Tre cose sulla 12esima giornata di Serie A

Cosa ci ha detto il derby di Milano, la crisi di Mou e della Roma.

 

Un derby appagante
Parlare di un derby a folate significa commettere un errore di approccio metodologico: Inter e Milan, infatti, sono due squadre diverse, formate da giocatori diversi, guidate da allenatori diversi, quindi è inevitabile che amino giocare in maniera differente, per non dire opposta. I nerazzurri devono ragionare col pallone tra i piedi e manipolare la difesa avversaria, per essere pericolosi; i rossoneri sono più elettrici e diretti e verticali, questo non vuol dire che siano meno organizzati ma di certo preferiscono giocare a un ritmo più alto, attaccano in maniera più efficace quando riescono a pensare, correre, muovere il pallone velocemente. Non è sempre possibile, non lo è per nessuno, quindi forse è per questo che ci è sembrato di assistere a una partita a folate: quando la squadra di Pioli è riuscita a imporre il suo calcio, ha prevalso sugli avversari; quando si è un po’ ritirata per sopraggiunti limiti fisici e mentali, sono stati i nerazzurri a tenere in mano il controllo del gioco. E a rendersi più pericolosi.

Questa premessa non deve ingannarci: in realtà tutta la partita è stata giocata con grande intensità da parte di entrambe le squadre. E infatti alla fine il pareggio non è solo un risultato giusto, ma ha anche confermato la dimensione di vertice di Inter e Milan: Pioli e Inzaghi, per dirla in breve, hanno tutto ciò che serve per puntare allo scudetto. O, quantomeno, per coltivare la speranza di vincerlo fino alla fine del campionato. È una sensazione che si è avvertita in maniera netta nella notte di San Siro, in uno stadio di nuovo pieno e bellissimo e vibrante, forse perché consapevole dell’importanza di ciò che stava avvenendo in campo. La partita non ha deluso le attese a livello emozionale, e le polemiche arbitrali – per quanto siano sempre sgradevoli – hanno acceso ancor di più l’atmosfera. Ma la verità è che anche il livello tecnico-tattico del gioco è stato molto piuttosto elevato, o comunque divertente: i 29 tiri complessivi scoccati da entrambe le squadre sono un numero importante, rivedere gli highlights significa godersi giocate – individuali e collettive – di buonissima qualità. Per dirla in una sola parola: il derby di Milano è stata una partita appagante per gli amanti del calcio, non è stato giocato al risparmio o con la paura addosso, e forse è questa la notizia migliore per Pioli e per Inzaghi.

Certezze e limiti di Milan e Inter
Allo stesso modo, però, il fatto che Milan-Inter sia finita 1-1 deve spingere entrambi gli allenatori a una riflessione. Come succede sempre nelle grandi partite, anche il derby ha finito per amplificare i pregi e soprattutto i difetti delle loro squadre. Da parte dell’Inter, è evidente che il lavoro di Inzaghi – improntato fin dal primo momento a de-meccanizzare il gioco offensivo – abbia reso più esposta e quindi più vulnerabile la difesa, soprattutto quando viene sottoposta a pressione continua da parte degli avversari; il Milan, invece, è una squadra che sta insieme da più tempo, quindi è più strutturata e consapevole del proprio credo tattico, ma al tempo stesso si prende molti rischi e finisce per pagare gli errori dei singoli – il pallone perso da Kessié che ha determinato il primo rigore, il fallo a dir poco ingenuo di Ballo-Touré che ha portato al secondo penalty, l’errore ancora di Kessié dopo il palo di Saelemaekers. Alla fine anche l’Inter è mancata in alcuni uomini molto importanti: non solo Lautaro, che ha sbagliato il rigore del possibile 2-1, ma anche Dzeko e Barella non hanno offerto le loro migliori prestazioni stagionali.

D’altra parte, il fatto che siamo ancora alla dodicesima giornata di campionato può – anzi: deve – far sorridere Inzaghi e Pioli. Per quanto ci sia ancora da lavorare perché possano guadagnarsi i galloni di favorite per lo scudetto (vista anche la partenza sprint del Napoli di Spalletti), Milan e Inter hanno una grande base su cui continuare a costruire il loro progetto. E in più il derby potrebbe aver riportato in dote giocatori importanti come Cahlanoglu e Rebic (che ha squassato il campo nella mezz’ora finale), oltre ad aver confermato la crescita esponenziale di Tonali e Darmian, che Bastoni e Darmian sono giocatori super-affidabili, che Tatarusanu è un dodicesimo valido in grado di essere pure un portiere decisivo, in attesa del rientro di Maignan. In una serata in cui il risultato è buono ma non ottimo, tutti questi segnali assumono un valore importante, delineano e orientano il futuro, lo rendono più promettente.

La sintesi di Milan-Inter 1-1

La crisi della Roma è la crisi di Mourinho

In tutte le sue manifestazioni pubbliche da quando è diventato allenatore della Roma, José Mourinho ha sempre parlato degli obiettivi stagionali con una certa coerenza: le locuzioni più utilizzate sono state «anno di transizione», «squadra giovane e incompleta», fino ad arrivare a parole più caustiche per non dire urticanti. Dopo la sconfitta contro il Venezia, per esempio, il tecnico portoghese ha detto che «questa rosa non è meglio dell’anno scorso, abbiamo perso giocatori di esperienza: non è un attacco contro il club, ma è evidente che nella stagione in corso non si può pensare in grande». Si può dire che i concetti di fondo siano rimasti gli stessi, ma forse è proprio il reiterarsi di queste parole a restituire la profondità della crisi in cui è piombata la Roma: il suo allenatore, di fatto, si è detto convinto che una sconfitta a Venezia – dopo quelle contro Lazio, Verona, Juventus, Bodo e Milan – sia inevitabile, che la sua squadra non sia abbastanza forte o profonda per poter vincere agevolmente partite come queste, che quest’anno debba andare così e non possano esistere migliorie tattiche da approntare perché le cose possano cambiare. È questa, forse, la cosa più significativa e anche sgradevole nella situazione della Roma: dopo l’iniezione di adrenalina iniziale, l’apporto di José Mourinho sembra essersi affievolito, manca quel surplus che dovrebbe dare un grande allenatore – vale a dire la capacità di moltiplicare i valori dei giocatori anziché sommarli in maniera algebrica. Certo, magari è vero che Mourinho può fare poco se la rosa è quella che è – a Venezia, ieri, i giocatori della Roma in panchina erano Boer, Diawara, Afena-Gyan, Fuzato, Borja Mayoral, Mkhitaryan, Carles Pérez, Reynold, Tripi, Villar, Zalewski e Zaniolo – ma resta il fatto che la Roma, anche questa Roma, ha il dovere di ambire a qualcosa di più che una sconfitta a Venezia. Di chiedere qualcosa di più al suo allenatore. Proprio perché si tratta di José Mourinho.

Gli highlights di Venezia-Roma 3-2