Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

La nuova Coppa d’Asia è molto più di una coppa

Politica, guerra e debuttanti: le mille storie della AFC.

Di Vincenzo Lacerenza

Una nuova era

La diciassettesima edizione della Coppa d’Asia, in corso dal 5 Gennaio al 1 febbraio negli Emirati Arabi Uniti, è il trionfo delle novità. Per la prima volta, nella storia del secondo torneo continentale per Nazionali più antico del mondo, ai nastri di partenza ci sono ventiquattro squadre, come stabilito nel 2014 dal Comitato Esecutivo dell’AFC, il governo del calcio asiatico. La scelta di dotarsi di un format extralarge, pensata per rendere meno elitario il torneo sovrapponendo contiguamente le eliminatorie alla coppa continentale alle qualificazioni mondiali, però, può rivelarsi un boomerang. Appare piuttosto inevitabile, infatti, che aprire le porte ad altre otto Nazionali, se da un lato garantisce maggior rappresentatività territoriale, dall’altro rischia di diluire la qualità dello spettacolo offerto, evidenziando ancora di più una delle criticità endemiche del torneo, ovvero la scarsa affluenza di pubblico negli stadi, alla quale la AFC da anni non sembra trovare rimedio: «Tutto il mondo pensa che la Coppa d’ Asia non sia un bel torneo», ha dichiarato nel 2011 il centrocampista australiano Brett Holmann durante la Coppa d’Asia ospitata dal Qatar. Non certo il solo ad avere questa opinione. Il suo allenatore dell’epoca, Holger Osieck, era stato persino più caustico nell’esprimere lo stesso concetto, ipotizzando che le Forze Armate del Qatar si mischiassero ai pochi spettatori, migliorando così il colpo d’occhio degli impianti, esclusivamente per non fare brutta figura agli occhi del Mondo.

Tifosi degli Emirati Arabi Uniti al Zayed Sports City stadium di Abu Dhabi (Khaled Desouki/Afp/Getty Images)

Politica e dintorni

La prevedibilità del torneo, storicamente piuttosto elitario in fatto di vincitori, probabilmente poi ha fatto il resto, azzerando la suspence e facendo calare l’attenzione verso la competizione. Dando una rapida occhiata all’albo d’oro è piuttosto facile intuire come le grandi del continente più esteso del Mondo, come Corea del Sud, Arabia Saudita, Iran e Giappone, si siano passate ciclicamente la corona più ambita d’Asia, lasciando le briciole alle altre Nazionali, con alle spalle federazioni magari cronologicamente più antiche, ma meno equipaggiate a livello tecnico-tattico. A spezzare la monotonia di tanto in tanto, comunque, non sono mancati i colpi di scena regalati da Nazionali insospettabili, con rose composte perlopiù da giocatori costretti a militare all’estero: per un breve periodo, nel 2007, ad esempio, l’Iraq ha smesso di occupare le prime pagine dei quotidiani per questioni belliche, ma ha fatto parlare di sé nel mondo per le imprese calcistiche della propria Nazionale, campione a sorpresa della Coppa d’Asia ospitata quell’anno congiuntamente da ben quattro Paesi: Indonesia, Vietnam, Thailandia e Malesia. Quel torneo doveva essere ricordato più che altro per essere il primo disputato dall’Australia dopo il trasferimento dalla OFC, ma i Leoni di Babilonia, allenati dal portoghese Jorvan Viera, hanno realizzato l’impronosticabile e cambiato il corso anche della memoria, sollevando al cielo la Coppa d’Asia dopo aver battuto in finale a Giacarta l’Arabia Saudita grazie a un gol del leggendario capitano Younis Mahmoud, l’unico giocatore iracheno della storia ad essere comparso nelle liste del Pallone d’Oro. Un trionfo sportivo storico per l’Iraq, che da quel momento in poi non ha vinto più nulla.

La “cavalcata trionfale” dell’Iraq nel 2007

Anche in altri casi, in Coppa d’Asia, le tensioni politiche, o comunque le vicende relative allo scacchiere geopolitico internazionale, sono passate in primo piano rispetto all’aspetto sportivo. Nel 1964, per dire, Israele, che dagli anni ‘90 fa parte della Uefa, si è aggiudicato la terza edizione della Coppa, superando in finale l’India dopo averne perse due consecutive negli anni precedenti con la Corea del Sud, ma di quel trionfo negli archivi video della AFC non c’è traccia. Un’omissione, chissà quanto fortuita, finita al centro di un vero e proprio caso imbarazzante per la AFC. Quattro anni fa, alla vigilia del torneo ospitato l’Australia, la confederazione asiatica ha pubblicato un video di circa tre minuti in cui ricordava la storia della competizione dagli albori fino ai giorni nostri, ma ha incredibilmente aperto un buco nero sul 1964, l’edizione ospitata e vinta appunto da Israele, poi scomunicato dalla AFC dieci anni più tardi sull’onta delle proteste delle Nazionali arabe, sempre più renitenti a giocare sul suolo israeliano: «Ci sono Paesi nella AFC che desiderano che Israele non esista. Sarebbe una grande vergogna per il gioco mondiale, che dovrebbe unire e ispirare, se l’omissione di Israele dal film fosse un atto di revisionismo storico politicamente motivato», ha commentato la questione, utilizzando toni piuttosto perentori, Alexander Ryvchin, portavoce del Executive Council of Australian Jewry.

La partita tra Filippine e Corea del Sud all’Al Maktoum Stadium di Dubai (Francois Nel/Getty Images)

Il ballo delle debuttanti

Dal 1964, edizione a cui presero parte solamente quattro squadre, ad oggi, cui ne partecipano venti in più, comunque, le cose sono parecchio cambiate. Proprio il nuovo format extralarge del torneo, voluto fortemente dalla AFC, se da un lato rischia di abbassare più o meno sensibilmente l’asticella dello spettacolo, dall’altro ha anche degli aspetti sicuramente positivi: regala visibilità a Paesi e Nazionali finora relegate alla periferia del calcio asiatico: quest’anno, ad esempio, sono tre le debuttanti assolute ai nastri di partenza della Coppa d’Asia: Filippine, Kirghizistan e Yemen, anche se quest’ultimo aveva partecipato in passato con la vecchia denominazione di Yemen del Sud. Tra queste solo le Filippine, un’autentica cooperativa della diaspora – di cui fanno parte tedeschi, come l’inesauribile capitano Stephan Schröck, spagnoli come il bomber Javier Patiño, inglesi, ma anche italiani – allenata dallo svedese Sven-Göran Eriksson, sembra avere qualche chance di passare il turno, nonostante la sconfitta all’esordio con la Corea del Sud del portoghese Paulo Bento: «Abbiamo dimostrato a tutti che le Filippine possono giocare a calcio, pur sfidando una delle pretendenti al titolo. Nonostante la sconfitta, la fiducia nel passaggio del turno è aumentata», ha dichiarato fiducioso il guru dell’ultimo scudetto della Lazio.

L’esordio assoluto dello Yemen: sconfitta 5-1 contro l’Iran

Quella di avere in panchina un allenatore europeo, o comunque non autoctono, sembra essere qualcosa più di una moda del momento tra le Nazionali asiatiche, ma somiglia più a uno status symbol, come se il know how portato in dote dai professionisti del Vecchio Continente fosse imprescindibile per crescere e far strada sul torneo. 18 formazioni su 24, infatti, si sono affidate ad una guida europea, più ci sono un africano ed un sudamericano, l’argentino Héctor Cúper, incaricato di plasmare l’ultima nidiata di talenti dell’Uzbekistan, vincitrice dell’ultimo torneo U-23 dell’AFC, battendo in finale il Vietnam della stellina Nguyen Quang Hải, trequartista dai piedi vellutati, tra i giocatori più interessanti da seguire in questa Coppa d’Asia, ma già sul taccuino di molte big europee: da Alberto Zaccheroni, alla guida degli Emirati Arabi Uniti, Nazionale del Paese ospitante priva del talento riccioluto di Omar Abdulrahman, e Marcelo Lippi, all’ultimo giro di giostra al timone della Nazionale cinese; ai portoghesi Carlos Queiroz e Paulo Bento, al timone di due delle favorite al titolo come Iran e Corea del Sud, passando per gli spagnoli Juan Antonio Pizzi e Félix Sánchez, allenatori rispettivamente di Arabia Saudita e Qatar.

Lo yemenita Abdulwasea Al Matari viene ammonito durante la partita contro l’Iran (Khaled Desouki/Afp/Getty Images)

Una situazione ancora più tribolata è quella dello Yemen, altra esordiente assoluta guidata da un tecnico europeo, lo slovacco Ján Kocian, che ha raccolto al volo il testimone lasciato dall’etiope Abraham Mebratu, condottiero della storica qualificazione yemenita. Una sola condizione quella posta dallo slovacco per assumere le redini dello Yemen: «La situazione politica complica alcune cose. Per prima cosa, non entrerò nel Paese, è nel mio contratto, ma è un onore guidare questa squadra», ha confessato candidamente all’inizio dell’avventura. A questo, poi, vanno sommate le odissee che hanno dovuto affrontare i calciatori yemeniti per raggiungere il Paese specialmente via mare e la malinconica sensazione di privazione provata nel giocare le gare casalinghe di qualificazione in Qatar, lontani da casa e senza il sostegno del proprio popolo: «Non possiamo giocare in Yemen a causa della situazione di sicurezza ed è molto difficile per i giocatori, che vorrebbero giocare di fronte ai propri tifosi», spiegava amareggiato in tempi non sospetti il vecchio allenatore Mebratu. I cinque gol subiti dall’Iran all’esordio non lasciano grandi speranze per il futuro nella competizione, ma la sensazione è che per lo Yemen l’importante, fuor di retorica, sia semplicemente la presenza a questa Coppa d’Asia. Per i giocatori, che potranno sfruttare la vetrina offerta dalla rassegna continentale per strappare magari un contratto all’estero, ma soprattutto per la popolazione, ridotta allo stremo da quasi un lustro di guerra civile tra i ribelli Huthi e il governo centrale di Aden appoggiato dall’Arabia Saudita. Ne è sicuro Omar Al Masri, rinomata firma sportiva tra gli altri di Guardian, Al Jazeera e Bleacher Report: «Questo torneo è un modo per dare alle persone un po ‘di gioia e sollievo. La gente cerca di sopravvivere e, ma durante il torneo sicuramente riempira i cafè per guardare le partite».