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La Serie A è davvero poco allenante?

I club italiani faticano in Europa a causa di un campionato poco competitivo.

Di Claudio Savelli

Ogni primavera, nel tentativo di spiegare le deludenti campagne internazionali delle squadre italiane, viene detto e ripetuto che “La Serie A è un campionato poco allenante”. È una frase talmente utilizzata da essere ormai diventata una specie di detto popolare. Di certo il suo abuso è giustificato dalla perdurante difficoltà dei nostri club in Europa: l’ultimo trionfo rimane la Champions League vinta dall’Inter nel 2009/10, lontana ormai dieci stagioni. Dopo, l’Italia ha aggiunto soltanto due “presenze” in una finale europea, entrambe della Juventus in Champions, toccando quindi quota tre partecipazioni agli atti conclusivi delle due competizioni degli ultimi dieci anni.

Tra le principali leghe continentali, solo la Francia, con una finalista (il Marsiglia, l’anno scorso in Europa League), ha fatto peggio. Germania e e Portogallo ne contano una in più dell’Italia (un trionfo e tre finaliste), mentre Liga e Premier hanno scavato un solco: la prima annovera 12 trofei e tre finaliste; la seconda rispettivamente 5 e 6, contando l’en plein della stagione in corso. Logicamente esistono delle eccezioni come l’Ajax, che però confermano la tendenza. La difficoltà delle italiane è oggettiva ed è causata dalla distanza della Serie A rispetto al calcio contemporaneo. Il detto popolare, dunque, contiene una verità. Ma la semplifica in eccesso. Ecco perché, a questo punto, è importante domandarsi in che senso il campionato italiano è “poco allenante” e per quale motivo lo è.

La qualità

La qualità in campo non è la variabile fondamentale dell’equazione, anche perché non è così evidente il distacco della Serie A rispetto ai campionati top. Non esiste un dato preciso per misurarla ed è impossibile ridurre tutto ad un solo numero, ma può essere utile considerare la precisione nei passaggi, visto che si tratta della condizione necessaria affinché il gioco scorra senza intoppi. Tra l’altro, è un aspetto sempre più battuto dai tecnici italiani, quali ad esempio Allegri, Ancelotti e Spalletti, ma anche i più giovani come Gattuso e De Zerbi. In questo particolare, la Serie A riscontra percentuali più alte rispetto a Liga e Premier, contrariamente a quanto si tende a pensare: in media, le squadre italiane all’interno del campionato mantengono il l’81% di accuratezza nei passaggi; in Liga, dove la qualità è da sempre un valore fondamentale e una delle chiavi del dominio europeo degli ultimi anni, la soglia si ferma al 78,3% ed è praticamente identica a quella della Premier League (78,2%).

Dovessimo basarci su questo dato, smentiremmo l’idea per cui in Serie A il gioco pecca in termini di fluidità, ma va considerata l’altra faccia della luna, ovvero il contesto. E qui si arriva al punto della discordia: la vera discriminante per cui il campionato italiano viene considerato “poco allenante” è il ritmo: in Italia – è evidente “a occhio nudo” – è più blando e naturalmente i calciatori hanno più spazio e tempo per eseguire le giocate, e quindi diventano più precisi.

Il ritmo

Quest’anno, le competizioni europee (la Champions in particolare, ma anche l’Europa League), hanno evidenziato che il calcio di massimo livello prevede ormai un’intensità superiore a quella a cui giocano le squadre italiane. Il cambio di rotta è stato improvviso, considerando che nell’ultimo lustro avevano ottenuto i migliori piazzamenti le squadre che tendono ad abbassare i ritmi, quali il Real Madrid, ma anche la Juventus e l’Atletico. Nelle ultime settimane, il trend è diventato opposto, le squadre che alzano l’intensità hanno ottenuto risultati eccellenti, ed è una sterzata generale che ha evidenziato i limiti delle squadre italiane. Queste ultime, trascinate fuori dalla zona di comfort del campionato, sono quindi costrette ad adeguarsi a un habitat diverso senza una prova preventiva. È come se fossero spinte su un palcoscenico prestigioso per recitare una parte primaria nello spettacolo senza però aver mai avuto modo di effettuare delle prove in quel teatro.

In Italia, l’intensità è inferiore e lo dimostra l’efficacia dell’Atalanta, in grado di imporsi grazie a un gioco di stampo europeo, guarda caso sofferto in particolare dalle grandi. Il ritmo in Serie A è condizionato da alcuni retaggi storici del nostro calcio, che in questo momento sembrano superati, o comunque meno efficaci, di cui però è difficile liberarsi essendo parte di un codice genetico. L’obiettivo dei nostri allenatori, generalmente, è assumere il controllo della partita e mantenerlo il più a lungo possibile. Ognuna cerca di raggiungere lo scopo con strumenti diversi – il possesso palla, il dominio degli spazi, e via dicendo – ma nessuno è disponibile a giocare gare che sfuggono di mano, mentre invece in altri campionati (in Premier in particolare) e in Europa, pare che le squadre predisposte al “caos” ottengano i migliori risultati. Il sospetto è che le nostre squadre cerchino di controllare ciò che in realtà non è controllabile, inibendo quindi una parte del loro potenziale. Le grandi, in particolare la Juventus, hanno tutto l’interesse a conservare questo contesto perché esalta le loro potenzialità, di gran lunga superiori alla media. L’effetto collaterale è che non si abituano a un calcio più intenso, così l’Europa diventa un contesto sconosciuto e avverso.

La tattica

In questo contesto, la tattica gioca un ruolo fondamentale. O meglio, la considerazione che si ha della tattica. In Italia è ritenuta primaria perché è il principale strumento per ordinare il caos e diminuire le variabili di una partita. Tutto ciò che rientra nella tattica è “previsto”, preparato, quindi sotto controllo. È un’idea che ha funzionato spesso nella storia del calcio italiano e per questo è difficile da accantonare. All’estero è il contrario: la tattica non è mai stata in primo piano, ma ciò non significa che non sia considerata affatto. È semmai valutata come un supporto al gioco, non come la chiave necessaria per organizzarlo perché, fondamentalmente, di possedere questa chiave non si sente il bisogno. Specialmente in Inghilterra, il calcio viene considerato uno spettacolo che sfugge alla logica, in cui sono quindi i giocatori i protagonisti prima che il gioco o chi questo gioco ha il dovere di organizzarlo.

È il motivo per cui le squadre italiane sono più ordinate in campo, difendono meglio, sbagliano meno movimenti, lo stesso per cui si dice spesso che “i giocatori stranieri, quando arrivano in Italia, fanno fatica”; ma è anche una delle cause per cui in Europa le nostre formazioni faticano: per prestare attenzione ai canoni tattici dei manuali sacrificano grammi di talento ed estro, ciò che invece fa la differenza in competizioni corte ed episodiche come la Champions o l’Europa League.

Le idee

Un altro aspetto del nostro campionato che può incidere nell’analisi è l’eccessiva linearità delle proposte di gioco. Tra le prime cinque leghe europee, la A è quella con il maggior numero di tecnici autoctoni: 18 su 20, ad oggi. In Liga il numero di spagnoli è simile (17 su 20), mentre in Bundesliga e in Premier la composizione è molto più eterogenea: sono 11 su 18 i tedeschi in Germania, mentre oltremanica sono soltanto sei gli inglesi. La Premier è la dimostrazione di come le contaminazioni siano virtuose per il movimento: attraendo i top manager di altre nazionalità, il campionato inglese ha conosciuto e mescolato una serie di stili e identità di gioco che hanno arricchito tutte le squadre partecipanti, aumentando le variabili in gioco e, di conseguenza, addestrando ogni squadra ad affrontarle.

Non è un caso che le prime sei della classe in Premier siano tutte allenate da tecnici stranieri: un tedesco, un argentino, un norvegese, un italiano e due spagnoli. Tre di questi hanno sostituito, nell’ultimo anno, un francese, un altro italiano e un portoghese. Ed è rilevante notare come non siano paragonabili tra loro in quanto idee di gioco. In Premier confluiscono quindi mondi differenti che “preparano” le squadre inglesi a qualsiasi tipo di confronto: è l’addestramento ideale per affrontare la varietà della competizioni europee. È una semina durata qualche anno, possibile grazie alla disponibilità economica della Premier, che ora sta pagando i dividendi, come dimostrano le due finali europee completamente inglesi.

I progetti

In Italia manca una varietà nelle proposte anche perché non viene concesso il tempo per realizzarle. Poche squadre riescono a gettare le basi di progetti a lungo termine ed è una condizione che coinvolge sia le grandi che le medio-piccole, salvo rare eccezioni. Di nuovo, è un difetto “genetico”, condizionato anche da un racconto sul calcio che per molti anni si è concentrato troppo sul risultato. Così la pressione psicologica in A è superiore rispetto all’estero, sia all’esterno della società che all’interno.

Ciò porta all’instabilità emotiva e al cambiamento. Inoltre, a lungo è stato visto con uno sguardo diffidente chi ha cercato di proporre un calcio diverso, di basare progetti di crescita partendo dal gioco piuttosto che dai giocatori e soprattutto importando principi estranei ai canoni italiani, ma il vento sembra stia cambiando e a dimostrarlo è, tra gli altri, la Nazionale di Mancini, la cui proposta è ben accolta dall’opinione pubblica seppur sia in contrasto con l’idea di calcio tradizionale italiana.

L’economia

I soldi sono una variabile importante, naturalmente, per la competitività interna. L’assenza in Italia di un’impiantistica adeguata è un bastone tra le ruote del movimento: finché gli stadi non saranno al passo con i tempi, la disponibilità economica delle società sarà inferiore rispetto a quella dei club  dei top-campionati europei. Basti pensare che nella top-10 dei ricavi da stadio non figura nessuna italiana: secondo il rapporto Deloitte Football Money League, la Juve lo scorso anno era tredicesima in Europa con 51,2 milioni di euro incassati, quasi un terzo rispetto al Barcellona (primo con 144,8 milioni). Inoltre l’atmosfera stimola i calciatori e incentiva la competitività: giocare spesso in stadi semivuoti inevitabilmente sgonfia l’agonismo e crea nei giocatori l’abitudine a giocare in condizioni di relativa tranquillità, il contrario di quanto è richiesto in campo europeo.

Storicamente le nostre squadre contano principalmente sui diritti televisivi come fonte di ricavo, ma il paradosso è che il sistema di distribuzione genera scompensi che ostacolano la competitività interna: in A, nonostante l’ultima revisione della legge Melandri, il rapporto dell’incasso tra la prima e l’ultima è pari a circa 2,5:1, mentre in Premier è, al massimo, 1,8:1. Se le medio-piccole incassano quasi come le grandi, avranno più margine per investire e alzeranno la competitività dell’intero torneo, generando così un effetto virtuoso che migliorerà le stesse grandi.

 

La competitività

L’errore è pensare che siano i top team a fissare il livello di competitività del campionato. Semmai è il contrario: è la forza delle ultime a determinare la soglia media. La competitività è come una corda tirata dalle grandi da un lato e dalle medio-piccole dall’altro in cui le seconde hanno più forza. Se scivolano in basso, trascinano l’intero campionato. In Serie A, la competitività interna sta scivolando verso il basso perché le squadre della seconda metà di classifica sono troppo lontane rispetto alle prime, così scendono le quote per i vari obiettivi e le grandi si disabitueranno a partite complesse, alla tensione, alla sensazione di poter perdere sempre e ovunque. Il dominio interno della Juve ha poi fatto il resto: è tale la distanza rispetto ai bianconeri che molte, troppe squadre non cominciano il campionato con l’idea di poterlo vincere. Così sfuma l’abitudine alla competizione: non è un caso che le squadre italiane, in Europa, siano all’altezza delle rivali nella prima parte della stagione, ma poi si sgonfino nella seconda, sul più bello, quando la tensione sale. A risentirne è anche la Juve stessa, che in pratica si ritrova senza rivali e quindi senza reali partite “allenanti” durante la stagione.

Immagini Getty Images