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Treno speciale Taranto-Bari, 14 maggio 1989

L’Ilva e gli ultrà, la politica e il calcio: un estratto dal nuovo romanzo Fino alla fine di Angelo Mellone.

È uscito il nuovo romanzo di Angelo Mellone, dirigente Rai Uno e scrittore. Fino alla fine (Mondadori) racconta, nel futuro prossimo di una campagna elettorale durissima in un'Italia divisa e conflittuale, la distruzione di un'amicizia storica – forgiata nella militanza politica e di curva – all'ombra delle ciminiere dell'acciaieria di Taranto: Claudio, ora viceministro al lavoro, opera per ambientalizzare la fabbrica, mentre Chiodo, il suo antico capo politico e icona ultras, si allea con l'estrema sinistra per lottare in nome della sua chiusura. Anche ricorrendo alla violenza. All'interno c'è anche spazio per il mondo ultrà negli anni della ribellione. Questo estratto è un capitolo del libro.

Treno speciale Taranto-Bari, 14 maggio 1989
Avevano fatto i primi della classe alla stazione di Gioia del Colle e a Modugno i baresi stavano restituendo la gentilezza. I rotti in culo avevano preparato la sorpresina e si erano sistemati con l’artiglieria come meglio credevano, tanto non c’era nemmeno un vigile urbano a fare la ronda. Il sasso centrò la parte bassa del finestrino e investì Chiodo sulla pancia, assieme a una nuvola di frammenti di vetro che cominciarono a brillare sulla faccia del Duce stampata sulla maglietta.

Se la pietra avesse colpito venti centimetri più in alto gli avrebbe rovinato la faccia. Era da dieci minuti che se ne stava affacciato con il collo piegato per mettere a fuoco il panorama della periferia di Bari, gli scheletri delle vecchie masserie mischiate con i caseggiati popolari. Non s’era accorto che i bastardi erano appostati dietro le panchine e all’ingresso della casa cantoniera.
La pietra volteggiava a un paio di metri da lui quando l’aveva vista.
Troppo tardi.

L’alito gli puzzava ancora di Baileys, residuo della festicciola al piazzale, prima di partite, una bevuta offerta da un camerata del rione Italia – anche lui operaio al Siderurgico, all’Agglomerato – e un morso alla rosetta con pomodoro, mozzarella e origano. Anche il Collettivo s’era unito al brindisi, quelli avevano cantato Bella ciao, loro avevano risposto con Giovinezza e un gruppo di controllori che smontavano li aveva mandati a quel paese, ridendo. Si riusciva a ridere anche prima dell’alba, prima di salire sulle carrozze UIC-Y, prima di schierare il commando ultrà. Era il quarantesimo fine settimana che trascorreva appresso alla squadra in tre anni, solo i turni in fabbrica e una broncopolmonite gli avevano tolto il record; spettava a Bonbòn, un disoccupato di Tre Carrare-Battisti che traeva senso alla vita solo dal Taranto Calcio e dal racconto – ogni volta identico nei personaggi, ogni volta differente nelle conclusioni – sulle pistolettate in trasferta con la Ternana e le lavatrici che cascavano dai balconi a Salerno.

Chiodo aveva fatto ristampare le tessere dei Rebels, quasi a sfregio: «Solo i vili e i mediocri conoscono il tramonto del sole e vengono dimenticati. Noi siamo eterni e il nostro giorno non conoscerà tramonto» e dunque l’eternità era un apriori, il tramonto un’evenienza non calcolata, la classifica della squadra una variabile secondaria, il rendimento in campionato non contava più di tanto perché il Taranto stava a un passo dalla Serie C e il Bari volava verso la promozione. La questione di quel viaggio, andata e ritorno in tarda serata – se tutto andava bene, sennò sarebbe stata notte fonda, avanzi di panini, acqua minerale calda e tanfo di sudore negli scompartimenti anche con i finestrini abbassati –, era legata alla solita questione d’onore.
La partecipazione, prima di tutto. In massa. In ogni stadio. Sempre presenti.
Tarandine sime nùje / ma ci cazze site vùje.
Chi cazzo siete voi, chi cazzo siamo noi veniamo a spiegarvelo. L’ordine di tutti i capi della curva, e Chiodo con i Rebels per primi, era stato tassativo: poche chiacchiere e nessuna figura di merda, dovevano riempire a scoppiare il settore ospiti dello stadio della Vittoria. L’anno prima c’erano stati con uno striscione dedicato al traditore Pietro Maiellaro, questa volta si tornava per chiarire che i padroni della Puglia erano loro, pure in zona retrocessione, anche a piedi in corteo da Taranto sarebbero partiti se fosse stato necessario.
Chiodo fece un salto all’indietro, rinculando, un dolore alla bocca dello stomaco, il cappellino di raso a spicchi rossoblù gli cascò da dosso.
«Giù! State giù! Le muerte ca tenene ’sti figli di puttana!»

Gridò l’allarme ma tutti gli altri erano già cascati per terra, uno sull’altro. Il treno stava viaggiando lento ma qualcuno aveva tirato il freno di emergenza e così le carrozze si erano fermate di colpo, sbattendo una sull’altra a domino. Le ruote sprizzarono scintille e già si sentivano le urla di chi si assiepava davanti alle porte con la cintura fra le mani e la voglia di vendetta schiattata in corpo, perché voleva scendere e prendere per il collo quei fenomeni del tira e fuggi. Gli scontri non si facevano così, troppo facile, se le dovevano trovare di fronte quelle carogne e vedere se avevano le palle. All’andata i celerini li avevano fatti entrare dieci minuti dopo e uscire cinque minuti prima dallo Iacovone, non c’era stato il tempo di dar loro il benvenuto, alcuni fratelli della curva Nord avevano dovuto saltare la partita e aspettarli al casello autostradale di Massafra pur di non far tornare vergini i nemici in terra di Bari.

Il primo a cadere fu Dindo. Si trovò le Vans di Enrico Bulfaro in faccia senza capirci niente. S’era addormentato alle dieci di mattina dopo la terza birra, alla sassaiola di Gioia non c’aveva capito niente, il catarro gli era arrivato al naso e per gli ultimi venti minuti aveva russato, la testa buttata all’indietro, e l’odore dolciastro del fumo che passava di bocca in bocca nello scompartimento.
Claudio stava da un’altra parte, non s’era ancora fatto vedere. «Chiodo, che è successo?»
Chiodo si alzò da terra, provò a togliere i vetri che gli pizzicavano sulla maglietta, un paio di frammenti gli si infilarono nella mano.
«Ci hanno fatto la sorpresa, gli infamoni».

Sentirono altri due tonfi sul dorso della carrozza. I baresi s’erano accumulati una bella scorta di munizioni nei giardinetti dietro la stazione. Dindo guardò la parabola di un fumogeno blu che dalla carrozza affianco era finito sotto il porticato. «Dov’è, dov’è? Il barese ma dov’è?». Quel riadattamento di Louisiana dei Litfiba l’avevano inventato l’anno prima, proprio a Bari, smontando i tubi dei bus cittadini che li portavano allo stadio, Claudio aveva perso i Ray-Ban a goccia per colpa di una gomitata. Non era servito a niente, ma la tribù poteva dire d’aver trovato armi idonee alla battaglia da ostentare all’arrivo.

In quel momento gli unici arnesi di guerra disponibili furono le voci, le minacce, gli insulti alle madri e la promessa di futuri incontri perché il fischio del capostazione, lo scampanellio dalla tettoia e l’apparizione sullo sfondo di due volanti della polizia a sirene spiegate rimisero in moto il treno senza che alcuna porta fosse stata aperta, nonostante i pugni e i calci assestati per sfondarne almeno una e andarsi a prendere subito la rivincita al binario uno.
I baresi li avevano presi a ceffoni e non si erano potuti difendere.
Il treno ripartì e una decina di ultras del quartiere Paolo VI lo percorsero a ritroso per urlare a quei vigliacchi che i coltelli erano pronti a infilarsi in qualche femore. Senza toccare l’arteria, giusto il ricordo. Schizzavano velocissimi sui passaggi di interconnessione a spintoni e gomitate, erano furie, e se fosse stato utile si sarebbero anche buttati sulle rotaie, finita l’ultima carrozza, ma il treno aveva di nuovo accelerato, sferragliava lontano dalla stazione di Modugno e quelli erano usciti dalla tana, stavano in mezzo ai binari e salutavano in dissolvenza i tarantini – solo i bomber girati dal verso arancione, il loro simbolo clanico, si vedevano per bene – spiegando a gesti eloquenti che glielo potevano succhiare.

In quel momento, poi, Dindo e Chiodo sentirono esplodere la voce di Claudio. Era proprio lui, il baritono schiacciato sul diaframma, stava dando di matto, probabilmente si faceva spazio nel corridoio, chiedeva se qualcuno avesse del ghiaccio – che richiesta assurda, chi poteva avere del ghiaccio su un treno speciale che trasportava tifosi da un cortile di concentramento all’altro? – o una benda, una sciarpa, uno straccio di pantalone, qualsiasi cosa che potesse essere utile, perché una ragazza si era fatta male.
Una ragazza.
Ne avevano viste poche salire, non era cosa da femmine quella trasferta.
All’alba, Dindo e Claudio erano saliti sul numero 8 in viale Liguria alla volta della stazione, convocazione degli ultras per le sette. Treno speciale, niente pullman e men che meno automobili, non era il caso di andarsi a suicidare a vanvera. Nessuno dei due aveva parlato più di tanto. Erano rincasati alle tre dalla serata al Penthouse con l’adrenalina addosso e la notte era passata insonne. Chiodo invece era arrivato da casa a piedi, s’era fermato a far colazione all’unico bar aperto a Tamburi, in via Felice Orsini, s’erano salutati alla svelta e in mezzo a quel convegno di anime assonnate era riuscito a infilare alla chetichella un fumogeno nei pantaloni di Dindo. Li avevano nascosti in uno sgabuzzino del deposito automezzi dell’AMAT, con un paio di aste da bandiera che un macchinista amico aveva già messo in una latrina del treno. Dovevano sfangarla alle perquisizioni della Polfer.
«Sei l’unico che tiene la faccia da bravo bambino», gli aveva detto Chiodo, «tocca a te.»
Quel candelotto gli pigiava come tritolo nelle mutande ma era stato bravo, aveva tenuto la faccia di bronzo. Claudio era salito dopo e non si erano più incrociati, i vagoni erano cinque, Dindo pensò che si fosse sistemato altrove.

Le uniche donne viste salire sul treno erano la fidanzata e la sorella di Diavoletto, uno del Collettivo, ma erano maschi quasi quanto lui, gente delle case popolari, spacciatrici al rione Salinella, culi grossi e gambe adipose strizzate nei fuseaux neri. E in quel momento, quando Dindo e Chiodo presero a seguire Claudio che ritornava indietro con un asciugamano e una bottiglia d’acqua, lo chiamarono e non si girò, entrarono dove si era sistemato, c’era ancora chi stava sdraiato in alto, nei vani portabagagli, Dindo capì che l’amico suo gli aveva detto una bugia. E non solo lui.
«Cazzo ci fa lei qua? Che cazzo ci fa lei qua?!»
Gorgo era stesa per terra, i capelli ricci impastati con il sudiciume del pavimento, le palpebre tremolanti, gli occhi gettati all’indietro.
«Che tiene, coglione?» urlò a Claudio, che le stava tamponando con l’asciugamano un taglio sulla guancia.
«Un pezzo di vetro l’ha presa. Statti calmo.»
«Calmo? E tu niente sapevi?» chiese a Chiodo.

Il pomeriggio prima avevano litigato di brutto, Dindo e Gorgo, alla riunione del Fronte della gioventù. Gli argomenti all’ordine del giorno erano il concerto a Lecce degli Amici del Vento e gli incidenti degli studenti cinesi a piazza Tienanmen, ma tutti in verità pensavano al derby. Metà dei militanti guarda caso non c’erano, stavano a ultimare lo striscione per la trasferta nella tana dei Rebels. Da due settimane Gorgo supplicava gli amici di portarla con loro in trasferta. Lei non era mai andata allo stadio della Vittoria, non potevano escluderla, il Taranto stava a pezzi e chissà quando sarebbe ricapitato. Sì, era pericoloso, lo sapeva benissimo, avrebbe dovuto dire una bugia al Professore, la madre era una ingenua e dunque stava già fatta, la compagna di classe con cui fare la finta dell’invito a pranzo fuori città l’aveva trovata e loro la dovevano coprire, in fondo a scuola quando c’era da fare tesseramento mandavano avanti lei e nessuno si preoccupava troppo che la prendessero a mazzate o finisse ad accapigliarsi con qualche stronza della FGCI. Dindo le aveva detto in malo modo che non se ne parlava proprio, quel circo degli scavezzacolli non era posto adatto a lei, un mese prima a Sheffield erano morte novantasei persone schiacciate nella calca e tutti s’erano cacati sotto guardando alla televisione le immagini dello stadio di Hillsborough, a Bari ciascuno avrebbe dovuto pensare a sé e nessuno sarebbe stato in grado di badare a lei.
Questa cosa l’aveva mandata su tutte le furie. Chi si credeva di essere, quel cretino?

«Le ho detto io che poteva venire, mo’ sei contento?», rispose Claudio, e si parò davanti a Dindo. Era quindici centimetri più alto, le spalle ampie e piatte come una tavola. Piegò le labbra in una smorfia, le vene del collo si gonfiarono d’irritazione.
Gorgo l’aveva pregato in ginocchio di portarla con sé, lui non era riuscito a dirle di no, Chiodo neppure, e adesso aveva paura d’aver combinato un casino.
L’amico suo era innamorato della ragazza. Lo sapeva, sì che lo sapeva, anche senza confessioni, e questo poteva davvero spiegare Gorgo e Dindo, le porte sbattute e le parole date e tolte a capocchia, le tresche consumate di nascosto, i continui battibecchi, i diabolici arabeschi della gelosia. Lui invece la considerava la sorella minore, la sorella che non aveva e a cui darla sempre vinta, e mentre il treno arrivava a destinazione si sentì un ospite fuori posto.

Dindo si tolse il giubbotto Stone Island blu e lo mise sotto la testa della ragazza. Arrivò di corsa uno che faceva l’infermiere all’ospedale Nord e tranquillizzò tutti: Gorgo aveva una lacerazione non troppo profonda, a Dio piacendo nulla di esagerato, il sangue aveva smesso di fuoriuscire e se la sarebbe cavata con una cicatrice. Il giusto ricordo di quella cazzata.
«Tu sei pazza, sei, Gò».
«E pure che sono pazza? Tu invece normale, no, che ieri stavi a fare le impennate?»
Con l’Aprilia AF1 Replica, Dindo aveva rischiato di cappottarsi in via Dalmazia, un estremo colpo di reni l’aveva tenuto sulla ruota posteriore.
«Dove hai messo lo zaino?».
Gorgo gli indicò un pertugio dietro al poggiatesta. Prese l’Invicta rosso e blu, sporco di pennarello. Lo usavano sempre per fare un palo alle partite di pallone nella loro strada, le automobili passavano ogni cinque minuti e si riusciva a giocare senza troppi pericoli. Su un lato erano segnate le tacche delle volte che avevano vinto.
«Così non lo dimentichi».
«Stéje megghjie ’a uagnedda bèdde?»
Gli occhi gonfi di Chiodo le si posarono addosso, lei lo rassicurò, stava bene, era una sciocchezza.
«Tengo una cosa per te».
Gorgo lo guardò stupita. Chiodo tirò fuori una cosa dalla tasca interna del giubbotto di pelle nera.
«È la nuova toppa dei Rebels».
Era bellissima, un’aquila rossa su sfondo blu reggeva fra le zampe una croce celtica.
«Mo’ la puoi cucire sopra», le disse, mentre le passava lo zaino e la aiutavano ad alzarsi con Dindo, che s’era acquietato. «Grazie, capo».

Un sussulto li sbilanciò leggermente, il treno rallentò di nuovo. La voce dell’altoparlante comunicò che al binario 4 era in arrivo il treno speciale da Taranto. Le divise nere a strisce dei carabinieri stavano aspettando al di là della stazione, nella piazza col fontanone al centro e le vie dello shopping sullo sfondo, i negozi però erano chiusi, era domenica, era ora di pranzo, e arrivavano i tarantini.
«Servi dei servi, dei servi dei servi!»
Alla fine dei binari, invece, c’erano i celerini. Una selva di braccia tese spuntò dalle carrozze, mani che pestavano mani, urla levate al cielo, scarpe che di nuovo sbattevano a ripetizione sui portelloni, aprite santoddio, dovevano scendere. Un lavabo sradicato dalle latrine finì sul marciapiede, i piedi calpestavano vetri, lattine, tappi di birra. Le bandiere furono tolte dalle aste di legno e riposte negli zaini, la stoffa non doveva rovinarsi, la nebbia dei fumogeni – le micce, occhi rossi e mefistofelici – fece muro ai primi metri di marcia. Chiodo prese la fionda e le biglie d’acciaio. Le divise grigie abbassarono le visiere dei caschi, aggiustarono le spalline e le gomitiere imbottite, l’aria tiepida gonfiò la rabbia, aizzò la disfida. Era lungo il tragitto fino allo stadio.
Servi.
Dei servi.

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