Tre cose sulla terza giornata di Serie A

Le certezze del Milan, Napoli-Juve e il peso del tempo, Vlahovic risponde presente.

 

Il Milan è più avanti della Lazio, e forse di tutti gli altri
Le parole nel postpartita di Maurizio Sarri («Abbiamo fatto una partita contraria rispetto a quello che proviamo per tutta la settimana, ci siamo messi ad aspettare l’avversario nella nostra metà campo») sono una fotografia perfetta e completa di Milan-Lazio 2-0: da una parte c’era una squadra, la sua, che non ha ancora recepito e capito il nuovo corso tattico in cui è coinvolta, o comunque non l’dha ancora metabolizzato. Dall’altra parte, invece, c’era un gruppo costruito nel nome di un’idea, amalgamato in quasi due anni di lavoro su questa idea, potenziato con i giocatori giusti per portare avanti questa idea, senza deviazioni, senza compromessi. Insomma, il Milan ha dimostrato per l’ennesima volta di essere consapevole delle proprie qualità, del proprio destino, del fatto che deve giocare così – praticando l’aggressività, la verticalità, portando molti uomini in avanti e gli avversari allo sfinimento – perché la rosa assemblata da Maldini e Massara possa rendere.

E Pioli è un interprete, anzi un maestro d’orchestra perfetto per questo spartito: basta vedere come ha fatto e sta facendo crescere i suoi ragazzi – su tutti Leão e Tonali, i più promettenti – e come ha smorzato gli entusiasmi di una squadra tecnica e offensiva come la Lazio di Sarri, che tutti davano giustamente in grado di venire a fare la voce grossa a San Siro. E invece non è andata così perché questo Milan ha dalla sua il vantaggio dell’idea, di un progetto serio e coerente e profondo, un progetto che funziona e si riverbera evidentemente in campo, in ogni azione, in ogni movimento, mentre tutti gli altri, anche quelli che condividono il primo posto in classifica con Pioli e i suoi ragazzi, stanno vivendo e imparando qualcosa di nuovo. Il Milan, invece, parte più avanti. E ora ha anche ritrovato Ibrahimovic, per dare un ulteriore tocco di solidità, ambizione e qualità a uno dei migliori progetti della Serie A, forse il migliore in assoluto insieme a quello dell’Atalanta.

Milan-Lazio 2-0

Napoli-Juventus, il peso del tempo e delle (in)certezze

Il discorso fatto per Milan-Lazio può essere copincollato, almeno in parte, per raccontare Napoli-Juventus 2-1. Certo, ci sono delle differenze sostanziali: al Maradona è andata in scena una partita tra due squadre all’inizio di un nuovo percorso, alla ricerca di una nuova identità. Proprio per questo, però, l’andamento e l’esito della gara sono stato piuttosto netti e sorprendenti e definitivi, nel senso che il Napoli di Spalletti è sembrato essere già di Spalletti, è sembrato essere più avanti, mentre la Juventus di Allegri è parsa ancora informe, indecisa, manchevole di una direzione, quindi di un futuro – almeno a breve termine. Anche questa differenza si può spiegare con le parole di uno degli sconfitti, vale a dire Giorgio Chiellini: «Alla Juve abbiamo giocatori di velocità e di contropiede, e difensori che, con tutto il rispetto, non possono tenere giocatori come Osimhen, soprattutto negli spazi larghi». È evidente che una squadra costruita in maniera così incoerente, soprattutto in avvio di stagione, possa fare ancora poco: difendersi bassa, lasciare il dominio del pallone e del gioco agli avversari, cercare di colpire in ripartenza. È andata così anche contro il Napoli, solo che però si è avvertito chiaramente il peso del tempo e delle incertezze: la Juventus di oggi non è quella solida e sicura di cinque, quattro o tre anni fa, ha degli evidenti cali di concentrazione nei singoli, commette errori banali, anche clamorosi, e quindi non ha certezze tattiche da cui ripartire per tenere o rimettere in piedi le sue partite. Si era già visto contro Udinese ed Empoli, si è visto chiaramente contro un Napoli che, invece, ha saputo rispondere a un errore a dir poco grossolano – il pessimo stop di Manolas che ha regalato il gol a Morata – con una prova di costanza e di qualità, con un possesso prima sterile e poi via via sempre più tagliente, con una determinazione feroce che ha fatto leva sulla sicurezza manifestata nelle lunghe fasi di attacco posizionale, un’eredità del passato che Spalletti ha fatto sua, e che col tempo sarà integrata di e con nuovi strumenti. Ecco, questa è la differenza: il vecchio Napoli è una squadra possibile e credibile anche nel presente, su cui il nuovo allenatore può lavorare – sta già lavorando – a modo suo per costruire il Napoli del futuro. La vecchia Juventus, invece, è un progetto che sembra non poter più rivivere, di certo non come in passato. E non è una questione che riguarda Allegri o qualsiasi altro allenatore, ma che parte essenzialmente dai giocatori, dai loro limiti, dalle loro prospettive.

Gli highlights di Napoli-Juventus 2-1

Dusan Vlahovic ha già risposto a tutte le domande

Atalanta-Fiorentina è stata la partita – l’ennesima – di Dusan Vlahovic. Per i due gol su rigore, che fanno volume e anche un po’ di storia – è il quarto giocatore più giovane a raggiungere 30 reti realizzate nella storia della Serie A, solo Alexandre Pato, Roberto Mancini e Domenico Berardi ci sono riusciti prima dei suoi 21 anni e 227 giorni. Perché il centravanti serbo ha reagito con serenità e prontezza a un ambiente a dir poco ostile. E poi perché la Fiorentina è dipesa da lui, si è appoggiata su di lui per giocare a calcio, per imbastire quelle combinazioni che sono essenziali nel sistema di Vincenzo Italiano. Anche in questo senso il contributo di Vlahovic è stato a dir poco esemplare: l’Atalanta non ha offerto la miglior versione di sé ma resta un avversario scomodissimo da affrontare, per la sua foga difensiva, la sua pressione sugli avversari, eppure Dusan non si è scomposto, ha lavorato benissimo spalle alla porta e con il pallone tra i piedi, ha saputo fungere da pivot ma anche da regista offensivo, da distributore del gioco, senza perdere in qualità e lucidità quando c’è stato bisogno di fare gol. Difficile chiedere di più a un giocatore così giovane, impossibile sperare di meglio per questo avvio in cui tutti, non solo a Firenze, aspettavano di capire quale sarebbe stato l’approccio di Vlahovic alla stagione della possibile consacrazione, al primo anno da star riconosciuta e da uomo-mercato che ha deciso di non spostarsi, di giocare ancora nella Fiorentina. Ecco, la risposta del centravanti serbo è già arrivata, ed è potente, fragorosa, scintillante: lui e la squadra viola vogliono essere protagonisti, come e più di prima. Bisognerà fare i conti anche con loro, per l’alta classifica.

La doppietta di Vlahovic e il resto delle cose migliori di Atalanta-Fiorentina 1-2