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Il silenzioso addio di Hamsik

La fine di un amore atipico tra il Napoli e il suo capitano.

Di Alfonso Fasano

Marek Hamsik lascia Napoli dopo dodici anni. Un’operazione che si è concretizzata in maniera inattesa per tempi e modalità, ma soprattutto un addio controculturale rispetto alla narrazione comune della città partenopea – infatti tutto si è svolto e si è consumato in silenzio, con estrema discrezione. In realtà, coloro che hanno hanno conosciuto davvero il personaggio Hamsik non sono rimasti così sorpresi dal suo comportamento, c’è una certa concordanza tra il vissuto del centrocampista slovacco e la fine della sua avventura a Napoli. Marek ha salutato il suo pubblico, il suo stadio, l’unica vera squadra della sua carriera, e l’ha fatto mantenendo il basso profilo. Ha preferito rimanere in silenzio, quasi come se non volesse distogliere l’attenzione dal campo da gioco.

È la coerenza circolare di Hamsik, capitano ma non capopopolo. Il suo attaccamento al Napoli si è sempre espresso attraverso il calcio, la sua leadership non è quasi mai stata politica, se non per i rifiuti alle offerte recapitate a De Laurentiis dal Milan e dalla Juventus, in diversi momenti della sua esperienza in azzurro. Anche quelle vicende di mercato sono state inizialmente taciute, sono diventate pubbliche solo dopo alcuni anni, oggi il cerchio si chiude con un trasferimento in Cina rimasto segreto fino all’ultimo. Probabilmente Hamsik ha voluto che tutto potesse essere ricondotto e riconducibile al calcio, è stata una scelta che ha pagato a livello statistico, Marek è diventato il recordman assoluto nella storia del club partenopeo per gol segnati (121) e per presenze (520) in tutte le competizioni. Solo che esiste il rovescio della medaglia, la sensazione a fine corsa è che lo slovacco non sia trasceso oltre la dimensione del gioco, dei numeri, quindi dei successi sul campo. È una questione di albo d’oro, ma anche di percezione del calciatore, del suo impatto culturale: il Napoli di e con Hamsik non ha coronato la corsa al grande trofeo italiano e/o internazionale, e allora è come se Hamsik lasciasse Napoli con una sensazione di incompiutezza. Un’impressione che non si può colmare con un discorso sulla sua grandezza emotiva, perché è stato proprio Marek a circoscrivere la costruzione del suo mito al campo da gioco.

Hamsik è stato semplicemente il suo calcio, con gli inevitabili alti e bassi della carriera di un atleta professionista. I tifosi del Napoli l’hanno apprezzato e criticato in base al suo rendimento, l’hanno eletto simbolo di fedeltà ed attaccamento ma intanto volevano un amore diverso, di tipo fideistico, cercavano di identificarsi in un giocatore-supereroe che potesse essere anche leader carismatico, oltre che tecnico – Lavezzi, Cavani, Higuaín, oggi Insigne e Mertens. È un po’ il destino inevitabile del popolo partenopeo, in una serie di saggi sul rapporto tra la squadra e la città i sociologi Amedeo Zeni e Angelo Frungillo hanno scritto che «Napoli sembra aver perennemente bisogno di un messia salvifico», come ad esempio Maradona. Ecco, Hamsik non è mai riuscito a soddisfare pienamente questo tipo di aspettative, ha interpretato il ruolo di capitano a modo suo, dall’inizio fino alla fine. Ha risolto e fallito le partite fondamentali come quelle marginali, è cresciuto mentre il Napoli cresceva, un percorso parallelo e condiviso di miglioramento costante, forse un po’ più lento del previsto dopo l’esplosione iniziale – un sospetto che vale per Marek come per la squadra partenopea.

Qualcuno ha dipinto Hamsik come un calciatore poco ambizioso, come se la sua carriera fosse l’estensione sul campo della politica manageriale di De Laurentiis, stabilmente nell’élite eppure priva del grande acuto vincente. È una lettura severa, la realtà è necessariamente più sfumata: Hamsik ha scelto di rimanere a Napoli, ha provato ad affermarsi insieme con la squadra, un percorso meno convenzionale rispetto ai calciatori della sua generazione; ha provato a definirsi in maniera diversa, forse più romantica, magari l’idea era quella di trasformare la sua comfort zone geografica ed emotiva nel luogo di un trionfo storico, indimenticabile. Solo che il tempo non gli è bastato.

Piuttosto che nella mancanza del grande successo personale o di squadra, la prossimità di Hamsik con la filosofia del club di De Laurentiis va ricercata proprio nel distacco rispetto alla città: Marek ha scelto di vivere a Napoli (in realtà a Castel Volturno, a pochi passi dal centro di allenamento) ma ha sposato solo formalmente i napoletani, non ha interiorizzato che una parte della loro psiche, quella più discreta, meno rumorosa ma anche meno passionale; allo stesso modo, non ha fatto leva su certi sentimenti popolari. Un atteggiamento condiviso con la società, accusata di essere emotivamente distante da un pubblico troppo incline ad atteggiamenti esasperati, nel bene e nel male. Hamsik è stato un leader freddo, ha accompagnato e rappresentato e salutato il Napoli senza tradire sé stesso, il suo modo di essere e di concepire la fedeltà come stanzialità ed emanazione diretta del gioco. Sarà ricordato proprio così, e forse non desiderava altro che questo.

 

Foto Getty Images