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Benvenuta Islanda

Come ha fatto un Paese con tanti abitanti quanti la provincia di Lecco a qualificarsi per la prima volta ad una manifestazione importante come Euro 2016.

Di Alec Cordolcini

Impossible is nothing, recitava qualche anno fa una nota campagna pubblicitaria dell’Adidas. Uno slogan che potrebbe essere adottato dall’Islanda: oggi nulla sembra più impossibile nella terra dei ghiacci. Non è impossibile mangiare carne di squalo lasciata decomporre in una fossa di sabbia ciottolosa dalla 6 alle 12 settimane (per espellere i veleni della bestia), quindi essiccata e servita in cubetti infilati sugli stuzzicadenti. Si chiama hákarl, e si consiglia vivamente di assaggiarla dopo essersi tappati il naso per non svenire a causa del nauseabondo odore di ammoniaca emanato da questa prelibatezza enogastronomica della cucina islandese. Non è impossibile far ripartire un’economia di un Paese in bancarotta, portato nel 2008 alla rovina dalla bolla Icesave (un conto corrente online che assicurava agli investitori tassi d’interesse ancora più alti di quelli già altissimi garantiti dalle banche) e che oggi fa registrare un Pil superiore a quello degli anni pre-fallimento, senza neppure aver fatto ricorso alle politiche di austerità. Non è impossibile, per chi è interessato, visitare un museo interamente dedicato all’organo genitale maschile, il Hið Íslenzka Reðasafn (Museo Fallologico Islandese) di Reykjavik.

Netherlands v Iceland, UEFA Euro 2016 qualifier football match at Amsterdam Arena, The Netherlands - 03 Sep 2015

Non è infine impossibile che un paese di 330mila abitanti, equivalente più o meno al numero di residenti in provincia di Lecco, si qualifichi alla fase finale di un campionato Europeo, dopo aver sfiorato due anni prima l’accesso a quella del Mondiale. La formula “cani e porci” voluta da Platini con l’allargamento a 24 squadre del torneo continentale, conta fino a un certo punto, perché l’Islanda il proprio girone lo sta dominando e con tutta probabilità sarebbe volata in Francia anche con la vecchia formula. Una nazionale che, a differenza di altre minnows quali il Galles, non può nemmeno contare sul Gareth Bale di turno, ovvero sul fuoriclasse un paio di spanne sopra tutti i compagni in grado di risolvere una partita anche da solo. Uno così l’Islanda non l’ha mai avuto, e anche se nella selezione continua a bazzicare il loro miglior giocatore di sempre, quell’Eiður Guðjohnsen che debuttò quasi 20 anni fa (il 24 aprile 1996 per la precisione) subentrando al padre Arnór nel corso di una trasferta in Estonia, l’ex Chelsea e Barcellona non è masi stato quel tipo di giocatore. Le altre stelle appartengono tutte a un firmamento minore, visto che capitan Aron Gunnarsson – la fascia l’ha indossata per la prima volta a 23 anni – sbarca in lunario nella B inglese (Cardiff City), Gylfi Sigurðsson (Swansea) è un ottimo “tuttocampista” reduce però da un flop quando ha provato a salire di livello (Tottenham), Kolbeinn Sigþórsson (Nantes) è stato salutato dall’Ajax senza rimpianti, l’estremo Hannes Þór Halldórsson – solo 3 reti subite e 6 clean sheets nella fase a gironi – è professionista da soli tre anni (attualmente gioca in Olanda nel Nec) e Birkir Bjarnason (Basilea) non è che abbia combinato granché in Italia.

La vittoria dell’Islanda in Olanda, con rigore decisivo di Sigdursson.

Naturale pertanto chiedersi come abbia fatto questa nazionale ad esplodere come un geyser, e se dietro tutto ciò non si celi soltanto una favorevole congiuntura astrale, come se ci si trovasse all’interno di una saga di Thor Vilhjalmsson. Ecco, quest’ultima tesi provocherebbe non poco risentimento tra le fila degli islandesi, che riguardo alla propria nazionale non amano né i toni epici né l’utilizzo dell’abusato cliché del miracolo, perché esso comporterebbe ammettere un qualsivoglia intervento divino, o del caso, che non renderebbe giustizia alla politica di programmazione e di investimenti portata avanti dalla Federcalcio locale negli ultimi 15 anni. Da qui all’Europeo vi parleranno tutti del boom del calcio islandese generato dalla costruzione di una serie di infrastrutture indoor che hanno permesso ai giocatori di giocare ed allenarsi tutto l’anno e non solo i canonici quattro-cinque mesi permessi dal rigido clima nordico, accontentandosi nel restante periodo di mantenersi in forma andando in palestra e praticando sport al chiuso quali basket e pallamano, con tanti saluti allo sviluppo tecnico del singolo atleta. Tutto vero: dal 2000 a oggi sono stati inaugurati 9 campi indoor regolamentari, 25 campi con erba sintetica e 150 campetti. Fermarsi tuttavia a questo livello di lettura sarebbe come affermare che Björk è un’artista pop, ovvero limitarsi a navigare in superficie, tralasciando tutte le ramificazioni (dal folk all’elettronica, dal vaudeville al drum ‘n bass, dal musical alla sperimentazione più pura) nelle quali si è sviluppata la carriera della più famosa musicista uscita da Reykjavik e dintorni. I campi indoor rappresentano, appunto, la superficie. Ma l’infrastruttura, da sola, non può formare nessuno. La casa va riempita, e la KSÍ (la Federcalcio islandese) ha scelto di farlo con una politica che ha bandito qualsiasi forma di dilettantismo. Una regola semplice: indipendentemente dall’età dei ragazzi allenati, il tecnico sarà un professionista in possesso di regolare patentino UEFA, A o B. Arnar Bill Gunnarsson, responsabile del calcio giovanile della Federazione, parla di momento chiave nel sistema formativo del proprio paese. «Rispetto agli altri paesi scandinavi, dove normalmente fino all’età di 12 anni i ragazzi sono allenati da qualche genitore su base volontaria, da noi anche i bambini di 4-5 anni possono contare su tecnici preparati e stipendiati. Persone dotate delle giuste competenze per introdurre il ragazzo nel mondo del calcio nel modo più corretto, senza trascurare la fase ludica, che rimane fondamentale soprattutto durante il primo approccio a questo sport. Se il bambino si diverte, stimolato da un allenatore professionista, impara ad amare il gioco, a voler fare sempre meglio, a giocare anche al di fuori delle sessioni di allenamento programmate. Questa è la nostra filosofia».

Squadra in festa per la conquista della qualificazione a Euro 2016.

Infrastrutture, know how tecnico, ma anche la giusta mentalità, ovvero piedi ben piantati per terra da parte di tutti, dai vertici fino ai giocatori. «Ci piacerebbe giocare come il Barcellona», prosegue Gunnarsson, «ma siamo in Islanda e qui al posto del sole ci sono gelo e vento. Dobbiamo quindi fare a modo nostro, senza copiare nessuno. La preparazione della nazionale, ad esempio: per noi è costoso organizzare amichevoli all’estero, soprattutto nei mesi più freddi, e compensiamo questa criticità con sessioni di allenamento extra. Il luogo dove viviamo definisce le nostre azioni. In Islanda il 95% della formazione avviene all’interno dei club, e solo il restante 5% nelle varie selezioni nazionali. Ciò avviene perché da noi non esistono club professionistici, la cultura qui è differente. Pochissimi giocatori cambiano squadra, tutti nascono e crescono nella società di riferimento del proprio quartiere e della propria città, ottenendo tutti le stesse possibilità e maturando un forte spirito di gruppo. Poi i più bravi vanno all’estero, ma una volta tornati in nazionale quello spirito ritorna, perché ce l’hanno dentro».

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Anche la mentalità del calciatore islandese medio è improntata a un sano pragmatismo, che lo rende un prodotto di esportazione particolarmente appetibile. «Non nascono fenomeni da queste parti», afferma l’agente Magnus Magnusson, «però l’islandese ha una grande capacità di adattamento, in quanto storicamente abituato a viaggiare all’estero per motivi di lavoro – penso ai flussi migratori verso Copenaghen -, parla fluentemente l’inglese e sa lavorare in gruppo. Non è un caso che il 75% dei nostri giocatori professionisti oggi sia all’estero». Trasferimenti che avvengono in età giovanissima ma, il più delle volte, attentamente ponderati, per non rischiare di bruciarsi. Per un Sigdursson che si trasferisce direttamente in Inghilterra ci sono decine di Finnbogason (ad oggi l’attaccante islandese che ha segnato più gol in assoluto – 29 nel 2014 con l’Heerenveen – in una singola stagione in un campionato europeo di prima divisione) che partono prima dalla Svezia o dalla Norvegia, per poi costruirsi la carriera passo dopo passo. Nessuno vuole diventare un eroe in Scandinavia o nella Jupiler Pro League belga, tappe però percepite come necessarie per arrivare in Premier League, in Bundesliga o in altri tornei top. E quando tornano a casa, l’approccio con la maglia del proprio paese cambia radicalmente rispetto al passato. «Quando giocavo in nazionale», ricorda Bjarki Gunnlaugsson, 27 presenze con l’Islanda «scendevamo in campo cercando di prenderne il meno possibile. Giocavamo in un contesto completamente amatoriale e il pubblico festeggiava i pareggi come fossero trionfi. Oggi non c’è più paura di nessun avversario». Si scende in campo per vincere, e poi si guarda al prossimo incontro. Senza trionfalismi, perché non è nello stile della gente di quest’isola in mezzo all’Atlantico. Euro 2016? «Il nostro obiettivo non sarà tanto quello di arrivare in semifinale», dice Gunnarsson, «ma porre le basi per una nuova qualificazione. Quando abbiamo battuto l’Olanda ci siamo detti: ok, ottimo, lavoriamo per farlo ancora. Il nostro approccio è questo». I numeri parlano di 100 posizioni scalate nel ranking FIFA in dodici mesi. Quando nel 2010 lo svedese Lars Lagerback accettò l’incarico di ct, inizialmente in coabitazione con il tecnico locale – nonché noto odontoiatra in quel di Reykjavik – Heimir Halmgrisson, l’Islanda era addirittura sotto il Liechtenstein. Impossible is nothing.