Allevare il talento

Come si costruisce uno dei vivai migliori d'Europa? Reportage da Zingonia, casa dell'Atalanta.

di Francesco Costa

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Non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore, dice. Allora da quali? Il posto in cui cercare questa risposta si chiama Zingonia. Si trova vicino Bergamo ma non è una città né un quartiere. Fu costruita negli anni Sessanta da un imprenditore romano, Renzo Zingone, con una certa dose di megalomania: doveva diventare la città ideale, perfetta integrazione tra lavoro, casa e attività ricreative. Divenne invece un postaccio che per uno strano caso ospita però uno dei migliori settori giovanili d’Europa: quello dell’Atalanta.

L’uomo che lo ha reso tale, e che ne è tuttora il responsabile, ha 78 anni e si chiama Mino Favini. La risposta Favini ce l’ha. Un giocatore di 10 anni non si giudica da come tira i calci di rigore, ovviamente, ma nemmeno da quante volte sa mettere il pallone all’angolino o da quanto è alto. Dopo un’onesta carriera da calciatore, vent’anni passati a dirigere il settore giovanile del Como e vent’anni a fare lo stesso all’Atalanta, Favini dice che bisogna guardare lo stop: da quello si giudica un giocatore. «In quel gesto c’è il rapporto naturale che il bambino ha con la palla. Testa-palla, petto-palla, coscia-palla. E poi il piede: interno, esterno, punta, tacco, suola». Favini le chiama «attitudini innate». Si può lavorare per migliorare tutto ma «uno che nasce con buone attitudini è più predisposto ad accettare il tipo di lavoro del nostro percorso formativo».

In questi anni di crisi del calcio italiano la discussione sui vivai è stata una specie di perpetuo sottofondo: un po’ per buon senso, certo, ma un po’ anche perché è un concetto apparentemente innocuo, vago e banale al punto da farsi ripetere senza fatica. Chi potrà mai essere contrario a valorizzare i giovani? Se siamo tutti d’accordo, perché non si comincia? Come si comincia? Osservare il funzionamento del vivaio dell’Atalanta – il primo in Italia e l’ottavo in Europa secondo uno studio recente – può fornire qualche indizio.

Innanzitutto ci vogliono soldi. Il settore giovanile dell’Atalanta costa da solo ogni anno poco meno di 4 milioni di euro: da tempo mezza Serie A fa l’intero calciomercato estivo spendendo meno. Poi ci vogliono strutture adeguate: il bellissimo centro sportivo dell’Atalanta comprende sette campi – visitarlo fa uno strano effetto: c’è un campo di calcio, più avanti ce n’è un altro, poi ce n’è un altro ancora, poi un altro, eccetera – ed è stato appena rinnovato con un investimento da 10 milioni di euro e la costruzione di una nuova palazzina dedicata interamente al vivaio.

Infine ci vogliono pazienza e idee, spiega Favini. «Noi siamo l’esatto contrario dell’Udinese. Loro prendono giocatori già selezionati, noi invece partiamo dai ragazzini di 8 anni e li portiamo fino al campionato Primavera, l’ultimo passaggio del settore giovanile». L’esempio perfetto è Gianpaolo Bellini, entrato nei Pulcini e oggi capitano dell’Atalanta in Serie A. All’altro estremo ci sono i grandi club, che comprano – spesso a caro prezzo – molti giocatori di 16 o 17 anni. «La differenza è che i nostri ragazzi crescono per diversi anni seguendo gli stessi criteri di lavoro», spiega Favini con un tono a metà tra l’allenatore consumato e il nonno, «seguiti da persone che hanno giocato a calcio ma che hanno anche una preparazione culturale importante».

«Noi non creiamo fenomeni perché i fenomeni non si creano. Noi formiamo dei buoni giocatori»L’elenco dei calciatori prodotti negli ultimi vent’anni dal settore giovanile dall’Atalanta è sterminato: da Baselli a Tacchinardi, da Montolivo a Bonventura, da Pazzini a Zaza fino a Zauri e i gemelli Zenoni, ma davvero si potrebbe andare avanti a lungo. Hanno tutti una cosa in comune, di cui Favini è molto fiero: sono buoni calciatori, non fenomeni. «Noi non creiamo fenomeni perché i fenomeni non si creano. Noi formiamo dei buoni giocatori. La più grande soddisfazione è quando mi dicono che un nostro ragazzo che è andato a giocare in prestito si comporta bene, ha buona volontà e dedizione». Questa è anche la ragione per cui la società quando può ricompra sul mercato i calciatori formati nel suo vivaio: la scuola Atalanta è una garanzia. Magari non diventerai un campione, ma se hai buone «attitudini» e molta voglia di lavorare l’Atalanta ti renderà un buon calciatore.

I ragazzi del settore giovanile dell’Atalanta sono quasi tutti bergamaschi o comunque lombardi. Quelli che vengono da fuori sono meno di 20 e vivono a Bergamo in una struttura gestita dalla diocesi. Il ruolo in campo si decide non prima dei 14 anni. Gli allenamenti tecnici si basano sulla ripetitività dei singoli gesti; per ogni ragazzo viene aggiornata una scheda ogni tre mesi. Tutti i ragazzi sono seguiti da una psicopedagogista e da tre tutor che controllano formazione e rendimento a scuola.

Favini dice che il lavoro sulla personalità negli ultimi anni è diventato più complicato. «Nel nostro mondo sono entrate persone che non c’entrano niente col calcio: i procuratori. A loro non costa niente lusingare un ragazzo e la sua famiglia: da lì nascono problemi ai quali non eravamo pronti. Noi facciamo notare i difetti prima dei pregi; i procuratori fanno l’opposto. Spesso dico ai miei ragazzi: leggete le formazioni dell’Interregionale. Molti di questi ragazzi erano ritenuti dei fenomeni, almeno da qualcuno fuori da qui. Adesso dove giocano? Nei dilettanti. Si tratta di ragazzi di buonissima qualità, però non hanno capito che occorreva qualcosa di più».

Secondo Favini c’è un concorso di colpa. Da una parte l’esplosione del mercato dei calciatori minorenni ha reso più difficile un’adeguata formazione della personalità. Dall’altra parte c’entrano gli errori degli allenatori come lui. «Pur di vincere questo o quel torneo giovanile si è trascurata l’espressione del gioco. A volte l’importanza del risultato ha coinvolto anche me, perché vincere è bello. Qualche anno fa però mi sono accorto che stavo sbagliando qualcosa». Si è arrivati così a una generazione di calciatori con fragilità non solo caratteriali ma anche tecniche. «Hai visto la partita che ha fatto la Croazia contro l’Italia a Milano? Si notava immediatamente la facilità con cui i croati giocavano il primo controllo e la nostra difficoltà di gestire questa benedetta palla. Il controllo ti consente di effettuare velocemente la seconda giocata. Controllo e giocata, controllo e giocata. Se tu non controlli bene la palla, hai bisogno di toccarla ancora e perdi i tempi di giocata. Prendi Pirlo. Pirlo è Pirlo perché ha i tempi di giocata: col movimento del corpo già ti spiazza il primo avversario».

In un settore giovanile che si vanta di produrre solo buoni giocatori, l’unico fenomeno che Favini dice di aver allenato è Domenico Morfeo. «Sicuramente il ragazzo più dotato che sia passato da qui. Non aveva una gran struttura fisica però era intelligentissimo. Capiva prima di tutti cosa sarebbe successo dopo due passaggi e là si faceva trovare». Chiedere a Favini i nomi dei prossimi calciatori che l’Atalanta lancerà in Serie A è inutile: non sarebbe giusto tenerne fuori qualcuno, dice, e non farebbe bene a quelli nominati. Ma c’è forse un’altra ragione, tra le righe di una cosa che Favini dice spesso: «Tutti giocano a calcio. Pochi giocano e vedono. Pochissimi giocano, vedono e prevedono».

 

Questo articolo è tratto dal numero 3 di Undici. Nelle immagini di Jonathan Frantini, Zingonia e calciatori della Primavera 2015 dell’Atalanta