Tre cose sulla 18esima giornata di Serie A

La vera Roma di Mourinho, Spalletti resuscita i calciatori, il peggior Cagliari possibile.

 

La vera Roma di Mourinho è nata a Bergamo?
Al netto di una prestazione a dir poco negativa dell’Atalanta, al netto delle belle parate di Rui Patrício – che comunque resta un calciatore della Roma, quindi i suoi meriti appartengono anche alla squadra in cui gioca, alla società che ha rilevato il suo cartellino –  e al netto delle polemiche arbitrali, la vittoria della Roma a Bergamo resterà negli occhi di tutti per un po’. E non solo per il risultato roboante, per la sensazione percettibile sul fatto che quella giallorossa fosse la squadra più ordinata e più efficace in campo, per la prima doppietta in Serie A di Tammy Abraham, per il ritorno al gol di Nicolò Zaniolo: tutte queste belle notizie sono secondarie, se vogliamo subordinate, al fatto che finalmente la Roma è sembrata una squadra di José Mourinho.

È un discorso di valori, di mentalità, più che di tattica: la feroce applicazione difensiva e il cinismo offensivo in ripartenza sono una parte fondamentale del tutto, ma ciò che è parso ancora più importante è la sintonia tra giocatori e allenatore, è stato assistere alla prima riedizione di quel rapporto simbiotico che, in passato, ha permesso alle squadre di Mourinho di andare ben oltre le proprie qualità. A Roma, nella Roma, tutto questo si era visto solo a sprazzi, soprattutto – per non dire esclusivamente – in avvio di stagione. Poi sono venute prestazioni opache e improvvise reazioni di nervi, ma non si erano mai viste partite come quella di Bergamo, così convincenti, così complete, nella sofferenza, nel controllo, nei momenti in cui l’Atalanta si è disunita e allora la Roma l’ha punita.

Il fatto che la vera Roma di Mourinho possa essere nata a Bergamo non cancella – non deve cancellare – i problemi strutturali manifestati finora, ed è un discorso che riguarda la composizione della rosa così come l’approccio tattico di Mourinho. Ma se l’ambiente giallorosso vuole avere un futuro – a breve e a medio termine – con il suo allenatore, allora ciò che si è visto a Bergamo è un segnale importante, denso di significati. Dimostra che la squadra sta apprendendo i concetti tattici ed emotivi che appartengono alla storia di Mourinho, che il tecnico portoghese ha capito come e dove lavorare per migliorare il rendimento individuale e collettivo, che ci sono dei valori importanti, soprattutto in prospettiva. Non era un caso che la Roma non avesse ancora vinto un solo scontro diretto quest’anno. Ma non è un caso che ora, contro l’Atalanta, sia arrivato questo successo così scintillante. Forse serviva solo del tempo. Certamente ne servirà ancora. Ma le promesse e le premesse sono diventate, all’improvviso, molto diverse, molto più interessanti.

Gli highlights di Atalanta-Roma 1-4

Spalletti resuscita tutti

Kevin Malcuit, Amir Rrahmani, Juan Jesus, Stanislav Lobotka, Elijf Elmas, Andrea Petagna. Solo un anno fa, questi giocatori erano tutti desaparecidos: Elmas e Rrahmani giocavano pochissime partite nel Napoli di Gattuso, ancora meno ne disputavano Lobotka e Petagna; Kevin Malcuit fu addirittura ceduto in prestito alla Fiorentina durante il mercato di gennaio; Juan Jesus non era nel Napoli, ma era praticamente fuori rosa alla Roma. Un anno dopo, cioè oggi, questi stessi giocatori sono stati protagonisti di una vittoria a San Siro. In casa del Milan. Si sono presi tre punti dal peso enorme nella lotta-Champions con vista su quella scudetto. E se il Napoli è ancora vivo – la distanza dall’Inter è di appena quattro punti, quella sulle quinte in classifica è doppia, cioè otto lunghezze – al termine di un periodo comunque negativo dal punto di vista dei risultati, e a dir poco nefasto nefasto in chiave infortuni, il merito è soprattutto loro. O meglio: dell’uomo che ha saputo resuscitarli, che li ha rimessi dentro il progetto. Ovviamente parliamo di Luciano Spalletti, che da circa un mese – cioè da quando ha perso, più o meno tutti insieme, Osimhen, Anguissa, Insigne, Fabián Ruiz e Koulibaly – si è trasformato in un piccolo chimico e ha creato una nuova formula per la sua creatura. Certo, ci sono stati dei dolorosi passaggi a vuoto, ma il Napoli visto a Milano è una squadra compatta eppure tatticamente ambiziosa, bravissima a difendersi ma mai rinunciataria, forse non spettacolare ma tremendamente cinica. Certo, va detto che anche il Milan ha affrontato lo scontro diretto con una lista di assenti chilometrica, e che le prestazioni delle due squadre non sono state così distanti tra loro. Proprio il modo di affrontare l’emergenza, però, ha fatto la differenza a favore del Napoli. Che, in attesa del rientro dei suoi migliori giocatori in assoluto, ha capito di avere delle seconde linee in grado di giocarsela con tutti. Difficile chiedere di più, chiedere di meglio, al lavoro di un allenatore.

La sintesi di Milan-Napoli 0-1

Il peggior Cagliari possibile

La partita contro l’Udinese era un’occasione importante, per il Cagliari: una vittoria contro poteva rappresentare la svolta della stagione. E non era nemmeno un’impresa impossibile, considerando pure le condizioni della squadra friulana, reduce da un inatteso cambio in panchina e da una striscia di sei gare senza successi. Forse proprio questa attesa ha finito per rendere ancora più amara la delusione per quello che si è visto alla Unipol Domus: l’Udinese non ha solo vinto la gara in maniera netta e indiscutibile, ma ha letteralmente dominato il Cagliari dal punto di vista emotivo. La paura e l’inconsistenza manifestate dai giocatori rossoblu sono state molto più preoccupanti rispetto alla mancanza di idee tattiche convincenti, non a caso la società – attraverso le parole del ds Stefano Capozucca – ha subito tolto Mazzarri dalla lista dei colpevoli, rinnovandogli la fiducia. Il problema, se vogliamo, è proprio questo: il club ha puntato il dito verso alcuni giocatori, ritenendoli responsabili non solo del rendimento negativo, attaccando la loro professionalità, annunciando dei tagli, o comunque delle cessioni, ora che si riaprirà il mercato. È il peggior epilogo possibile – anche se siamo solo a metà stagione – per un progetto che da anni vacilla o comunque zoppica vistosamente, e che quindi dovrà ripartire necessariamente da zero. È una scelta inevitabile, considerando la classifica (dieci punti in 18 partite) e la prestazione offerta contro l’Udinese. Allo stesso tempo, però, proprio la classifica e la prestazione horror offerta contro l’Udinese possono alimentare le speranze del Cagliari: lo Spezia e la zona salvezza distano appena tre punti, ed è francamente impossibile anche solo pensare di ripetere una partita come quella contro la squadra friulana. Almeno Mazzarri e la sua squadra potranno provare a costruire qualcosa partendo da qui.

Cagliari-Udinese 0-4