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Il Parma, nonostante tutto

L'amore per i ducali raccontato da uno scrittore tifoso.

di Roberto Camurri

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In questi dieci anni di vita programmata in base a quando gioca la mia squadra, ho capito che il tifoso del Parma ama l’onestà, la ama così tanto che crede a chiunque si professi integerrimo. Ero presente alla conferenza stampa del presidente Ghirardi l’anno del fallimento dove, commosso, dichiarava che i conti della società erano in ordine e nessuno gli era creditore. Mi sono commosso anche io, volevo così tanto credere a quelle parole che le ho difese ovunque, ho litigato al bar, per strada, al lavoro, su Facebook e su ogni mezzo di comunicazione. Ed è stato lì, da quella che si è rivelata essere una delle più grandi delusioni della mia vita, che il tifo per il Parma si è trasformato in qualcosa di diverso; è stato quell’anno drammatico a segnare uno spartiacque, una linea così profonda da lasciare una cicatrice a tutta la città, non solo agli appassionati di calcio. Ed è quella la storia che secondo me è giusto raccontare, la storia di come la squadra e la sua tifoseria sono diventati una cosa sola.

Era il venticinque di gennaio quando abbiamo perso in casa col Cesena, ricordo soltanto la fine, quando i capi ultras si arrampicarono in cima alla recinzione che divide la curva dal campo per chiamare chiunque potesse spiegare cosa stesse succedendo. La società era sparita, nessuno pagava il gasolio per il pullman che avrebbe dovuto accompagnare la squadra in trasferta, i giocatori erano costretti a portarsi a casa le maglie e i pantaloncini usati per lavarseli da soli.

Avevamo il bisogno di stringerci a qualcuno, di una guida, qualcuno su cui riporre ancora tutta la nostra sconfinata fiducia. Quel qualcuno, durante quella contestazione, indossava la fascia da capitano al braccio e il numero sei sulla maglietta, gli altri giocatori arrivarono camminando piano, tristi e mesti come lo eravamo noi; soltanto il capitano non aveva lo sguardo alle scarpe sporche di erba, lo teneva alto, fisso su di noi, sul viso un’espressione strana che non gli avevamo mai visto. Si mise a posto i capelli, incrociò le mani dietro la schiena e restò lì ad ascoltare le offese, la furia di noi tifosi, poi allargò le braccia e disse soltanto, voi volete la società, eccola, siamo noi e indicò con le dita quei ragazzi che vestivano la nostra maglia, le loro espressioni abbattute, spaesate, indicò se stesso e poi indicò noi, e fu lì che tutto cambiò.

La domenica successiva celebrammo il nostro funerale, non giocammo, la squadra scioperò, minacciando di falsare il campionato. Noi tifosi ci ritrovammo davanti allo stadio, il cielo era grigio e pioveva una pioggia leggera, fastidiosa e perfetta, cantammo cori e bruciammo fumogeni, camminammo lungo lo stradone che collega il Tardini al centro della città, fummo educati, come bisogna esserlo ai funerali. Tornati sullo spiazzo davanti allo stadio qualcuno parlò e a me tornò in mente una scena di un romanzo di Bret Easton Ellis dove dei ragazzi accompagnano un loro amico in overdose all’ospedale e il dottore che lo prende in carico continua a decretarne la morte nonostante quel ragazzo gli stia ripetendo di essere ancora vivo. Ecco, quella domenica provai la stessa cosa, tutti ci davano per morti e noi ci rifiutammo di morire.

La domenica successiva lo sciopero continuò e tutti insieme, squadra e tifosi, decidemmo di festeggiare al centro di allenamento, noi salimmo sulle gradinate poco attrezzate per ospitarci tutti e la squadra scese sul campetto per fare una partitella, cantammo come se non ci fosse stato un domani, forse non ci sarebbe stato, ne eravamo tutti consapevoli. I più covavano la consapevolezza che saremmo spariti l’anno dopo aver conquistato l’Europa League arrivando sesti. Aspettammo i giocatori fuori dagli spogliatoi, in un clima di festa che faceva autoironia sulla nostra condizione, stappando bottiglie di vino per combattere il freddo che ci attanagliava, ci scattammo foto con la squadra, con quel capitano che ci stava prendendo per mano, fu come un rito, qualcosa che fuse la tifoseria e la squadra, diventammo una cosa sola ed è per quello, secondo me, che più tardi, quell’anno, io piansi per la prima volta allo stadio.

Finì con noi all’ultimo posto, non ce ne fregò tanto, ridemmo durante i mesi che ci accompagnarono alla fine della stagione. Poi passammo l’estate davanti al tribunale, accampati lì insieme ai giornalisti che, col passare del tempo, furono sempre meno; il caos creato, come qualsiasi cosa, scemò in fretta portando con sé anche l’interesse per la nostra vicenda. A noi non interessava nemmeno quello, non ci interessava nulla che non fossero le scalinate davanti a quel tribunale, che non fosse quel capitano che stava lì con le spalle dritte e la testa alta a difendere i nostri colori alla fine di ogni cosa, non sul campo, ma nelle aule di giustizia, nei colloqui col sindaco, nelle parole d’accusa dette ai giornalisti.

Imparammo a conoscere nomi di giocatori sconosciuti, imparammo a guardarci in faccia chiedendoci se fossero forti e imparammo che non ci interessavaFummo condannati alla Serie D, non ci interessò nemmeno quello, avremmo potuto di nuovo applaudire la nostra maglia, vederla di nuovo sudata. Imparammo a conoscere nomi di giocatori sconosciuti, imparammo a guardarci in faccia chiedendoci se fossero forti e imparammo che non ci interessava nemmeno quello, imparammo a godercela, a caricare sulle macchine per le trasferte borse termiche piene di Malvasia e panini col salame. Fu una cavalcata bellissima, non perdemmo mai, scoprimmo di essere di gran lunga i più forti di tutti e questo ci lasciò un senso strano di amaro in bocca, non eravamo abituati. Anche il fatto che le partite sarebbero andate in onda su Sky complicò la percezione della provincialità che vivevamo nelle tribune, nelle curve, complicò l’essere in diecimila abbonati che si muovevano in massa per le stradine di provincia che ci portavano dove avremmo giocato, in paesi di cui non avevamo mai sentito il nome. Complicò l’esserci lasciati alle spalle quel senso di fiducia incondizionata che ci aveva portato a finire così, sul campo di Arzignano a vincere con un rigore dubbio. In società c’erano soltanto soci parmigiani e, oltre loro, oltre il capitano che era rimasto lo stesso, sempre con il numero sei sulla schiena, una quota dedicata all’azionariato popolare, una quota di minoranza, certo, ma abbastanza importante per garantire un controllo sui bilanci e sull’operato della società.

Ci sembrò di fare le cose piccole, a misura della città che rappresentavamo, ci sembrava di procedere lungo un cammino tracciato su basi etiche e diverse da quel mondo professionistico che ci eravamo lasciati alle spalle. Non interessava davvero vincere, interessava esserci, interessava smarcarci da quello che eravamo stati, dai trionfi di Tanzi e dalle gioie malate della gestione Ghirardi, eravamo di nuovo noi, a sporcarci le mani e a sudare, senza avere obiettivi. Ci fece perciò male scoprire che all’esterno qualcuno, tanti, iniziò ad additarci come era stato fatto con la Juventus, come quel sistema che volevamo condannare, mi lasciò così tanto l’amaro in bocca che credetti al fatto che quella promozione, dalla Serie D alla Serie C, fosse qualcosa di dovuto e non ottenuto con fatica. Fu la prima delle gioie che sarebbero seguite che, per un motivo o per l’altro, ci sarebbero state smorzate.

Quando l’anno dopo ci accusarono di vendere le partite, nessuno fu in grado di portare la pistola fumante pronta a spararci per ucciderci ancora. Furono però giorni che noi tifosi vivemmo con l’angoscia che fosse vero, in cui leggevamo titoli di giornali sensazionalistici che ci davano colpevoli a prescindere, e, come sempre, ci stringemmo alla squadra, la inneggiammo e ci fidammo, e alla fine fummo lì, alla finale playoff giocata a Firenze, a colonizzare uno stadio che non era il nostro con le nostre maglie crociate scintillanti e bellissime sotto quel sole tiepido di giugno, a festeggiare un’altra promozione. Alla sera, tornati a casa, in piazza Garibaldi, bevemmo molto, come ci capita di fare quando vinciamo e come ci capita di fare quando perdiamo, ci guardammo negli occhi in mezzo ai cori da stadio cantati sotto la statua del condottiero che unificò l’Italia, alzavamo le spalle prima di abbracciarci, il senso di colpa era lì insieme a noi, a galleggiare sulle nostre teste festanti, insieme alla pesantezza di quei giorni in cui ci avevano additato come criminali.

Ed è quello che io amo del tifare Parma, quel sentirci in qualche modo inadeguati alla vittoria, quel senso di dispiacere che accompagna ogni impresa, anche quella della vittoria della Serie B. L’ultima giornata io e i miei amici ci rifiutammo di andare in trasferta a Spezia, ne avevamo fatta qualcuna e non erano andate bene, restammo al bar, ci gustammo la partita con la certezza che non sarebbe successo, che il Frosinone avrebbe vinto facile contro un Foggia che non aveva nulla da chiedere, eravamo cullati dalla certezza di un altro campionato nella serie cadetta, nessuno nella storia aveva ottenuto le tre promozioni in tre anni. Vincemmo con difficoltà. Il Foggia, nel frattempo, aveva segnato per primo, poi era stato raggiunto e superato dal Frosinone; nel bar, il solito di ogni partita, aleggiava lo stesso una sorta delusione, quel sentimento di tristezza che ti prende quando non si realizza l’impossibile e in qualche modo ci speravi. Avevamo gli sguardi incantanti allo schermo, nell’attesa della fine, i commenti si facevano frivoli e inutili. La tensione iniziava a smorzarsi quando un ragazzo entrò come una furia gridando che era inutile continuare a guadare il Parma, che avremmo dovuto cambiare canale, guardare l’altra partita. Il barista allora prese il telecomando e, mandandolo a cagare, schiacciò il tasto passando a Frosinone Foggia, al minuto ottantanove, nell’esatto momento in cui il pallone si staccò dal piede del giocatore con la maglia rossonera per disegnare la traiettoria più lenta mai vista in una partita di calcio prima di spegnersi in fondo alla rete consegnandoci la Serie A.

Eravamo in paradiso,
i primi ad aver fatto Serie D, Serie C, Serie B e Serie A, e non potevamo restarci troppo in quella beatitudine
Restai incredulo una decina di minuti, silenzioso, festeggiai senza convinzione, come di fronte a un miracolo, perché era a quello che avevo appena assistito, qualcuno accendeva fumogeni che iniziarono a riempire la via di un fumo giallo e blu. Eravamo in paradiso, i primi ad aver fatto Serie D, Serie C, Serie B e Serie A, e non potevamo restarci troppo in quella beatitudine. Dopo qualche giorno uscì la storia di quei messaggi incauti mandati ingenuamente che ci fecero passare un’altra estate col cuore in subbuglio, all’inferno, come quasi ogni volta, un’inchiesta che finì, di nuovo, in nulla. È questo, alla fine, a rendermi così tanto tifoso di questa squadra, la sofferenza mortale che diventa impresa, che diventa lo stringerci attorno al corpo ferito quasi a morte per sollevarlo e accudirlo e farlo diventare nostro. Il ricordarci costantemente che la vittoria non significa niente, che è passeggera, che la festa è effimera, che l’importante, alla fine di tutto, è essere ancora vivi.

 

Illustrazioni di Giuditta Aresi.
Tratto dal numero 25 di Undici