Tre cose sulla 13esima giornata di Serie A

La migliore Inter possibile, una grande Fiorentina, la leadership di Bonucci.

 

La migliore Inter possibile
Il gol realizzato e i due falliti dal Napoli nell’ultimo quarto d’ora della sfida di San Siro contro l’Inter non devono trarre  in inganno: fin quando Mertens non ha indovinato la bellissima traiettoria arcuata che ha sorpreso Handanovic, la squadra di Simone Inzaghi era riuscita a depotenziare completamente quella di Spalletti, a minare le sue certezze, sia in attacco che in difesa. Non era facile, considerando che gli azzurri avevano subito solo quattro gol in dodici partite, e invece l’Inter è riuscita a segnargliene tre, per di più con pieno merito. Dopo il vantaggio di Zielinski, infatti, i nerazzurri hanno cambiato completamente marcia, e hanno finito per travolgere il Napoli dal punto di vista fisico, tattico e alla fine anche emotivo.

I meriti sono da ripartire in maniera equa: Inzaghi ha indovinato tutte le scelte, a cominciare dalla coppia offensiva composta da Lautaro e Correa – che si sono mossi molto, e soprattutto in maniera armonica, combinata – fino ad arrivare all’inserimento di Ranocchia al posto di De Vrij; i giocatori hanno saputo leggere e interpretare benissimo i momenti della partita, una citazione in più la meritano sicuramente Barella – tornato di nuovo ai suoi standard di dinamismo e impatto sul gioco dell’Inter – e i due esterni a tutta fascia, Darmian e Perisic, decisivi nel creare le falle che hanno determinato i gol della rimonta nel primo tempo. Infine, anche al punto di vista temporale, va sottolineata l’importanza capitale dell’intervento di Handanovic su Mário Rui: a tempo ormai scaduto, il portiere sloveno ha letteralmente tolto dalla porta il pallone del 3-3. Magari non l’avrà fatto con lo stile più elegante, ma in certi casi ciò che conta è l’efficacia.

L’Inter che ha battuto il Napoli è parsa una squadra vera, intensa e/o intelligente in base all’andamento della gara, connessa con le idee del suo allenatore. La migliore Inter possibile, se guardiamo i 60 minuti trascorsi dal gol dello 0-1 fino a quello del 3-2. L’unica cosa su cui Inzaghi deve lavorare – e forse è anche una questione di automiglioramento –  è la tendenza a ritrarsi troppo, ad abbassarsi, con lo scorrere del tempo. Il Napoli di ieri, privo di mordente e privato anche di Osimhen da un certo punto in poi, è riuscito a tornare in partita – e a sfiorare il pareggio nel finale – proprio perché i nerazzurri sono retrocessi troppo, per stanchezza ma anche per deliberata scelta strategica. Ecco, quando l’Inter riuscirà a bilanciare e a gestire meglio le sue energie, quelle fisiche e quindi anche quelle tattiche, diventerà automaticamente una delle favorite per vincere questo campionato. Se non la favorita in senso assoluto.

Inter-Napoli 3-2

La Fiorentina non ha mezze misure

Il fatto che la Fiorentina non abbia ancora pareggiato in questo campionato – sette vittorie e sei sconfitte in 13 partite – e che sia a pochi punti, appena quattro, dalla zona Champions League, non deve e non può sorprendere. Non è casuale, ecco. Lo si è visto nella partita con il Milan, che non è molto distante da quelle precedenti, tra cui anche l’inattesa sconfitta di Venezia. Certo, stiamo forzando un po’ la chiave narrativa, nel senso che è difficile anche solo pensare di paragonare il 4-3 maturato al Franchi con lo 0-1 patito in Laguna. Il punto, però, è che la Fiorentina vista contro il Milan ha trovato un contesto, delle intuizioni e – quindi – delle giocate che non si sono viste a Venezia; Italiano ha costruito una squadra radicale e difficile da governare, solo che questo discorso può cambiare interlocutore: a volte vale per gli avversari, in altri casi riguarda lo stesso allenatore viola, che in certe partite fa fatica a trovare il modo per realizzare sul campo le sue idee. Per dirla brutalmente: quando Vlahovic e Saponara – giusto per fare qualche nome pesante – sono i calciatori ammirati contro il Milan, per qualità e intensità di gioco, la Fiorentina è difficile da contenere; se poi ci si mettono anche gli errori di Tatarusanu e Theo Hernández, allora il risultato si ingigantisce, la squadra viola può dilagare. Allo stesso tempo, addirittura nella stessa partita, la stessa Fiorentina può anche spegnersi, assentarsi completamente, concedere due gol in sequenza quando sembrava camminare placidamente verso la vittoria, rimettersi e rimettere tutto in discussione. A Venezia e in altre gare di questo campionato, il periodo di blackout è durato di più, ha determinato risultati e prestazioni al di sotto del valore individuale e complessivo della squadra viola. In un percorso a medio-lungo termine come quello imbastito da Italiano, sono tappe che ci stanno, anzi sono dei veri e propri step formativi. Per tutti. Ma urge la necessità di lavorare sulle mezze misure, sulle mezze partite: purtroppo andare sempre a mille non è possibile, sarebbe fantastico pensare di giocare e vedere partite bellissime e intense e folli come questo Fiorentina-Milan 4-3, da cui – non a caso – la squadra di Pioli esce con la consapevolezza di essere forte, vivo, perché ha perso contro un avversario che farà soffrire tutti. Anche i suoi stessi tifosi.

La sintesi di Fiorentina-Milan 4-3

L’importanza di Leonardo Bonucci per la Juventus

La scelta di Massimiliano Allegri è chiara: la sua Juventus, almeno per quest’anno, è e sarà una squadra poco dominante, elastica, che proverà a vincere le partite interpretandone i momenti. È una scelta azzardata, considerando che i valori sono più livellati rispetto a tre o quattro o cinque anni fa, quando i bianconeri erano nettamente più forti della concorrenza. Ma può anche essere una strategia giusta, se corroborata dalla necessaria concentrazione difensiva, dalla capacità di trarre il meglio dalle partite favorevoli, dagli episodi, persino dagli imprevisti. In questo senso, la partita contro la Lazio ha offerto segnali di enorme importanza: l’infortunio di Danilo ha portato all’ingresso di un giocatore più offensivo – Kulusevski – e a un cambio di sistema che si è rivelato azzeccato; la squadra di Sarri ha costruito pochissime occasioni veramente pericolose; tutte le volte che i bianconeri hanno avuto l’opportunità di capitalizzare la loro buona prestazione, sono riusciti a farlo. Per gli ultimi due aspetti, l’uomo decisivo è stato Leonardo Bonucci. La doppietta su rigore vale tantissimo, la partita come coordinatore di un grandissimo De Ligt (e di Danilo prima che uscisse) ha evidenziato – una volta di più – la sua leadership, la sua importanza capitale nel nuovo progetto, nella nuova Juve di Allegri. Che vuole somigliare a quella vecchia, che a volte ci riesce e a volte no. Ma che, proprio come succedeva  tre o quattro o cinque anni fa, non può fare a meno della saggezza, della freddezza, della classe difensiva del suo numero 19. Anzi, la sua presenza e le sue doti – tecniche, tattiche, caratteriali – sono le fondamenta su cui poggiare tutto il resto.

Lazio-Juventus 0-2