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Guida essenziale al Giro d’Italia

Percorso, favoriti e pronostici dell'edizione 102, davvero molto attesa.

Di Bidon

Un percorso lungo, vario, complessivamente duro. Una lista di partenti ricca come non si vedeva da anni. Il 102° Giro d’Italia sembra avere tutti gli ingredienti per provare a replicare, se non a superare, le emozioni prodotte dalla passata edizione. Con un’unica, grande, differenza: mancherà il migliore del 2018, Chris Froome. A voler essere maligni si potrebbe quasi ipotizzare che gran parte dei big alla partenza, da Nibali a Dumoulin, passando per Simon Yates e Roglič, abbia scelto il Giro proprio per via dell’assenza di Froome, che quest’anno si concentrerà sulla conquista del suo quinto Tour de France.

Ma, a ben vedere, il crescente fascino del Giro d’Italia va ben oltre la liberante contingenza dell’assenza del campione in carica. Il Giro attira i grandi delle corse a tappe perché è capace ogni anno di riaffermare, rinnovandolo, il proprio status di corsa di tre settimane più incerta e, quindi, più attaccabile del calendario. I tratti filiformi di Chris Froome, infatti, oltre al trofeo senza fine lasciano ai pretendenti alla prossima maglia rosa una convinzione scritta a chiare lettere sullo sterrato del Colle delle Finestre: il Giro d’Italia si può ribaltare in qualsiasi momento. Sono la natura della corsa e il suo tracciato a rendere possibile l’impossibile: basta avere la volontà di osare, un po’ di fortuna… e buone gambe.

 

A un primo sguardo, il percorso del Giro 2019 sembra favorire innanzitutto il riposo: quello dei corridori come quello dei suiveur. Niente partenze dall’estero, niente isole, numerose località che sono sia sede d’arrivo che di partenza: tutto questo significa meno trasferimenti e più tempo da spendere in albergo al termine delle tappe – che in compenso risultano mediamente più lunghe. Il percorso del Giro 2019 con i suoi 3578,8 chilometri sarà il più lungo degli ultimi vent’anni. Non è che ci sia tutto questo riposo, dopotutto. La Corsa Rosa sarà aperta e chiusa da due cronometro corte: 8 km a Bologna, con l’ascesa al Santuario di San Luca; 17 a Verona, con in mezzo la salita delle Torricelle. Una terza, con arrivo a San Marino il 19 maggio, definirà le gerarchie al termine dei primi dieci giorni di corsa: quasi 35 km di sforzo individuale con una seconda parte di tracciato particolarmente impegnativa. Tradotto: se Tom Dumoulin vorrà vincere il Giro, tra Riccione e San Marino dovrà portarsi molto avanti con i suoi propositi.

Perché il rischio concreto – per lui – è che sia nuovamente la salita il giudice di cassazione della maglia rosa. Le tappe più dure saranno concentrate tra la fine della seconda e l’inizio della terza settimana: venerdì 24 maggio ci sarà l’arrivo in salita più atteso – quantomeno dai fotografi – con la spettacolare ed inedita ascesa verso il Lago Serrù, nelle Alpi Graie; il giorno dopo sarà la volta del temuto Colle San Carlo, mentre il weekend si chiuderà a Como con una tappa che per lunghi tratti ricalcherà il percorso del Giro di Lombardia, comprese le scalate del Ghisallo e della Colma di Sormano. Infine, dopo un giorno di riposo, la terza settimana comincerà con la tappa regina: Gavia e Mortirolo nel menu, non serve aggiungere molto altro. Le ultime chance per blindare o sottrarre la maglia rosa le offriranno le Dolomiti, soprattutto con il tappone del 1° giugno: cinque gran premi della montagna tra Feltre e Croce d’Aune. Poi, 24 ore dopo, il gran finale all’Arena di Verona.

Insieme alle cronometro e alle salite non mancheranno gli omaggi, perché il Giro è anche e soprattutto memoria. A cento anni dalla sua nascita, tre tappe ricorderanno Fausto Coppi: l’arrivo a Modena, città della sua prima vittoria al Giro, quello di Novi Ligure, sede della sua ultima dimora, e una Cuneo-Pinerolo però molto più soft rispetto alla tappa in cui l’Airone compì una delle imprese più epiche del ciclismo mondiale. Il Giro farà inoltre visita a L’Aquila – a dieci anni dal terremoto – e a Vinci – per i 500 anni dalla morte di Leonardo, il genio che non ha inventato il Giro e probabilmente nemmeno il prototipo della bicicletta, ma che una certa passione per il volo ce l’aveva di sicuro: gli appassionati degli antichi e modernissimi strumenti a due ruote che ogni mese di maggio decollano tra valichi e vallate d’Italia hanno dunque buone ragioni per celebrarlo. (Pietro Pisaneschi – Leonardo Piccione)

Due favoriti che più diversi non si può: Tom Dumoulin e Simon Yates

La questione è semplice: uno tra Tom Dumoulin e Simon Yates ha torto marcio. Nello spettro delle tipologie dei corridori da corse a tappe esistenti, Dumoulin e Yates si trovano agli estremi opposti, sia dal punto di vista fisico che da quello caratteriale: alto e potente il primo, piccolo ed esplosivo il secondo; calmo e riflessivo l’olandese, inquieto e istintivo l’inglese.

Dumoulin, 28 anni, un Giro vinto nel 2017 e due secondi posti a Giro e Tour nel 2018, è un uomo estremamente aperto ed equilibrato, razionale al punto che in una recente intervista ha dichiarato che se non fosse egli stesso un atleta non si sognerebbe mai di andare in strada ad acclamare un ciclista o un calciatore, perché “si dovrebbe applaudire medico che salva una vita, non un giovane che pedala veloce sulla sua bicicletta”. Yates, 26 anni, una Vuelta vinta e tredici giorni in maglia rosa l’anno scorso, ha nello sguardo i riflessi del ragazzo, nelle parole la passione del giovincello: mostra, il britannico, una naturale predisposizione ai sogni (“Cerco di vincere ogni corsa a cui prendo il via”) e, di conseguenza, agli errori (“Ho fallito spesso, e ho ancora molto da imparare”). Errori che invece Dumoulin non sopporta proprio per nulla, difatti si dichiara molto felice del fatto che a lui basti sbagliare una volta sola per processare un errore, mentre alcuni suoi colleghi devono commettere lo stesso sbaglio almeno cinque volte prima di cambiare.

Dumoulin considera un altro suo grande punto di forza l’innata capacità con cui riesce a concedersi il lusso di pensare durante i momenti-chiave delle gare: a guardare se stesso e i suoi avversari “da un elicottero sopra la corsa”, come gli piace dire. Yates è invece convinto che la sua qualità migliore sia l’istinto, il coraggio di attaccare in punti dove gli altri non se l’aspettano, dove pochi altri lo farebbero, dove la ragione lo sconsiglierebbe. Se Dumoulin adora risolvere puzzle, Yates preferisce essere il puzzle.

Da tutti questi motivi dovrebbe conseguire che una corsa adatta a Tom Dumoulin non possa essere allo stesso tempo adatta anche a Simon Yates. Peggio: teoricamente non dovrebbe accadere che entrambi considerino quella stessa corsa talmente nelle proprie corde da farne l’appuntamento principale della rispettiva stagione. Eppure con il Giro d’Italia 2019 è andata esattamente così. Dumoulin e Yates sono stati tra i primissimi big a comunicare – era ancora dicembre 2018 – la propria preferenza stagionale rispetto alla Corsa Rosa. Avrebbero avuto tutti e due ottime ragioni per concentrarsi sul Tour de France, invece hanno scelto il Giro. Dumoulin – dice – perché l’abbondanza di chilometri a cronometro (quasi 60) gioca a suo vantaggio; Yates perché il Giro è una corsa che gli si addice caratterialmente, e con la quale ha un conto in sospeso. E poi perché – ha dichiarato a ProCycling – sente di essere molto migliorato a cronometro.

Dunque il Giro 2019 è più adatto a Yates o a Dumoulin? Forse a nessuno dei due, e alla fine tra i litiganti designati la spunterà un corridore più esperto (Nibali), più fresco (López) o con una squadra migliore a disposizione (Roglič). Ma può anche essere che alla fine il Giro 2019 sia effettivamente ideale sia per Yates che per Dumoulin, e che anzi la loro ontologica diversità si riveli il motore di tre settimane memorabilmente combattute. In quel caso avranno avuto ragione tutti e due – e pure noi che ci saremo goduti lo spettacolo. (Leonardo Piccione)

Il terzo incomodissimo: Vincenzo Nibali

Può un ciclista essere nella condizione di dover decidere che corridore diventare a 34 anni? Sì, se il suo nome è Vincenzo Nibali. Dalla vittoria nella terza tappa della Vuelta a España del 2017, Nibali ha vinto solamente altre due corse. Poche, potrebbe dire qualcuno; molte, invece, considerando che quelle altre due corse sono due classiche monumento: il Giro di Lombardia del 2017 e la Milano-Sanremo del 2018. Sembra un paradosso, almeno per il ciclismo contemporaneo, che uno dei sette ciclisti nella storia a riuscire a vincere tutti i tre Grandi Giri abbia raccolto i suoi ultimi migliori risultati in corse da un giorno. Ma in realtà non è così.

Dopo il doppio podio a Vuelta e Giro del 2017, Nibali, oltre alle due classiche vinte, ha ben impressionato al Giro delle Fiandre, ha colto un secondo posto al Lombardia 2018 (dietro a Pinot) e quest’anno è arrivato nei primi dieci sia alla Milano-Sanremo che alla Liegi-Bastogne-Liegi. Lo Squalo, insomma, nel corso degli anni è riuscito ad adattarsi ad acque che inizialmente sembravano ostili, inospitali per chi come lui aveva sempre nuotato a suo agio nelle tre settimane di sforzo richieste dalle corse a tappe. Perché tra i molti talenti di cui Vincenzo dispone quello che forse lo contraddistingue più di altri è la peculiare intelligenza nell’orientare le sue aspettative in base all’evoluzione del proprio corpo e a quella degli avversari, selezionando con lucidità gli obiettivi in cui cercare di essere protagonista – ed esserlo poi per davvero.

Per questo, dopo la sfortunato ritiro all’ultimo Tour de France, il Giro 2019 rappresenta un’opportunità unica per Nibali: quella di capire se il suo fisico gli consentirà di continuare ancora per un paio di stagioni (quelle che dovrebbe correre con la maglia della Trek) ad ambire alla vittoria di corse a tappe di tre settimane, oppure se avrà più senso concentrare le proprie energie sulle corse di un giorno. Del resto gara olimpica di Tokyo 2020, con un percorso che sembra disegnato apposta per un corridore con le sue caratteristiche, non è poi così lontana.

Un privilegio, questo del concedersi alternative di ampio respiro rispetto al proprio futuro, che un corridore di solito ha soltanto in un breve periodo, generalmente a inizio carriera, quando i limiti sono ipotetici e le speranze infinite. Nibali può farlo a 34 anni perché non si è mai accontentato né di quello che ha vinto né di quello che è, ma ha sempre cercato di scoprire che cosa sarebbe potuto diventare in futuro. Un’indicazione su quale direzione potrebbe prendere questa nuova opportunità che Nibali si è concesso l’ha data qualche giorno fa Brent Copeland: “Vincenzo non è mai stato in una condizione fisica così buona prima di una corsa di tre settimane”, ha dichiarato il general manager della Bahrain-Merida. (Francesco Bozzi)

Andante con trio: López, Roglič e Landa

Egan Bernal, Miguel Ángel López, Primoz Roglič e Mikel Landa avrebbero rappresentato un notevolissimo quartetto di pretendenti alla classifica generale del Giro d’Italia 2019. Prima di poterne ascoltare la sinfonia, però, il primo violino Bernal ha rotto una corda – pardon, una clavicola – e ha dovuto rinunciare ad essere della partita. Agli altri resta il dovere di comporre un trio degno di questo nome, e di proporre al pubblico italiano una musica che esalti la diversità delle note che la compongono. Perché ciascuno dei componenti di questo terzetto affronta il Giro con un tono differente.

Miguel Angel López, detto Superman, ci arriva sostenuto dall’entusiasmo di due podi negli ultimi grandi giri disputati – Giro e Vuelta 2018 – e di un inizio di stagione in cui la sua Astana ha brillato in lungo e in largo. Primoz Roglič, dopo l’egregio quarto posto ottenuto in un Tour – lo scorso – corso da co-capitano, si trova libero di puntare al bersaglio grosso, con tutta la Jumbo-Visma a disposizione. Mikel Landa, dopo alcuni buoni spunti alla Vuelta Asturias, si trova – almeno inizialmente – a condividere i galloni di capitano della Movistar con il rampante Richard Carapaz.

Mentre López ha dalla sua un’età che gli permette di correre ancora con una pressione gestibile (e di competere per la seconda maglia bianca consecutiva al Giro), gli altri due, giunti al culmine della propria maturità fisica, sono della posizione di chi deve dimostrare di meritare tutte le attenzioni a sé dedicate. Roglič arriva al Giro con quello che è il biglietto da visita più impressionante del lotto: tre affermazioni pesanti in corse a tappe di una settimana -– UAE Tour, Tirreno-Adriatico, Giro di Romandia – collezionate nel rapido volgere di due mesi, contro una concorrenza agguerrita; è anche l’unico del trio, lo sloveno, a poter vantare un passo invidiabile a cronometro. Di più: tra tutti gli uomini di classifica, Roglič è l’unico in grado di contrastare perfino Tom Dumoulin nelle prove contro il tempo.

Landa, dal canto suo, in questo perpetuo tentativo di rifuggire il gregariato non è mai riuscito a brillare per davvero. Tocca dire che la buona sorte non sembra fare molto per assisterlo: alla forma invidiabile del suo giovane compagno di casacca ecuadoriano si accompagna un fastidio a un piede maturato nelle ultime fasi della preparazione in corsa. Nonostante ciò la sua condizione sembra buona, e l’abbondanza di pendenze a doppia cifra nella seconda parte di Corsa Rosa potrebbe giocare a suo favore.

Va aggiunto infine che questo nostro trio potrebbe trasformarsi in una vera e propria orchestrina nel caso in cui i vari Jungels (Deceuninck-Quick Step), Mollema (Trek-Segafredo), Zakarin (Katusha-Alpecin) e Majka (Bora-Hansgrohe) dovessero ritagliarsi un ruolo più significativo rispetto a quello di comparse da top-10 che i bookmakers assegnano loro alla vigilia. Insomma la corsa al podio del Giro ha tutte le premesse per accontentare anche le orecchie più fini, e lo spartito del percorso offre da par suo ampio spazio alle capacità virtuosistiche di ogni tipo: ora non resta che attendere l’attacco. O, ci auguriamo, gli attacchi. (Michele Polletta)

Come leoni in gabbia: Elia Viviani e i velocisti

L’ultimo a vincere una tappa al Giro d’Italia in maglia tricolore è stato Vincenzo Nibali nel 2016. A distanza di tre edizioni, quest’anno ci proverà Elia Viviani, campione italiano in carica e favorito numero uno per le volate di questo Giro. Dopo le 18 vittorie della passata stagione, il veneto della Deceuninck-Quick Step – che si è dichiarato particolarmente stuzzicato dall’idea di avere più foto possibili a braccia alzate in maglia tricolore – in questa stagione è a quota 4, con l’ultima affermazione che risale allo scorso 15 marzo in una tappa della Tirreno-Adriatico.

L’avversario principale di Viviani sulla carta dovrebbe essere Fernando Gaviria, suo ex compagno di squadra, quest’anno approdato alla UAE Emirates. Il colombiano non ha brillato particolarmente durante la primavera appena trascorsa, caratterizzata da tanto Nord e poche soddisfazioni, e il successo gli manca addirittura da fine febbraio. Viviani e Gaviria si presentano al via di Bologna come due leoni in gabbia che non vedono l’ora di misurarsi a colpi di watt sui lunghi rettilinei del Giro.

Tra i due attesi litiganti potrebbe spesso e volentieri provare a godere Caleb Ewan, australiano della Lotto Soudal, che rispetto ai summenzionati rivali ha evitato la dispendiosa campagna del Nord per un più distensivo e più incline alle sue caratteristiche Giro di Turchia, dove ha vinto due tappe. Un velocista in grande crescita è poi Pascal Ackermann, venticinquenne campione nazionale tedesco della Bora-Hansgrohe, fresco vincitore del GP di Francoforte in cui ha battuto Degenkolb e Kristoff allo sprint. Certo con in squadra due potenziali uomini di classifica (Majka e Formolo), Ackermann dovrà sgomitare non poco, e verosimilmente senza grandi aiuti, per restare attaccato ai vari treni.

Menzione doverosa per Arnaud Démare (Groupama FDJ) e Jakub Mareczko (CCC), entrambi ancora a secco in questo 2019 e mai vittoriosi al Giro d’Italia, e infine per Giacomo Nizzolo, maglia ciclamino nel 2016, e Sacha Modolo, che tra tutte le ruote veloci presenti al Giro 102 è quella che da più tempo anela al sapore dolce della vittoria: l’ultimo successo del corridore della Education First è datato 16 febbraio 2018. (Pietro Pisaneschi)

Ogni giorno una battaglia: Thomas De Gendt e gli attaccanti

Thomas De Gendt è uno straordinario attaccante, un ottimo cronoman, un discreto scalatore, un buon gregario… tutti talenti che sfoggia regolarmente in gara. Eppure è un altro il campo in cui eccelle davvero: la comunicazione. Tra tutti i ciclisti in attività, De Gendt è indubbiamente il più attivo, abile e simpatico a gestire i propri social network. Il problema è che cotanto comunicare può indurre le persone ad ascoltarti veramente, sicché quando De Gendt ha chiesto ai propri tifosi quale programma scegliere per la stagione 2019, la risposta è stata netta: Giro, Tour e Vuelta. Ma se gli ultimi due appuntamenti erano diventati ormai appuntamenti abituali per il belga, la notizia di rilievo è che De Gendt quest’anno torna al Giro d’Italia. E non per inseguire un altro podio, come nel pazzo Giro 2012, ma semplicemente per attaccare.

Negli ultimi sette anni De Gendt ha abbandonato le ambizioni di classifica per diventare l’attaccante più indomito del ciclismo mondiale: uno che prova ad andare in fuga (quasi) sempre, e che ci riesce incredibilmente spesso. Certo, il Giro non è il Tour: in Italia il terreno è molto più variegato e per andare in fuga bisogna inventarsi ogni giorno un copione nuovo. Ma, a guardare il percorso, il materiale non manca di certo. Almeno un terzo delle tappe di questa Corsa Rosa si prestano alle azioni da lontano: per corridori fantasiosi nella prima metà; più resistenti nell’ultima, terribile, settimana. C’è di più: la prima occasione arriva già alla seconda tappa, dove tra la salita di Montalbano e il San Baronto gli attaccanti potranno impacchettarsi un doppio premio: non solo la vittoria di tappa, ma pure una maglia rosa che, con un po’ di fortuna, potrebbe resistere una settimana intera. Occhio, dunque, a chi farà una cronometro inaspettatamente buona il primo giorno: potrebbe trasformarsi in un trampolino verso una maglia rosa da cogliere qualche giorno più avanti.

Occhio a De Gendt, quindi, e occhio a chi si incollerà alla sue ruote. Al via del Giro 2019 ci sono attaccanti di razza come Tony Gallopin, Mirco Maestri e Giulio Ciccone. E poi ci sono gli uomini delle squadre invitate tramite wild-card (Masnada, Vendrame, Carboni, Plaza, Canola) e di quelle che al Giro partecipano per obbligo ma che non hanno un vero capitano (Benedetti, Kangert, Madouas, O’Connor, Conti, Ulissi). Il punto di ritrovo per tutti loro sarà il km 0 della seconda tappa, l’abbassarsi della bandierina sarà il solito segnale di battaglia. (Filippo Cauz)

Appendice: cinque brevi pronostici non richiesti

Chi vincerà il Giro d’Italia?

Francesco Bozzi: Tom Dumoulin, perché da due anni è il ciclista da corse a tappe più completo e continuo.

Filippo Cauz: Simon Yates, o almeno è ciò che spero per il nostro divertimento.

Leonardo Piccione: Vincenzo Nibali, che diventerà il più vecchio vincitore di sempre del Giro.

Pietro Pisaneschi: Chi sarà maglia rosa dopo l’ultima tappa, ossia Dumoulin.

Michele Polletta: Primoz Roglič, al termine di una prova di maturità e cazzimma.

Chi sarà la sorpresa?

FB: Velentin Madouas, che si giocherà la maglia bianca con altre due possibili sorprese: Sivakov e Geoghegan Hart della Ineos.

FC: Miguel Ángel López, che in classifica generale finirà più in alto del previsto.

LP: Sepp Kuss, il miglior gregario di un Roglič che si giocherà il Giro fino alla fine.

PP: Pavel Sivakov, grande motore e grande squadra. Una miscela perfetta.

MP: Fausto Masnada, perché il principe Savio ci vede sempre lungo.

Chi sarà la delusione?

FB: Mikel Landa.

FC: Domenico Pozzovivo.

LP: Se Dumoulin arriva di nuovo secondo è una delusione?

PP: Il’nur Zakarin.

MP: Zakarin anche secondo me.

Chi vincerà più tappe?

FB: Roglič.

FC: Viviani.

LP: Viviani.

PP: Viviani.

MP: Troppo facile, Viviani.

Dove si deciderà il Giro?

FB: Tra Mortirolo e Ponte di Legno.

FC: All’estero (cioè nella crono di San Marino).

LP: Poco fuori dall’Arena di Verona.

PP: In salita, anche perché due cronometro su tre sono all’insù.

MP: In un’imboscata, magari in discesa.