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Il Lione dei giovani

Il progetto OL ha una nuova identità.

Di Claudio Pellecchia

“A piccoli passi”. Così titolava L’Equipe lo scorso 20 ottobre, il giorno dopo la sofferta vittoria dell’Olympique Lione contro il Nimes (2-0, reti di Dembélé e del redivivo Depay) che avrebbe preceduto il 3-3 esterno contro l’Hoffenheim nel gruppo F di Champions League. In effetti la narrazione dello step by step aderisce perfettamente a quella di un club che, negli ultimi anni, ha dovuto progressivamente ricostruire la propria identità per non finire stritolato dal dominio interno esercitato dal Paris Saint-Germain – e per non risultare, banalmente, l’ennesima nobile francese decaduta sotto i colpi degli emiri qataraioti. Ed è proprio grazie al break-to-build adottato nelle ultime stagioni che i ragazzi di Genesio possono giocarsi le proprie, legittime, possibilità di passaggio ai quarti di finale della massima competizione europea in casa del Barcellona.

All’inizio degli anni Duemila, l’OL aveva imposto un dominio assoluto nel contesto nazionale: sette campionati e altrettante Supercoppe consecutive, una Coppa di Lega e una Coppa di Francia. Questi i trofei conquistati tra il 2000 e il 2008, per un’egemonia che aveva nella spregiudicata (per l’epoca) politica economica del presidente Jean-Michel Aulas la conditio sine qua non necessaria per attrarre tutti i migliori giocatori della Ligue 1. Non è perciò un caso che, fatto salvo il triennio 2009-2012 di “assestamento” – tre campionati con tre vincitori diversi (Marsiglia, Lilla e Montpellier) – il Lione si sia trovato a dover cedere il passo a chi ha adottato il suo stesso modus operandi con risorse infinitamente maggiori. Nel frattempo, la squadra è passata nelle mani di Claude Puel ma non è riuscita a conquistare altri titoli, nonostante i 170 milioni di euro investiti per acquistare i vari Pjanic, Lisandro Lopez, Lloris, Gourcouff, Bastos, Gomis ed Ederson. L’ultimo grande acuto è stata la semifinale di Champions raggiunta nella stagione 2009/2010

Manchester City-Lione 1-2: una vittoria che ha portato l’OL indietro nel tempo, quando era una delle squadre più forti della Champions League

Da qui la necessità, compresa forse in ritardo da Aulas, di allontanarsi da una gestione spiccatamente padronale e improntata al mantenimento dello status quo in favore di una politica più lungimirante e sostenibile nel medio-lungo periodo. Si spiega così l’ingresso in società, nell’agosto 2016, del fondo d’investimento cinese Idg Capital Partners, che ha acquistato il 20% del club e ha versato 100 milioni di euro nelle casse dell’OL Groupe, soldi utilizzati per ridurre i debiti societari. Nel 2013, raccontando lo stato di avanzamento dei lavori per la costruzione del nuovo stadio da 60.000 posti (inaugurato il 9 gennaio 2016 con la partita tra OL e Troyes), lo stesso Aulas dichiarò in un’intervista a Le Monde che «in Francia c’è un problema culturale: i vincenti non sono popolari». Parole che sancirono, di fatto, la sua trasformazione da plenipotenziario munifico e spendaccione a businessman di successo, con una visione ampia e prospettica. Del resto, come scrisse a suo tempo Paul Betts sul Financial Times, «Aulas ha trasformato il club in un marchio commerciale forte. L’Olympique Lione non è solo una squadra di calcio: ha un gran numero di filiali che operano nel settore dei media (OL Image), dei servizi (OL Organization), della ristorazione (OL Brasserie) nella distribuzione (OL Merchandising) ed è anche coinvolto nell’ambito delle agenzie viaggi».

Ma nulla sarebbe stato possibile senza uno dei settori giovanili più importanti e floridi del panorama europeo, ispirato e rimodulato secondo il modello che la Masia del Barca ha fatto conoscere a tutto il mondo. In questo video vengono elencati i motivi per cui, ad oggi, sono ben 47 i giocatori diventati professionisti formatisi presso il centro inaugurato nel 1979 e che, negli ultimi dieci anni, ha visto moltiplicarsi le risorse investite (8 milioni di euro già nel 2014) per la “produzione” in casa dei propri talenti. I fiori all’occhiello sono i vari Benzema, Lopes, Lacazette, Gonalons, Ben Arfa, Grenier, Remy, Pléa, i campioni del mondo del 2018 Umtiti, Tolisso e Fekir, quell’Houssem Aouar già oggetto del desiderio di mezza Europa.

Uno dei prodotti più interessanti dell’ultima nidiata

In primo luogo, l’organizzazione interna: ogni squadra può contare su tre figure fondamentali (un tattico, un preparatore atletico e uno psicologo) che seguono i ragazzi nel loro percorso di crescita, in campo e fuori. In secondo luogo, l’attenzione ai dettagli: già dai 15 anni viene posto l’accento sui movimenti senza palla e sull’occupazione degli spazi, gli allenatori si concentrano sull’aspetto off the ball del gioco e sul miglioramento della costruzione dal basso, un concetto insegnato fin dalle squadre esordienti secondo i canoni della trasmissione pulita a due tocchi. Infine la continuità del progetto tecnico: dalle giovanili fino alla prima squadra, l’idea è quella di adottare un sistema di gioco univoco e che faciliti il progressivo inserimento degli elementi più promettenti dalla categoria inferiore a quella immediatamente superiore. L’idea è di generare tanto partendo da poco, di costruire un nucleo di giocatori di livello assoluto e dagli ampi margini di futuribilità. Dalla teoria alla pratica: il Lione ha una rosa con un’età media di 24,2 anni, con 10 elementi su 27 convocati in nazionale, ed un bilancio in positivo di quasi 50 milioni.

Per questo, al termine del triennio di Puel, la scelta più naturale fu quella di affidare la squadra a Rémi Garde, già direttore del centro d’allenamento nonché storico ex di Gerrard Houllier, con il compito di competere con chi poteva spendere nell’ordine dei 450 milioni in più sul mercato puntando sul vivaio, che da exit strategy divenne il vero e proprio core business del Lione. In tre stagioni, al netto di un terzo posto come miglior piazzamento in campionato, arrivano la quinta Coppa di Francia e l’ottava Supercoppa. Dopo toccò ad Hubert Fournier, che non riuscì a bissare l’ottimo 2014-2015 (secondo a -8 dal Psg) e venne esonerato nel dicembre 2015.

Al suo posto, ecco Bruno Genesio, tuttora al comando. L’ex allenatore in seconda dell’OL ha abbandonato il lascito tattico che Fournier aveva ereditato a sua volta da Garde (il 4-3-1-2) per un 4-3-3 più fluido e dinamico, maggiormente adatto alla caratteristiche dei giocatori allora in rosa. La strepitosa rincorsa alla piazza d’onore (14 vittorie in 23 partite) e la discreta campagna europea del 2016/2017 (terzo posto nel girone in un girone di Champions con Juventus e Siviglia e raggiungimento della semifinale di Europa League) sono state un dettaglio quasi marginale rispetto alla costruzione della squadra liquida che conosciamo oggi, in grado di interpretare più spartiti all’interno dello stesso match e di adattarsi all’avversario di turno.

Il nuovo Lione, infatti, è una squadra magari meno bella da vedere rispetto al passato ma molto più concreta ed equilibrata di quanto raccontino le gare ricche di ribaltamenti ed episodi di questa stagione –12 gol fatti e 11 subiti solo nel girone di Champions, passato con cinque pareggi e una vittoria, prestigiosa, contro il Manchester City all’Etihad. Genesio alterna il 3-4-3, il 4-3-3, il 4-2-3-1 e il 4-4-2 (visto nella gara d’andata contro i blaugrana), predica e propone un’identità non sempre pienamente funzionale ma riconoscibile, basata sulla ricerca della giocata estemporanea da parte dei giocatori offensivi. «La cosa più importante per noi», ha dichiarato il tecnico dell’OL, «è rimanere fedeli ai nostri principi e credere in ciò che vogliamo fare. Sappiamo che c’è il rischio concreto di non avere il controllo del possesso, ma già contro il City abbiamo visto che possiamo competere anche da quel punto di vista». È come se l’allenatore del Lione avesse voluto ribadire come la sua squadra sia arrivata, anzi ritornata, fino a certi livelli: a piccoli passi, credendo nei propri giovani e in una nuova identità, dentro e fuori dal campo.