Nainggolan, oltre il calcio

Un'intervista molto aperta al centrocampista belga.

di Giovanni Robertini

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«Vorrei che il Governo italiano ricostruisse il Colosseo per farmi combattere contro John Frazier in Italia, vorrei entrarci su un cocchio con sei cavalli bianchi, con le trombe a tutto fiato come nelle grandi feste, e voglio i miei fan con la corona di Giulio Cesare pronta per me che mi gridano ammazzalo e io ammazzerò John Frazier nel Colosseo». Ecco, forse è questa frase pronunciata da Muhammad Ali nel 1982 durante un’intervista col suo amico Gianni Minà a rappresentare lo zenit della spacconaggine sportiva. Me la riguardo su Youtube la sera prima di incontrare alla Pinetina di Appiano Gentile – oggi in era sovranista ribattezzata Centro Sportivo Suning – Radja Nainggolan, il campione che non le manda a dire, per usare un eufemismo. Fatte le debite proporzioni con Cassius Clay, pure il centrocampista dell’Inter è uno spaccone e il Colosseo, per una partita di undici, Ninja contro la Juventus (per dire una squadra a caso) lo riaprirebbe volentieri.

Lo incontro al tavolino del bar in un giorno di festa, costretto a un allenamento in solitaria per recuperare dall’infortunio al polpaccio del derby. Mentre si lamenta con il suo staff dell’autista che era venuto a prenderlo l’altra volta – «Parlava troppo? No, andava troppo lento» – noto dietro di lui un gippone pimpatissimo alto come come una navicella spaziale, una variante della Mercedes Classe G – e gli dico che non può che essere la sua macchina: «Certo! Io posso essere normale, avere una macchina normale? No. Ci sono pochi esemplari di questa, le fanno a mano, tra un po’ me ne arriva un’altra, un paio di milioni in auto li ho spesi». Eccolo Radja, adrenalinico Rodomonte con la smania di essere bigger than life. Il rettangolo di gioco è troppo stretto per la sua personalità, un po’ Kanye West un po’ Alberto Sordi ne I Vitelloni. Sicuramente da cinque anni è uno dei centrocampisti più forti al mondo, eppure non ha proprio voglia di parlare di calcio – almeno all’inizio di questa intervista – come se ci fossero cose più importanti nella vita. Ci sono? «Sto cercando di rientrare a giocare il prima possibile perché oggi sarebbe stato il mio giorno libero e invece sono qui ad allenarmi, quindi meglio non essere infortunati; il dolore lo sopporto, ma non mi piace essere qui alla Pinetina un’ora prima, mi rompo a stare in palestra o in piscina, non è calcio questo». E cosa lo sarebbe? «Il calcio è la palla». Il calcio è la palla, proprio una frase da ninja dei fumetti, una di quelle da aggiungere come tatuaggio, qualora ci fossero ancora degli spazi liberi sul suo corpo. Ne sono rimasti? Hai fatto qualche tatuaggio nuovo? «Sì, sul culo».

«Il mio modo di giocare mi porta a essere rispettato e benvoluto, perché do sempre il massimo in campo. Poi fuori è un’altra storia, bisogna pure godersi la vita, se non lo faccio ora che sono giovane, quando?»Riusciamo finalmente a parlare della sua nuova esperienza all’Inter: «Mi hanno accolto bene sia i compagni che la società, contando che per me non è facile cambiare piazza. Sono sempre rimasto affezionato ai posti dove sono stato, Cagliari e Roma, ho dato e ricevuto molto e ci tornerei volentieri in un futuro. Se devo essere onesto – e io lo sono! – dico che sono contento di essere qui, c’è un allenatore che mi ha fortemente voluto e con cui sono in ottimi rapporti, conosco i suoi schemi di gioco, ha disegnato il mio ruolo ma…», Radja sospira come un amante deluso quando parla della sua ex, «in questo trasferimento c’è stato un po’ di rammarico per quello che è successo con la società della Roma. Capito che me ne sarei andato, ho scelto io dove, cioè di venire qui a Milano». E come ti trovi? «A parte che è un mese che piove ininterrottamente? A me piace uscire, andare al ristorante, girare e qui stanno proprio avanti rispetto a Roma, anche se lì c’è una passione viscerale per il calcio che respiri nell’aria. Però da quando ho saputo che volevano vendermi, ho chiuso i rapporti». Ne parli quasi come se stessi parlando di una relazione amorosa, di una coppia di fidanzati: «Non voglio mancare di rispetto ai tifosi dell’Inter, ma ho passato un periodo in cui ero davvero amareggiato per come era finita la mia avventura a Roma. Ora però sono sereno». Sei stato accolto alla grande qui, non c’è dubbio: «Il mio modo di giocare mi porta a essere rispettato e benvoluto, perché do sempre il massimo in campo. Poi fuori è un’altra storia, bisogna pure godersi la vita, se non lo faccio ora che sono giovane, quando?».

Il gol realizzato contro la Sampdoria

Ci siamo, ecco il tallone d’Achille di un guerriero atipico: i ninja erano noti per la loro disumana autodisciplina, cosa che per Radja – spesso agli onori della cronaca per qualche nottata di movida – non è proprio così. Cerco invano di convincerlo a fare coming out, You gonna fight for your right to party come cantavano i Beastie Boys, caro campione lotta e difendi il tuo diritto a fare festa: se giochi bene sul campo, saranno o no fatti tuoi di quello che fai fuori? «Come dico sempre, se dopo una partita torno a casa sto sveglio fino alle cinque, ci dovrebbe essere differenza se le cinque le faccio in giro con amici. Non dormirei lo stesso. E a casa potrei fare pure peggio di quello che faccio fuori, ma almeno non mi vedrebbe nessuno». Lo dice chiaro e forte: «Se facessi campo-casa, casa-campo, dopo poco la testa non mi funzionerebbe, mi esaurirei. Ho bisogno di uscire per rilassarmi mentalmente». A proposito di relax gli ricordo quando lo avvistarono a due concerti, a quello di Stromae e Snoop Dogg: «È la mia musica, roba americana, quella italiana non mi interessa».

«Il termine discriminazione nel mio vocabolario non esiste, per questo do e pretendo rispetto e non sopporto chi insulta»Quindi a casa Nainggolan ci sta solo per stare con la famiglia, con le sue due figlie, la più grande – 6 anni – tifa Roma, ma solo perché è cresciuta lì, non è importante, dice lui. Già, l’importante è che non sia juventina: «Quello lo dici tu, di questa cosa preferisco non parlare». E dire che sui social network per lungo temp non ha fatto altro, sfoggiando il suo sano anti-juventinismo da bar sport. Ora, da qualche mese, si è dato una calmata, niente polemiche, zero hating: «Ci ragiono un po’ di più, sono meno impulsivo. Ti faccio un esempio: quando vado a farmi un aperitivo, poi arriva quello che si fa una foto e la pubblica per sfottermi. Ma se va oltre, se esagera e mi manca di rispetto allora mi incazzo e rispondo. Per questo sto meno sui social, per non arrabbiarmi». Gli ricordo quelle volte in cui ha usato i social in modo “consapevole” per qualche causa sociale importante, come quando ha indossato (e twittato) i lacci delle scarpe arcobaleno, simbolo della lotta contro omo e lesbofobia: «Mia sorella – la calciatrice Riana – sta con una donna, io la rispetto, la sua felicità è la cosa più importante e se posso fare qualcosa per farla stare meglio la faccio». Cerco di allargare la faccenda ad altro, ma non è facile, vorrei sapere da Radja se ci sono altre battaglie, anche politiche, che lo interessano in questo momento, ma ottengo come massimo questo statement: «Il termine discriminazione nel mio vocabolario non esiste, per questo do e pretendo rispetto e non sopporto chi insulta». Nella vita fuori dal campo a “quella gente” darebbe l’indirizzo di casa, giura, altro che rispondere con un tweet.

Ma sul campo è un altro, il Ninja appunto, lo Zen e l’arte della manutenzione del cartellino rosso: «Durante i 90 minuti di partita bisogna essere intelligenti, al massimo vado a fare un po’ di casino, qualche testa a testa, nulla di più. Se tu vai a vedere alla moviola tutti i miei contrasti, tutte le scivolate che ho fatto, io non cerco mai di entrare sull’uomo, al massimo tento di proteggermi. Così è successo anche nello scontro con Biglia durante il derby». Dimenticavo, la lealtà per un guerriero come lui è tutto: «Spesso mi rinfacciano l’episodio di Mattiello (il giovane giocatore del Chievo che uscì da uno scontro con lui con una frattura esposta di tibia e perone, ndr), e ancora mi danno dell’assassino, ma lì è lui che è entrato a gamba tesa. L’arbitro mi disse addirittura che era espulsione per lui. A me dispiace molto, ma non entro mai per far male». Non entrare per far male, prima lezione del calcio di strada, quello che giocava Radja da ragazzino in Belgio: «Lì non c’erano regole, ci si menava dentro questi campi con i muretti sui lati, erba sintetica dura come il cemento, e spesso con una spallata si volava fuori dal muretto. Mi è servito molto come esperienza per diventare il giocatore che sono adesso».

E ci sono altri giocatori con la tua stessa street attitude? «Dembélé», belga come lui, «del Tottenham. In Italia mi piace molto Barella del Cagliari, cattivo e pulito, incazzoso e con la mentalità vincente, rivedo in lui me da piccolo». L’accenno a Dembélé dà il la per toccare un argomento ancora poco digerito, l’esclusione dalla Nazionale belga ai Mondiali di quest’anno: «Io non corro dietro al culo di nessuno. C’erano un po’ di problemi tra me e l’allenatore e io non sono mai riuscito a stare zitto. Certo, mi manca questa esperienza però così ho dei giorni liberi in più e mi godo di più la mia vita fuori dal campo». Questo significa, come mi sottolineerà più avanti, vedere sempre le cose in positivo, ovvero il karma del guerriero.

«Io quando sono a casa non guardo neppure le partite, ne ho abbastanza già durante il giorno. Guardo le serie tv»«Finita la carriera di calciatore sicuramente non farò niente che abbia a che fare col mondo del pallone, né l’allenatore né il commentatore sportivo. Specialmente quest’ultimo, per me che ho un cuore grande, sarebbe impossibile da fare. Sono uno troppo sincero, che dice immediatamente quello che pensa, senza censure, mi farei immediatamente dei nemici e mi caccerebbero subito. Mi ci vedi a a essere costretto a parlar bene per forza della mia ex squadra?». No, appunto, anche se mi divertirebbe un sacco vederlo in tv, come è uno spasso seguire Mourinho: «Lui mi piace, parla chiaro, non vuole stare simpatico a nessuno». A questo punto sono curioso di sapere quali programmi di approfondimento sportivo guarda: «Ma sei matto? Nessuno. Io quando sono a casa non guardo neppure le partite, ne ho abbastanza già durante il giorno. Guardo le serie tv». Iniziamo un breve dialogo tra nerd sulle serie preferite, Radja odia fantasy e fantascienza e preferisce invece i thrilleroni muscolari tipo Prison Break, Narcos e Gomorra.

Quando arriva la stylist a comunicare gli outfit per il servizio fotografico, Radja ascolta con interesse. La moda è una passione, nonché un modo per esibire la sua personalità: quel mix di orgoglio da rapper di strada tutto bling bling e Gucci Gang e stravaganza da chi fa di tutto purché lo si noti. Infatti si presenta sul set con un felpone Palm Angels come quello di Quevo dei Migos e un paio di Jordan in edizione limitata («ne ho più di cinquanta a casa, tutte diverse») e appena gli vengono mostrate un paio di sneakers non di suo gusto sbotta. Questione di stile, lui dice di essere l’unico ad averne uno nella squadra, di avere gusto ed essere ricercato. E non è solo una questione di vestiti.

Proprio per questo Andrea in arte Mallow, il parrucchiere personale di Nainggolan, è volato apposta da Roma: per «dargli una sistemata», e in una pausa del servizio fotografico mi spiega in dettaglio la lavorazione dei capelli di Radja. Per un fan del Ninja è come trovare per terra il foglietto con la ricetta segreta della Coca Cola: «Sono 4,5 millimetri sopra, poi a scalare, 3, 2, 1 – ai lati puro contropelo – con fino a otto passaggi di sfumature». Andrea è anche lo chef che gli ha cucinato la famosa cresta da mohicano, subito virale sulle teste di ragazzini di tutto il mondo. Poi, d’improvviso, se l’è tagliata, il Ninja lo spiega così: «A trent’anni basta (li ha compiuti il 4 maggio, ndr), si cresce».

 

 

Tratto dal numero 25 di Undici
Foto di Luca Grottoli