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Guardiola ha un problema con la Champions?

Il tecnico spagnolo non raggiunge la finale da otto anni.

Di Simone Torricini

Quella corsa sfrenata, con le braccia al cielo e la camicia fuori dai pantaloni, è stata un manifesto inequivocabile. Al (non) gol di Sterling, minuto novantatré di City-Tottenham, Guardiola aveva appena smesso di credere nella possibilità di conquistare la semifinale: si sentiva già lì. E sarebbe stato già di per sé un passo non da poco, se come è vero i Citizens sotto la sua guida si erano fermati rispettivamente agli ottavi e ai quarti di finale nelle campagne europee dei due anni precedenti. La semifinale, insomma, sarebbe stata in ogni caso un upgrade, e una volta arrivato lì Pep avrebbe visto tremare seriamente quella legge non scritta che, per ragioni di varia natura, da otto anni a questa parte gli impedisce di giocarsi una finale di Champions League.

Ma è successo quello che è successo: nel finale il turco Çakır ha correttamente annullato il 5-3 dei Citizens, che hanno vinto la gara e, in virtù della sconfitta per 1-0 subita in casa degli Spurs, sono stati al contempo eliminati dalla competizione. La conferenza stampa del postpartita è durata appena cinque minuti e Guardiola ha recitato con un sorriso amaro le stesse parole con cui aveva lasciato l’Etihad un anno fa, dopo la sconfitta contro il Liverpool: «We have to accept it», dobbiamo accettarlo.

Percorrendo a ritroso le annate precedenti, i fallimenti post-Barcellona delle squadre di Guardiola nella massima competizione europea sono tenuti assieme l’una con l’altra da un filo rosso comune. In cinque delle sei eliminazioni subite tra il triennio al Bayern e quello al City, ad esempio, Pep è stato costretto a giocarsi la gara di ritorno partendo da una situazione di svantaggio. Al primo tentativo in Germania perse per 1-0 la gara d’andata contro il Real Madrid di Ancelotti, e lo stesso fece in casa dell’Atlético due anni dopo; tra le due sconfitte, inoltre, ci fu nel 2015 il tracollo per 3-0 contro il Barcellona di Luis Enrique. L’eccezione è rappresentata dalla gara d’andata del primo anno al City, quando vinse in casa contro il Monaco ma concesse le tre reti che a posteriori sarebbero risultate decisive per il passaggio del turno di Mbappé, Fabinho, Bernardo Silva e compagni. Un anno fa il Liverpool spezzò le gambe in trenta minuti ai suoi con un 3-0 secco, e anche in questo 2019 la sconfitta per 1-0 contro il Tottenham nella gara d’andata è stata decisiva per l’eliminazione. Non solo: in queste sei gare le squadre di Guardiola hanno segnato appena una rete in trasferta, e nelle corrispettive in casa ne hanno subite quasi tre in media.

Perché Guardiola fa così tanta fatica a raggiungere la finale, pur essendo partito tra i favoriti in almeno cinque delle ultime sei stagioni? La tesi di Jonathan Wilson, esposta in questo articolo pubblicato sul Guardian, è che Pep tenda a «pensare troppo». Secondo Wilson Guardiola tende a complicarsi le cose: «Mi pare una traccia ricorrente per Guardiola […] il fatto di complicarsi la vita in queste gare in trasferta, scegliere un undici azzardato e subirne le conseguenze. Uno dei suoi maggiori pregi è la ricerca che dedica alla preparazione di ciascuna partita, la sua precisione, e proprio questo aspetto, quando si lega alla sua voglia matta di vincere la Champions League, sembra paradossalmente mettergli i bastoni tra le ruote». Il riferimento di Wilson è rivolto alla scelta conservativa del catalano a Londra, dove ha lasciato in panchina De Bruyne (e Sané) per affiancare Gündogan a Fernandinho in mezzo al campo.

E in effetti è sufficiente guardarsi alle spalle di qualche anno per trovare situazioni simili, anche in gare casalinghe, nelle quali Guardiola non fatica ad ammettere di aver agito in modo poco lucido. In Herr Pep Martí Perarnau ne ha ricostruita una risalente a Bayern-Real, semifinale di ritorno della Champions League 2013/14: «Nella serata più importante della stagione Pep ha tradito il sistema in cui ha sempre creduto. Non è riuscito a giocare il suo calcio e non ha provato a costruire quel tipo di partita che considera fondamentale per attaccare e vincere. […] Oggi Pep ha tradito i suoi stessi princìpi». Quella di Perarnau non è ovviamente una mera supposizione; alla fine di quel capitolo cita testualmente un inequivocabile Guardiola, che si rimprovera: «Ho passato tutta la stagione a rifiutarmi di usare il 4-2-4. Tutta la stagione. E ho deciso di usarlo stasera, nella partita più importante dell’anno. Ho veramente fatto una cazzata».

Quelli appena accennati sono i due esempi agli estremi, il primo e l’ultimo, delle iniziative poco profittevoli che Guardiola ha proposto negli ultimi sei anni nelle gare a eliminazione diretta della massima competizione europea. Ci sono molti altri errori di questo tipo, e lo stesso Wilson ne cita un paio che in effetti meritano di essere ricordati. Il primo dei due risale al 2016, quando per i primi venti minuti il Bayern di Guardiola tentò coraggiosamente di fare la partita in casa del Barça salvo dover desistere a metà primo tempo; una strategia che secondo Wilson presentò il conto a Guardiola nel forcing finale dei blaugrana. Il secondo, più recente, è relativo alla trasferta di Anfield di un anno fa, quando Pep preferì Gündogan a Sterling. Il risultato? Sterling entrò intorno al sessantesimo proprio al posto del tedesco, a giochi ormai fatti.

La lettura che ci pare più azzeccata è che le squadre di Guardiola vivano in Champions League dei fatali black-out figli della indecisione del tecnico, che non sa se e soprattutto quanto modificare l’approccio della sua squadra alla gara. Nelle varie eliminazioni delle squadre del catalano troviamo questi black-out in grande quantità. Nel 2014 ad esempio il Bayern di Pep subì tre reti in trentaquattro minuti da Ramos (doppietta) e Ronaldo, e altrettante nel 2016 dal Barcellona in meno di venti, ad opera di Messi (doppietta) e Neymar. Ne sono bastati venti anche dodici mesi fa, quando il Liverpool chiuse le pratiche con Salah, Oxlade-Chamberlain e Mané tra il dodicesimo e la mezzora. E se ne è fatti bastare tre il Tottenham martedì, con la doppietta di Son, per ridurre sensibilmente le chances di rimonta dei Citizens.

Ne risulta che quasi tutte le doppie gare in cui le squadre del catalano sono state eliminate abbiano avuto una caratteristica predominante: una accentuata e spettacolare frenesia. Da qui i rigori sbagliati, da qui gli errori individuali, da qui le occasioni concesse a campo aperto (nel triennio al Bayern in particolare) nelle partite della stagione in cui la concentrazione dovrebbe essere massima. È per questa ragione, probabilmente, che le cose migliori del Bayern e del City di Guardiola non si sono viste nelle gare ad eliminazione diretta della Champions League, ma nei campionati nazionali, dove viceversa Pep non ha quasi mai sbagliato (se i Citizens dovessero vincere la Premier League, per il catalano sarebbe l’ottavo campionato vinto in dieci anni da allenatore professionista).

Identificare motivi strutturali nei sei fallimenti consecutivi di Guardiola in Champions League è inevitabile, ed è ciò che si è fatto. Poi, siccome la palla è rotonda, occorre aggiungere un elemento che finora è passato sottotraccia e che Wilson ha giustamente riproposto a seguito della sesta mancata finale consecutiva: «Prima ancora della teorizzazione (delle ragioni dietro i suoi insuccessi, nda) c’è la sensazione più immediata che nei momenti chiave, almeno dalla semifinale del 2009 contro il Chelsea, Guardiola continui ad essere sfortunato. […] Il ruolo della sorte può essere mitigato fino ad un certo punto, ma è impossibile ignorarlo del tutto». E con un dubbio simile, rimandando la questione, ci lascia anche Smith sul New York Times. Lo stesso Smith scriveva però una cosa significativa in apertura appena dieci giorni fa: «(Guardiola) È senza dubbio l’allenatore più vincente della sua generazione. Ha vinto titoli in Spagna, Germania e Inghilterra; ha vinto la Champions League due volte; ha cambiato la cultura calcistica non solo di un club, ma di un paese. E ha migliorato dozzine di giocatori, molti dei quali non lo avrebbero fatto senza di lui». Un post-it che dovremmo sempre tenere ben visibile sulla scrivania.

Immagini Getty Images