images