Tre cose sull’ottava giornata di Serie A

Il vecchio Allegri per una nuova Juve, la profondità del Milan, il ritorno di Felipe Anderson.

 

Allegri si è preso anche la nuova Juventus
Il fatto che Juventus-Roma 1-0 sia una consuetudine dell’era-Allegri – la gara di Torino tra bianconeri e giallorossi era finita con questo risultato anche nelle stagioni 2015/16, 2016/17, 2017/18 e 2018/19 – non ha significato solo per le persone di calcio che non credono alle coincidenze calcistiche. È un gruppo che in realtà non esiste davvero: i corsi e ricorsi storici sono uno dei carburanti storici di questo sport e della sua narrazione, alimentano suggestioni, paralleli col passato, si possono usare per spiegare il presente e anticipare il futuro. Nel caso della Juventus di Allegri, poi, tutto diventa ancora più semplice: dopo le prime gare di assestamento, l’allenatore livornese ha rimesso la squadra bianconera sui binari a lui più congeniali, dandole un’anima reattiva e sorniona, ma soprattutto solida.

La terza vittoria stagionale per 1-0 – la quinta consecutiva con un gol di scarto se consideriamo tutte le competizioni – è il frutto di un inizio sprint e poi di un controllo militare ma rilassato degli spazi, con pochissime falle strutturali e ancor meno momenti di sbandamento. Certo, sul risultato e sul giudizio finale di Juve-Roma pesano tutte le cose successe poco prima del fischio finale del primo tempo, e ovviamente stiamo parlando del controverso rigore assegnato alla Roma – prima del gol segnato da Abraham – e poi sbagliato d Veretout. Al netto delle discussioni sulla scelta di Orsato, resta un fatto: pur mostrando un gioco offensivo probabilmente più sofisticato rispetto a quello della Juve, il penalty di Veretout è stato uno dei quattro tiri in porta complessivi scoccati dagli uomini di Mourinho.

Certi numeri non arrivano mai per caso, sono il frutto di quei lavori di equilibratura e rimodulazione in cui Allegri è un maestro. Merito (ancora) delle grandi colonne, di Bonucci e Chiellini, ma anche di altri nove giocatori che interpretano gli stessi dettami in un modo leggermente diverso rispetto alle edizioni del passato: la nuova Juventus vuole e riesce a essere un po’ più ambiziosa nel pressing, nel tentativo di recuperare il pallone in avanti, così da potersi scatenare in contropiede – il miglior contesto possibile per giocatori come Chiesa, Kean, il redivivo Bernardeschi. Ciò non toglie che le lunghe fasi di difesa posizionale siano ancora il miglior terreno di caccia per inaridire il gioco avversario, ma questo mix tra tradizione e modernità sembra essere davvero promettente. E il fatto che Allegri l’abbia compreso e se ne sia appropriato, che l’abbia fatto rimanendo se stesso ma pure smussando alcuni angoli della propria visione, è una garanzia per il futuro della Juve.

Juventus-Roma 1-0

La profondità – tecnica ed emotiva – del Milan

Quando l’Hellas è andato in vantaggio di due gol a San Siro, tra l’altro con pieno merito, sul Milan si sono addensati i fantasmi del passato recente: se la squadra di Pioli ha avuto un difetto, nello scorso campionato, era quello di non riuscire a ribaltare le avversità che capitavano nei momenti già difficili. Per dirla banalmente: non c’erano (ancora) le capacità necessarie per superare un’emergenza infortuni come quella vissuta in questo periodo, la squadra rossonera ha sempre giocato bene ma sembrava non avere alternative – sia tecniche che emotive – per vincere una partita difficile come quella contro il Verona – che poi in realtà si tratterebbe di un’operazione complicata per chiunque, figuriamoci per chi non ha a disposizione Brahim Díaz, Theo Hernández, Maignan, Messias, Florenzi, Bakayoko. La rimonta firmata da Giroud e Kessié, poi completata dallo strampalato autogol di Gunter, ha offerto sensazioni esattamente opposte: nonostante tutte le assenze, a cui va aggiunto anche l’infortunio di Rebic in corso d’opera, il Milan ha trovato la forza per cambiare assetto e inerzia della partita. L’ha fatto grazie alle sostituzioni (Leão per il già citato Rebic, Krunic per Maldini e soprattutto Castillejo per Saelemaekers), quindi grazie alla profondità della rosa, e poi attraverso una pressione che ha finito per schiacciare e poi sfiancare il Verona, fino alla capitolazione definitiva. Il fatto che dopo il terzo gol sia entrato anche Tonali, ovvero uno dei migliori giocatori in questo avvio di stagione, e che Kjaer sia rimasto in panchina fino alla fine della gara, ci dice che il Milan è una squadra vasta e che Pioli sa come manipolarla perché possa risolvere anche le situazioni più complesse. In vista del tour de force che aspetta i rossoneri fino alla prossima sosta – Porto, Bologna, Torino, Porto e infine il derby – non sarebbe potuto arrivare un segnale migliore, più significativo.

Gli highlights di Milan-Verona 3-2

È la Lazio di Felipe Anderson

Le inutili discussioni sul suo comportamento in occasione del 2-1 contro l’Inter non possono – non devono – modificare e neanche oscurare il giudizio sull’avvio di stagione di Felipe Anderson. I tre gol e i due assist serviti, il fatto che abbia sempre giocato da titolare in tutte le partite disputate dalla Lazio, la sua grande pericolosità nel “nuovo” gioco di Sarri, più diretto e verticale rispetto al passato, lo rendono un grande protagonista di questo avvio di stagione. Era quello che serviva, a lui e alla squadra biancoceleste: fin dal suo ritorno a Roma, era chiaro che il feeling con l’ambiente, con la tifoseria, non si fosse mai spezzato. Serviva che tutta questa sintonia si sublimasse anche in campo, magari in un sistema che gli permettesse di avere spazi in cui scatenare la sua tecnica elettrica, la sua incredibile rapidità palla al piede. Anche se ci sono stati diversi passaggi a vuoto, più della Lazio che suoi personali, si può dire che sia un’operazione riuscita: Felipe Anderson è tornato a essere un giocatore di grande impatto, è stato decisivo nel derby e contro l’Inter, si è integrato bene con Immobile, con Pedro e con il centrocampo iper-tecnico costruito da Sarri (Luis Alberto e Milinkovic-Savic mezzali), e a 28 anni si è riappropriato di una dimensione importante. Era quello che gli chiedeva la Lazio, che gli ha dato fiducia dopo degli anni a dir poco contraddittori. La sua risposta è stata positiva e soprattutto immediata: Felipe ha saputo riprendersi ciò che era suo in poco tempo, e in attesa che anche Sarri possa riuscirci in maniera compiuta, definitiva, sta trascinando la Lazio nelle prime posizioni della classifica.

Lazio-Inter 3-1