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L’inerzia del telecronista

La telecronaca del calcio, forse, è ancora troppo simile alla radiocronaca. Quale può essere il suo futuro, quali i modi di innovarla?

Di Aldo Grasso

«Passò alla tv e fu ancora peggio. Nacque l’incredibile e festoso “quasi gol” che esilarò le moltitudini. Il Nick era aedo vincente e mai perdente. Nato per raccontare epiche vittorie, l’esito contrario lo aduggiava fino al dispetto». Ma sì, diciamolo, la colpa è tutta sua, la colpa è di Nicolò Carosio, lo riconosce persino, tra molte affettuosità, Gianni Brera. Era una voce, quella di Carosio, che andava per conto suo, “delirante”, nel senso che non si curava di quello che accadeva in video, modulata sulla prosopopea tipica degli anni Trenta. Eppure una presenza piena, ideologica, in qualche modo soggiogante. Le telecronache di Nick nascono da un’assenza, dal mancato rapporto fra audio e video; in questo senso, è stato un “cattivo maestro” per i Martellini, i Pizzul e tutti quelli che lo hanno avuto come caposcuola. Quando cerchiamo ancora di spiegarci la scarsa modernità delle telecronache non si risale invano alla“fremente” dittatura di Carosio.

Con un punto di riferimento così ingombrante (Carosio), in assenza di scuola, di tradizione, ogni telecronista esprime la sua vita, le sue letture, la sua ideologia. Il telecronista è un uomo solo e nel suo recesso è assalito da angoscianti fantasmi. La paura che li accomuna tutti è il silenzio, il terrore di lasciare lo spettatore solo con se stesso. Una paura che si tramuta nella voglia di creare suggestioni, di ridisegnare l’arabesco. Il risultato è sì un resoconto disinvolto nell’ellissi, nella rapidità, nel lessico, ma anche un gergo chiuso per i non addetti (eppure esposto alla parodia), un genere oratorio irrimediabilmente di stampo epico-guerresco. Parlano troppo i nostri telecronisti, e per paura si parlano addosso.

Il telecronista è un uomo solo. La paura che li accomuna tutti è il silenzio

La telecronaca («telecrònaca s. f. comp. di tele- e cronaca. – Ripresa e trasmissione commentata di un avvenimento effettuate mediante gli impianti di diffusione televisiva», sanziona il vocabolario Treccani) conosce tre età e, purtroppo, nessuna di esse può fregiarsi del titolo di Golden Age. La prima è il “ciclo Carosio”, dal nome del primo e più celebre telecronista. Erano racconti modellati sul canone notarile: con il loro pedagogismo esasperato, la loro voglia di prendere per mano lo spettatore (uno spettatore “giovane”, da educare tramite una televisione specchio del progetto paternalista e culturale della prima dirigenza Rai) e porgergli la certificazione di quanto stava vedendo. Di più: quando appare la televisione, la scena mediatica è ancora occupata dalla radio, non ancora messa in crisi da altre tecnologie. E i telecronisti della radio, i più bravi come i meno bravi, erano comunque l’asse portante della comunicazione, godevano di quel privilegio straordinario che è la centralità.

Carosio si era formato alla scuola dell’Eiar. A Gigi Meroni, estroso giocatore del Torino, morto nel 1967 a soli ventiquattro anni per un incidente stradale, non perdonava la capigliatura stile Beatles: «Tagliarsi i capelli, così il pallone non lo vedi». Riteneva Mario Corso un giocatore troppo individualista: «Mariolino, meno veroniche e più sostanza». Le belle azioni della Nazionale lo esaltavano, perdeva il controllo delle parole e, facendo eco alle grida dei tifosi, si abbandonava a improvvisi peana: «Si eleva alto e possente il grido di “Italia, Italia”».

La radiocronaca di Nicolò Carosio della finale dei Mondiali del 1938 tra Italia e Ungheria.

La seconda è il “ciclo Piccinini”, dal nome di Sandro, figlio di Alberto Piccinini, ex giocatore di Juve, Milan e Roma. Dal 1978 al 1982, negli anni pionieristici delle televisioni private locali, collabora con la rete romana Tvr Voxson, e successivamente, viene assunto presso TeleRoma56, come radiocronista inviato negli stadi di Roma e Lazio. Nel periodo di lavoro all’emittente romana, sotto la regia di Luigi Del Mastro, scopre, con Michele Plastino, i giornalisti Fabio Caressa e Massimo Marianella. Diventa poi il principale telecronista di Mediaset (il suo collega Bruno Longhi esibisce, curiosamente, uno stile Rai). La seconda età coincide con l’avvento delle tv commerciali (a quei tempi si parlava di “tv libere” e poi di “tv private”) e con l’innesto di un linguaggio meno istituzionale. Il racconto diventa più vivace, più urlato, più personalizzato. Il telecronista comincia a “mettere in campo” la propria acerba identità.

La terza età è il “ciclo Caressa” dal nome di Fabio Caressa, già una delle principali voci di Tele + e poi, in coppia con Beppe Bergomi, punto di riferimento di Sky Sport. Si passa così da un registro da tv generalista a uno da tv tematica (è la prima volta che succede in Italia), meno pedagogia e più fantasia. Inutile ricordare come le telecronache Sky abbiano fatto fare un salto importante a questa singolare pratica retorica (altrove erano ancora rimasti alla tv in bianco e nero). E se siamo stati i primi a tessere l’elogio di Caressa e di una formidabile squadra di “voci tecniche”, con rammarico dobbiamo constatare come la situazione attuale sia quella di una deriva narcisistica, di un’involuzione, di una stasi autoreferenziale. Ovviamente le tre età si mescolano tranquillamente tra di loro, nella liquidità dell’etere le voci si confondono, non esistono confini.

L’Italia vincitrice dei Mondiali 2006 attraverso la voce di Fabio Caressa.

Queste sono solo fragili indicazioni per una breve storia della telecronaca di calcio. Curiosamente, questi tre cicli coincidono quasi alla perfezione con quelli individuati da John Ellis a proposito della storia sociale della televisione. Secondo lo studioso inglese, infatti, questa si divide in tre grandi epoche: l’età della scarsità (scarsity), l’età della disponibilità (availability) e l’età dell’abbondanza (plently).

La prima età coincide con l’avvento della televisione nel contesto domestico e con la sua istantanea diffusione come principale e popolare mezzo di intrattenimento e di informazione. In questo periodo, la televisione è il più formidabile strumento di modernizzazione delle società e delle culture. In Europa il medium è in mano allo Stato e viene strutturato sul modello del Servizio Pubblico. A partire dagli anni Settanta, e poi più decisamente negli Ottanta, l’avvento di una seconda età dipende da una varietà di fattori. Avvengono importanti trasformazioni culturali e sociali, riassumibili un po’ sbrigativamente nell’idea del passaggio da una “società dei consumi” a una “società consumistica”. Si parla anche di deregulation, intesa come fenomeno che mette in discussione il modello istituzionale precedente e causa la fine del monopolio della televisione di Stato, con un conseguente ampliamento dell’offerta che affranca lo spettatore dalla scarsità della proposta tv. In Italia, la deregulation coincide con l’avvento delle televisioni commerciali e l’ingresso in scena di Silvio Berlusconi.

L’età dell’abbondanza si caratterizza per una serie di dinamiche nuove che coinvolgono i diversi aspetti del medium (istituzione, testualità, pubblico), dinamiche legate a doppio filo al processo di digitalizzazione dei media. La trasmissione delle informazioni in digitale ha reso possibile che i mezzi di comunicazione si separassero dalle proprie piattaforme di trasmissione esclusive: il flusso televisivo ha cominciato a viaggiare anche su supporti diversi dal televisore, supporti che la televisione ha in breve tempo colonizzato (computer, smartphone, tablet…). La televisione ha dunque moltiplicato i suoi canali di accesso ai contenuti, espandendosi oltre il tubo catodico: televisione satellitare, web tv, iptv, mobile tv… I canali si sono fatti più numerosi, e si sono specializzati alla ricerca di nicchie di pubblico più remunerative: il broadcasting si specializza in forme di narrowcasting. Il consumo televisivo tende a farsi sempre più personalizzato, in un’ideale linea di sviluppo che conduce dalla griglia del palinsesto alla libertà video on demand.

E qui si pone una domanda fondamentale: è il contesto generale della televisione che determina gli stili della telecronaca oppure dobbiamo fare i conti con l’imprevedibilità dei singoli telecronisti? Facciamo ancora un passo indietro. Carosio, Martellini, Pizzul facevano radio, nonostante stessero commentando un evento televisivo. Ci lamentiamo sempre della scarsa qualità dei commenti che accompagnano le partite di calcio, non potremmo dunque abolirli? No, non si può. Perché il commento serve, anche se svolge amene funzioni. «Le parole sono indispensabili», ci assicurava Beniamino Placido, «poche ma buone». Indispensabili a cosa? Sono indispensabili, sosteneva ancora Placido, come le parole dei nonni che raccontano le favole ai nipotini; i quali sono smaliziati, vedono già i film di Disney, conoscono tutte le serie dei cartoni animati ma hanno bisogno di una voce autorevole che li rassicuri. Il telecronista ci rassicura che quella cosa che stiamo vedendo è proprio una partita di calcio e che si sta giocando in quel momento proprio fra quelle due squadre. Delle immagini è bene non fidarsi, valgono ancora poco. Ci rassicura con la sua voce, il buon telecronista: lega, incanta, mantiene vivo il contatto con l’uditorio. È il Grande Tautologo: descrive quello che vede, quello che vediamo. Anche noi, soli davanti all’immagine, potremmo essere assaliti da cattivi pensieri: sul gioco, sulla recita del calcio, sui protagonisti. Così, «all’umiliato cronista corrisponde un umiliato spettatore» (Folco Portinari).

Bruno Pizzul commenta la semifinale di Coppa dei Campioni del 1989 tra Milan e Real Madrid.

Di solito, il telecronista zelante e tautologico ama la ridondanza, l’aggiunta di parole non necessarie alla comprensione di quanto succede in campo. Se la telecamera inquadra il numero 10, lui, il telecronista, sente l’irrefrenabile impulsodi dire che quello inquadrato è proprio il numero 10, e se la grafica mostra il nome e il numero di quel giocatore, lui ripete il nome e il numero. Gli americani chiamano questo resoconto «telecronaca per non vedenti» e cercano di evitarla.

Mentre le riprese televisive raggiungono a poco a poco un grado di convenzionalità accettabile (negli anni ’60 e ’70 sono ancora troppo “timide”, vogliono ancora far credere allo spettatore di essere presente sul posto), la telecronaca è un genere ancorato alla tv delle origini, di stampo paternalistico. Di quantità, attorno a una partita di calcio in tv, ce n’è già troppa. Dalle origini in poi (i radiocronisti, al contrario, hanno sempre “inventato” molto, ritardavano di qualche secondo l’interruzione di Tutto il calcio minuto per minuto, giusto il tempo necessario per ideare la frase a effetto), le telecronache hanno privilegiato, lo ripeto, la funzione tautologica. Il valore argomentativo di tale prassi è quello di stabilire delle identità tra il video e l’audio, come se lo spettatore fosse, se mi si passa l’espressione, un analfabeta delle immagini, come se il cronista mettesse in dubbio la sua competenza a capire se X sta passando la palla a Y piuttosto che a X. La telecronaca, e questo è anche il suo aspetto più anacronisticamente affascinante, resta uno scomodo reperto archeologico. In fondo, considera sempre lo spettatore uno “spaesato” da accompagnare in una visita guidata: a destra si vede questo, a sinistra quest’altro e così via. Un racconto modesto, ripetitivo, pur nella sicumera che caratterizza ormai anche le voci più giovani.

Le telecronache privilegiano la funzione tautologica, nel tentativo di stabilire delle identità tra il video e l’audio

Da tempo si sente il bisogno di qualità: di capacità di interpretare la partita, di commenti originali. Così nasce l’idea, peraltro praticata in quasi tutti gli sport, di affiancare al telecronista una seconda voce, con il compito specifico di una lettura qualitativa (e qui rimando volentieri all’intervento di Beppe Di Corrado, “L’importanza dei numeri secondi”, Il Foglio, 24 agosto 2014). Così la partita di calcio in tv diventa un mostro a due teste: l’una guarda in avanti e l’altra all’indietro. A una telecronaca si chiedono due requisiti fondamentali: il racconto e il commento. Il racconto dovrebbe limitarsi all’essenziale, a una funzione di contatto: una voce autorevole che rassicura lo spettatore e lo protegge dall’angoscia del silenzio. Il commento diventa la parte decisiva. Non ha più senso aspettare le trasmissioni del dopo-partita per avere un’analisi efficace; molto meglio un esperto che interpreti in diretta gli schemi o le strategie di gioco, che regali allo spettatore competenza. Quando ci sono due voci, una dovrebbe elevarsi a controcanto, assicurando un diverso punto di vista. Spesso, invece, questo artificio retorico si rivela un teatrino, finanche patetico. Gli ex calciatori desiderano ricreare il clima da spogliatoio (altresì detto cazzeggio), tendono alla complicità con la categoria, sono insieme vittime e carnefici della circolarità viziosa della telecronaca. La sensazione è che ormai le tv non vogliano più scontentare gli spettatori con osservazioni che possano suonare di rimprovero per il gioco espresso. Meglio un po’ di preziosa banalità.

Lasciamo perdere il protagonismo dei telecronisti (a volte danno la sensazione di essere loro in campo), lasciamo perdere la miriade di frasi gergali (“attaccare gli spazi”, “l’inerzia della partita”, “il cono d’ombra”, “l’imbucata”…), lasciamo anche perdere la quantità di parole superflue che viene spesa durante un incontro (visto che è presente un timer e uno score è proprio necessario ricordare di continuo tempi e risultato?), ma è evidente che il lavoro più grosso da fare è quello che riguarda il rapporto fra la prima e la seconda voce. Ormai il telecronista, se bravo, fa osservazioni tecniche e il ruolo dell’ex calciatore è solo di ribadire il già detto (funzione veridittiva). Se il commento tecnico fosse limitato a due o tre interventi per tempo, si potrebbe osare una maggiore profondità interpretativa. Il paradosso delle telecronache, con immagini in HD, è che soffrono di parole non necessarie. Il ritmo, il tono della voce sono altra cosa.

Alla Bbc, in occasione delle Olimpiadi 2012, hanno scelto la contemplazione, la bellezza del silenzio

Forse la presenza fissa del commentatore (quando c’è poca intesa) fa sì che il telecronista voglia tenere sempre la palla (la parola) e così esagera in verbosità. Forse, è l’altra scuola di pensiero, la telecronaca è solo un rumore di fondo che serve a dare ritmo alla visione. Sta di fatto che, dal punto di vista televisivo, non c’è più stata alcuna evoluzione. L’unica trovata, quella del bordocampista, pare soltanto una sciagura. Commentando i Giochi olimpici di Londra 2012, Stefano Pistolini ha scritto: «Alla Bbc si è fatta una scelta di grande interesse, su cui è bene riflettere. La scelta della contemplazione. La prevalenza dell’immagine nel puro mostrarsi. Senza superflui commenti. Con la bellezza del silenzio. I telecronisti della Bbc tacevano per lunghi minuti, senza l’ansia di riempire lo spazio tra ogni commento necessario. Lasciando la centralità dello spettacolo tv alla grandiosità della messinscena, sia pure nei momenti di attesa o di quiete. Con un effetto complessivo che, col passare dei giorni, abituandoci a questo stile… è diventato un nuovo modo di consumo tv, nel quale pacatezza, concentrazione, ma anche delocalizzazione del teleschermo nella geografia della stanza – non sempre centro, ma anche periferia della nostra visione da spettatori salottieri – ha creato una liturgia nuova e interessantissima». A quando la Golden Age della telecronaca?