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Il tennis è un’ossessione

Qual è l'impatto del tennis sull'esistenza? Lo spiega Vite brevi di tennisti eminenti.

Di Francesco Longo

Per il fotografo francese Jacques-Henri Lartigue il tennis «non rientrava nella categoria sport, e neppure in quella del loisir: era un mondo a sé». In questo mondo a sé si possono trovare elementi che aiutano a capire cosa sia la bellezza: «La leggerezza, la grazia, e una specie di felicità». Se si trattasse soltanto di uno sport, non ci si dovrebbe continuamente interrogare sul perché il tennis attecchisca come una malattia nelle persone che lo praticano e in chi lo osserva. Il tennis invece ha molto più a che fare con un modo ossessivo di stare al mondo e se davvero si scoprisse che è una patologia sarebbe a metà strada tra l’innamoramento e la dannazione. Di fatto, ogni indagine sul tennis – biografie di tennisti, saggi storici, reportage narrativi, testi che lo analizzano come una vera e propria filosofia – mette a fuoco uno dei tanti caratteri di questo seducente spettacolo di eleganza e tormento spirituale. Nel suo nuovo libro, Matteo Codignola ha scelto di raccontare le vite di anomali protagonisti della storia del tennis, vicende a volte tangenziali alla grande narrazione dei campioni più celebri, concentrandosi su attimi privati, su dettagli che si caricano di senso se inseriti nell’epica generale di questo gioco. Codignola è mosso dall’esperienza personale, quella di giocatore affetto da una dipendenza senza speranza di disintossicazione: «Alla possibilità di una guarigione non ho mai creduto», scrive; ma più concretamente è partito da una raccolta di fotografie di agenzia del circuito amatoriale del secondo dopoguerra. Vite brevi di tennisti eminenti (Adelphi) è infatti il tentativo di ricostruire storie personali di figure spesso dimenticate o minori, in cui coglie episodi in grado di fare luce sulla psicologia di tutti i giocatori e sull’impatto del tennis nell’esistenza.

Le venti storie scelte impressionano per come lasciano intendere che il tennis e la vita di chi lo ha sposato – fosse anche per un breve periodo – aderiscano alle stesse identiche regole. Quando Codignola scrive che nel tennis «la capacità di chiudere un match quando dovresti è una disciplina a parte, una specie di gioco dentro il gioco. Se non la si possiede fino in fondo, quel tipo di dominio che ti era sembrato la fine dell’inizio può rovesciarsi nel suo terribile opposto, l’inizio della fine», non sta forse anche descrivendo la parabola esistenziale degli eccentrici eroi di cui sta parlando? Le carriere sportive e le vite che racconta corrono infatti su questo stesso crinale, sembrano essere dominate dai protagonisti, dirette verso un futuro di gloria, ma all’improvviso possono precipitare verso un precipizio.

Un match, come la vita, può sembrare risolto e invece di colpo può spalancarsi il baratro. Il libro spesso si trasforma sotto agli occhi del lettore in un almanacco di vite spezzate, di giganti potenziali, di star prese sul punto di irradiare una luce abbagliante ed eterna che invece si offusca in un attimo. Quando Codignola scrive: «Che il gioco si inceppi all’improvviso è in realtà l’unico terrore costante dei tennisti», non si sta forse anche riferendo a qualcosa di più del semplice gareggiare ai tornei e vincere partite? Non c’è sempre in ballo molto di più?

Un’immagine di Pancho Gonzales in azione (Afp/Getty Images)

Queste vite brevi di tennisti eminenti raccontano sì tanti vezzi, tic, disturbi del carattere: il tennista (Beppe Merlo) che vuole una tazza di Coca Cola la mattina, da riempire di cereali, e stanze d’albergo ai piani bassi; il tennista (Torben) che spende gran parte dei modesti ricavi in dischi e che in qualsiasi stanza monta subito lo stereo da viaggio; il tennista (Pancho) che mangia solo hamburger, beve Coca Cola in campo, fuma fuori, e va a dormire a ore impossibili. Ma il piano inclinato di queste vite tende inevitabilmente verso il tramonto dei tennisti. È sempre l’epilogo di queste storie a costituire le pagine più indimenticabili del libro. Se tra tutte le storie raccontate se ne dovesse scegliere una emblematica, in grado di condensare caratteristiche disseminate nei venti diversi capitoli, si dovrebbe tornare a quella di Gussy Moran, la tennista che indossò il completo più discusso nella storia del tennis.

Durante i cinque giorni di permanenza nel tabellone singolare di Wimbledon, nel 1949, l’attenzione nei confronti di Gussy è tale che finisce cinque volte sulla prima pagina del quotidiano Daily Express. Dopo sei giorni perde e viene eliminata dal torneo. Dal 1951, per cinque anni, si occupa di sport per una radio di Los Angeles. Si sposa tre volte. Insegna tennis. Nel 1970 decide di accettare un invito al fronte, parte per il Vietnam, per qualche esibizione per i soldati americani in guerra. Ma l’elicottero viene abbattuto dai vietcong e precipita in acqua, dove galleggia finché non arrivano i soccorsi. Prova a raccontare questa sua vita in una biografia – altalenante e sorprendente come un match – ma l’editore che le aveva commissionato il libro alla fine non lo pubblica. Vende la casa vittoriana sul mare, si ritrova sulla strada. Nel 1988 una giornalista del Chicago Tribune”la rintraccia. Ha 65 anni, lavora come commessa in un negozio di souvenir dello zoo di Los Angeles.

Dentro l’immagine di Gussy Moran che vende souvenir nello zoo di Los Angeles si può vedere anche la vicenda del tennista Vic Seixas, che superati i settantacinque anni, accetta un posto da barista in un locale della Mill Valley, in California, e si può vedere Pancho che, restato senza soldi, dopo aver vissuto in un camper passa a un bungalow giallino e dorme su un materasso, possedendo solo un piatto, un bicchiere, una tazza e due posate di plastica.

Se il tennis fa da specchio all’esistenza, osservare le traiettorie inaspettate di queste carriere permette di ritornare a guardare il tennis con uno sguardo nuovo. Sarà così più chiaro capire cosa intendeva la tennista americana Maureen Connolly quando insegnava alle ragazze: «Il tennis è come una corrida, devi far sanguinare l’avversario da ferite multiple, e poi ucciderlo con un colpo solo; il grande giocatore non è quello che vince una grande partita, ma quello che le vince tutte; tenta sempre di giocare il game perfetto. L’errore è una possibilità da non mettere neppure nel conto».