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Perché pochi calciatori sono simboli antirazzisti?

Rispetto ad altri sport, non c'è un fronte comune contro le discriminazioni.

Di Claudio Pellecchia

In un articolo del Guardian dello scorso 26 marzo, Andy Hunter identifica Raheem Sterling come uno dei primi e più influenti esponenti della lotta al razzismo nel calcio del XXI secolo: «L’attaccante del Manchester City ha sempre impressionato per leadership e responsabilità nel gioco, le stesse caratteristiche che già nel 2014 spinsero Roy Hodgson, tecnico dell’Inghilterra, a dire che Sterling “Ha le palle”. Una valutazione che ora va oltre il campo, perché deve includere anche la posizione risoluta di Raheem contro il razzismo, indipendentemente che riguardi il calcio inglese o internazionale, ma anche aspetti extrasportivi».

Si tratta, però, di un caso isolato, nonostante quello del razzismo costituisca un corollario non cancellabile dalla narrazione calcistica contemporanea. La visione di Sterling “uomo solo al comando” nella lotta alla discriminazione va al di là delle sue dichiarazioni – «Non mi interessa essere un leader. semplicemente ci stavo pensando da un po’, ho visto e vissuto certe cose per troppo tempo, e questo mi faceva provare grande tristezza. Il mio intento era solo quello di portare maggiore consapevolezza» –, degli strascichi seguiti alla partita contro il Chelsea o a quella della Nazionale contro il Montenegro, della polemica reazione a mezzo social alle parole di Bonucci sull’esultanza di Moise Kean a Cagliari. Piuttosto, è una condizione che trova conferma nella risonanza che le sue dichiarazioni, i suoi gesti e i suoi comportamenti stanno avendo negli ultimi tempi: contrariamente a quanto accade in altri sport, infatti, pochi sono stati i calciatori in grado di prendere una posizione così netta, chiara, decisa e continuativa in merito a questa problematica.

Quello sul razzismo nel calcio è un tema che è stato troppo spesso sottovalutato negli anni, derubricato a fenomeno isolato e comunque riconducibile a quelle rivedibili logiche da stadio per cui un ululato o un coro di scherno nei confronti di un calciatore di colore non sono altro che un’estensione più cruda dell’insulto all’avversario, prima che si manifestasse nella sua reale portata sociale e culturale. Così come è stato sottovalutato il ruolo che lo sport più popolare del mondo avrebbe potuto e dovuto avere in termini di sensibilizzazione e aggregazione: quando, nel 2011, Lilian Thuram disse in un’intervista a L’Espresso che «lo sport crea legami, attira l’attenzione ed è importante per creare fraternità, per superare le differenze legate alla nazionalità, alla religione e al colore della pelle, alle lingue», si riferiva proprio a una visione in cui il calcio diventasse il veicolo per qualcosa di più. Per qualcosa di diverso, di migliore. Il fatto che, nel corso degli anni, sia stato fatto relativamente poco in termini concreti – la partnership della Uefa con il network Fare (Football Against Racism in Europe) non è riuscita a diventare un traino per una riforma organica ed estendibile alle singole federazioni delle norme in materia – è la diretta conseguenza della mancanza di quella spinta decisiva che sarebbe dovuta arrivare dagli attori principali, ovvero i calciatori. Tanto che, pochi giorni fa, il terzino del Tottenham Danny Rose ha definito «una farsa» le politiche antirazziste della confederazione europea.

Il contrasto con quanto è accaduto e accade negli altri sport è evidente. Al netto delle differenze storiche e culturali, se negli Stati Uniti è facile identificare in LeBron James e Colin Kaepernick dei simboli riconosciuti e riconoscibili di una lotta al razzismo che si traduce in risultati tangibili se non altro a livello di coinvolgimento dell’opinione pubblica (allineandosi alla logica del “more than an atlete”), in Europa è altrettanto facile constatare la disorganicità di modi, tempi e spazi con cui i giocatori provano a far sentire la propria voce. La sensazione è quella di un fronte non del tutto compatto e coeso, in cui lo “shut up and dribble” trova ancora terreno fertile per sedimentare sull’idea che, in fondo, l’unica soluzione possibile è adeguarsi, e continuare a ignorare quello che a tutti gli effetti è un elefante nella stanza che si è fatto sempre più ingombrante.

Il caso Kean, nella sua risonanza social e mediatica a livello internazionale, ha contribuito a spostare definitivamente il focus della questione: c’è difficoltà a trovare un’icona di riferimento, anche perché i calciatori sono finiti al centro di un dibattito che riguarda le loro dichiarazioni e la loro gestualità, piuttosto che le manifestazioni di discriminazione che subiscono in campo. C’è una percezione distorta del fenomeno: quando Bonucci, in maniera frettolosa e assolutamente fraintendibile, dice che la responsabilità di quanto successo a Cagliari è da dividersi a metà tra Kean e la curva – Yaya Toure ha parlato dello «scenario peggiore per il calcio, per cui un compagno di squadra ti attacca e dice cose del genere» –, dimostra come il razzismo venga ancora visto e raccontato da molti addetti ai lavori come una provocazione in cui non cadere piuttosto che un problema da affrontare, da combattere.

Anche perché ogni reazione a episodi di intolleranza – Zoro che si ribella durante Messina-Inter del 2005, la rabbia di Eto’o a Saragozza, Boateng che lascia il campo a Busto Arsizio, Dani Alves che mangia la banana lanciatagli dai tifosi del Villarreal, tutto quanto accaduto a Muntari, Balotelli e, recentemente, Koulibaly – si è esaurita sul momento, senza diventare il punto di partenza per una cambiamento reale, radicale, unitario, condiviso, e senza che nessuno tra i giocatori (ritirati e/o in attività) non direttamente coinvolti prendesse una posizione netta sulla questione, oltre le solite dichiarazioni di facciata.

Ci sono delle distorsioni anche nel racconto del calcio e dei calciatori neri. Due giorni dopo il pezzo di Hunter, sempre sul Guardian, Eni Aluko ha scritto che «oggi tutti lodano il comportamento di Sterling, ma penso che questa debba essere l’occasione per imparare dal modo in cui in passato è stato detto e scritto di lui, ribadendo quanto siamo frettolosi e superficiali nel giudicare i calciatori, in particolare quelli di colore». Si tratta di un articolo che esamina Sterling dal punto di vista tecnico – in cui viene ribadito come l’ascesa dell’ex Liverpool sembri più prepotente di quel che è a causa del ruolo di “indolente di talento” che i media gli avevano cucito addosso, su misura –, però contiene un ulteriore riferimento intrinseco al modo in cui razzismo, calcio e calciatori vengono raccontati ancora oggi: «Tutti stanno dicendo quanto Sterling sia finalmente diventato un uomo; per me è la stessa persona di sempre, ha solo colto le giuste opportunità per parlare».

L’idea che Kean debba essere “istruito” da compagni di squadra e allenatore sui comportamenti da tenere “per non bruciarsi” è il retaggio di una narrazione per cui un giocatore nero deve sempre dimostrare qualcosa in più degli altri, con l’analisi degli atteggiamenti fuori dal campo che spesso travalica (e, talvolta, condiziona) il giudizio relativo al suo effettivo rendimento. E, anche in questo caso, in pochi hanno provato a reagire concretamente, quasi come se l’ennesima e conclamata stortura del sistema fosse stata recepita eppure comunemente accettata perché, nel calcio, diversamente che altrove, “funziona così”.

«Sono rimasto vivo per salire su questo podio, perché solo così un negro può dire la sua. Se corre veloce, può dire la sua», scrive Lorenzo Iervolino nel prologo di Trentacinque secondi ancora, il libro dedicato alla storia di Tommie Smith e John Carlos, i velocisti americani che alle Olimpiadi di Città del Messico del 1968 diedero vita alla più clamorosa forma di protesta dell’era moderna, diventando simbolo di qualcosa di più grande e importante. Anche allora del razzismo nello sport si parlava e scriveva in un certo modo, e anche allora gli atleti faticavano a creare un fronte comune: ci volle (molto) tempo perché si arrivasse a una presa di coscienza collettiva e condivisa, ma quelle mani guantate di nero furono un primo passo sulla strada verso la modernità e la civiltà. Quello che nel calcio non è stato ancora del tutto compiuto, anche perché Moise Kean, Raheem Sterling e Danny Rose sono simboli recenti e isolati, e forse ancora troppo acerbi. Quando, invece, i tempi per un cambiamento sarebbero già maturi.

Immagini Getty Images