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La coscienza, Morfeo, e l’incoscienza

La storia irregolare di un talento inespresso.

di Giovanni Fontana

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Se volete un lieto fine, questo dipende, naturalmente, da dove interrompete la vostra storia.  (Orson Welles)

 

La coscienza

Tutti hanno qualcosa sulla coscienza: la partita persa perché ci si è alzati prima della fine; quella pareggiata 3-3 per aver pensato “è fatta” sul 3-0; l’uscita ai gironi del Mondiale per non aver rispettato un collaudato rito scaramantico; lo scudetto buttato perché una banale influenza ci ha impedito di presenziare come sempre allo stadio; i ripetuti “che scarso” al proprio giocatore che l’anno dopo, da ex, farà la sua inevitabile doppietta. Io ho sulla coscienza la carriera di Domenico Morfeo.

Era la stagione 1997/98 e, alla settima giornata, la Fiorentina veniva da cinque partite senza vittorie. Così, al contrario di ciò che si fa di solito, Malesani decise di mettere un attaccante in più. Quell’attaccante era Domenico Morfeo, ventunenne talentuosissimo che, dopo tutta la trafila delle giovanili all’Atalanta, era arrivato a Firenze con grandi ambizioni, un fisico e una classe da tipico numero 10, e la consapevolezza che, con giocatori simili, ci vuole pazienza. Non ce ne volle.

Alla prima partita con Morfeo titolare, la Fiorentina vince 5-0. Morfeo, da rifinitore, fa una partita praticamente perfetta. Fino a marzo, sarà titolare inamovibile e con lui in campo la Fiorentina riuscirà sempre a segnare almeno un gol. I tifosi la ricorderanno come una stagione esaltante: la squadra faceva vittorie strepitose, sconfitte strepitose, e chiunque si divertiva di questa imprevedibilità, di questo futuro aperto a ogni possibilità. Che poi era quello che si prefigurava a Morfeo.

Il 5-0 all’esordio da titolare, curiosamente contro l’allenatore che l’aveva lanciato nell’Atalanta: Cesare Prandelli. Morfeo fa: l’assist sul primo gol di Batistuta, l’assist da centrocampo che causa l’espulsione del Lecce, l’assist per l’autogol del Lecce, l’assist per il quinto gol di Batistuta.

Poi, in primavera, arrivò Edmundo, e io m’innamorai di lui. M’innamorai follemente di O’Animal, dei suoi dribbling e delle sue pazzie, come ci si innamora dell’unica persona che sei certo sia più matta di te, quella con cui scappi in Brasile (al Carnevale), anche se sai già che è un amore effimero, che non durerà più di una stagione. Fu così che tradii Morfeo e la sua classe. E quella grande storia, che aveva tutto per illuminare stabilmente gli anni successivi, si ruppe. Malesani lo mandò in panchina per il resto dell’anno, e la classe di Morfeo rimase lì a testimoniare quello che sarebbe potuto essere e non è stato. Ogni tanto quella promessa sembra poter tornare: a Verona, di nuovo a Bergamo, a Parma, ma finisce sempre allo stesso modo, con speranze frustrate, e la consapevolezza che ciò che si è rotto si è rotto. «Il brutto di questo gioco» dice Morfeo «è che la gente, purtroppo, si ricorda sempre la fine, gli ultimi mesi, mai la storia della persona». È stato peggio lasciarsi che non essersi mai incontrati.

Domenico Morfeo, figurina del 1996 (Allsport UK)

Domenico Morfeo, figurina del 1996 (Allsport UK)

 

Morfeo

Oggi Morfeo ha quarant’anni, ed è un buon momento per guardarsi indietro. È un ragazzo abruzzese del ’76, che a 14 anni si trasferisce nel celebrato settore giovanile dell’Atalanta guidato da Fermo “Mino” Favini. «Il segreto è Mino Favini», spiega lo stesso Morfeo a chi gli chiede cosa c’è di speciale in un settore giovanile così vincente. Ed è una dichiarazione di stima che l’interessato contraccambia: «Era talento puro!», esclama Favini quando gli nomino Morfeo, «tant’è che spesso, mi ricordo benissimo, i suoi compagni di squadra non lo capivano, non capivano le sue intenzioni: faceva delle giocate stranissime per essere un ragazzino di 14 o 15 anni, perché vedeva tutto, aveva occhi davanti e occhi dietro». E qui, per un ragazzo che «tecnicamente rasentava la perfezione», Favini dice la cosa che chiunque abbia seguito il calcio in quegli anni pensa di quella carriera: «Tutti ci aspettavamo qualcosa in più».

Il suo carattere in questi suoi primi anni nelle giovanili è già quello che, nel tempo, imparerà a conoscere il grande pubblico: «Era un po’ scavezzacollo, in senso buono». E, da qui, la grande convinzione nei proprî mezzi e «forse un pizzico di presunzione». A questo proposito Favini racconta di una semifinale dei giovanissimi in cui l’Atalanta giocava contro l’Inter. Vedendo l’allenatore (Vavassori) un po’ preoccupato per l’esito della partita, il quindicenne Morfeo si avvicinò a Favini e gli disse: «Mister, stia buono, ci penso io a risolver la partita». Ovviamente fu 1-0, con gol di Morfeo.

Esordisce in Serie A che non ha ancora diciott’anni, nel dicembre della stagione 93/94, giocando uno spezzone contro il Genoa, poi torna in Primavera. A otto giornate dalla fine, con la squadra nel pieno della lotta per non retrocedere, viene aggregato stabilmente alla prima squadra. Alla prima partita, contro il Lecce, gioca 15 minuti e fa una doppietta. La commentatrice della Domenica Sportiva dice «All’Atalanta, disperata, non rimane che tuffarsi nelle braccia di Morfeo, un ragazzino di diciott’anni che (…) trascina la squadra al pareggio. La prima rete la segna con un tiro di destro che sorprende Gatta. Poi ci riprova, su punizione, ed è il 3 a 3».

Il primo e il secondo gol di Morfeo in Serie A (minuto 2:30) sono anche il primo e il secondo tipo di gol di Morfeo

È ironico che il servizio che rende noto Morfeo all’Italia calcistica, commentando il suo primo gol in Serie A, sbagli piede: il suo è un sinistro da fuori area sul palo lontano, quello che diventerà un classico del suo repertorio; come lo diventerà il gol che fa su punizione sei minuti più tardi, pallone calciato quasi da fermo ad aggirare la barriera sul primo palo. Morfeo chiuderà la carriera con 54 gol in Serie A, segnandone più da fuori area (14, 8 su punizione), che di destro e di testa messi assieme (10 e 3): insomma, già da questo particolare lo riconosciamo come un giocatore molto caratterizzato, molto portato a fare le cose che sa fare e non le altre, e in questo forse vediamo il suo primo limite. Anche in occasioni come questa o questa calcia di sinistro (nel secondo caso sembra abortire, non senza qualche impacciataggine, il movimento per calciare di destro, e quella carambola gli permette di saltare il portiere).

Finirà la stagione giocando tutte le restanti partite, da titolare o da subentrante, facendo un altro gol, ma l’Atalanta retrocederà. In Serie B incontrerà Mondonico, un altro degli allenatori importanti nella sua crescita. Nonostante la discesa di categoria, il fantasista diciottenne viene centellinato: nel girone d’andata gioca soltanto un centinaio di minuti, e tutta la squadra fatica. All’inizio la cosa gli genera qualche insofferenza nei confronti di Mondonico, poi viene integrato in squadra – nel girone di ritorno l’Atalanta fa sei vittorie di fila, in cinque di queste Morfeo è titolare – e contribuisce a un’incredibile rimonta, dal 17° posto (su 20) di inizio gennaio, al 4° di giugno, con conseguente promozione.

Il suo primo gol in Champions, Newcastle 2002 (Alex Livesey/Getty Images).

Il suo primo gol in Champions, Newcastle 2002 (Alex Livesey/Getty Images).

L’anno successivo (95/96) è quello della consacrazione: non soltanto guadagna quasi subito il posto da titolare fisso, ma è anche il miglior marcatore della squadra con 11 gol, una cifra stagionale che non andrà neanche più vicino a eguagliare, trasformandosi in assistman per grandissimi attaccanti piuttosto che marcatore in prima persona. Quell’anno il suo compagno d’attacco è Christian Vieri, che però giocherà poco per i continui infortunî. La stagione dopo sarà Filippo Inzaghi che, anche grazie agli assist di Morfeo, diventerà capocannoniere.

Intanto Morfeo è passato per tutte le nazionali giovanili, e quell’estate, all’Europeo Under-21 del ‘96, si ritrova ad alternarsi a Del Piero e Totti come fantasista di quella squadra proprio dietro a Vieri. Sarà lui a tirare e segnare l’ultimo rigore, quello decisivo per la vittoria dell’Europeo, e sarà anche il primo a essere intervistato nel dopo partita dalla Rai. In quello che dovrebbe essere il culmine della gioia, mostra l’espressione stanca, triste – negli anni diventerà anche un po’ arrabbiata – che gli conosciamo tutti.

La stagione che succede all’Europeo è l’ultima nell’Atalanta di Mondonico, poi rincontrerà sia l’una che l’altro. Segnerà meno, 5 gol, ma come detto sarà fondamentale nella vittoria del titolo di capocannoniere da parte di Inzaghi, e riuscirà nell’impresa di litigare con Inzaghi per chi batte un calcio di rigore e averla vinta. Così, in entrambi i sensi, Morfeo è diventato grande e, come è normale che sia, si separa dall’allenatore che lo definirà «il talento più puro che abbia mai sfornato il settore giovanile dell’Atalanta». Anche Favini dice la stessa cosa, aggiungendo, quasi a discolparsi nei confronti dei tanti giocatori che ha tirato su, «sono certo che anche i tifosi dell’Atalanta la pensano così». E ha ragione: Favini ha recentemente lasciato l’incarico, e per celebrare il suo operato l’Eco di Bergamo ha pubblicato un sondaggio chiedendo quale sia il miglior giocatore uscito dalle giovanili dell’Atalanta durante la sua gestione ventennale: ci sono giocatori molto più “compiuti” di Morfeo, come Tacchinardi, Montolivo, Bonaventura o tutta la generazione di Prandelli. Ma vince Morfeo (per vedere il risultato dovete votare, mi raccomando: votate Morfeo).

Il miglior gol di quella stagione (0:40) è anche uno dei più belli di Morfeo, con difesa della palla, tunnel e tiro in anticipo su due difensori

Arriva la prima grande occasione, la Fiorentina. Quello che succede l’ho già raccontato: Malesani, che aveva preso Morfeo come vice Rui Costa, dopo tre sconfitte di fila decide di passare dal 3-5-2 al 3-4-3, mettendo in campo quel ventunenne che stavolta, assieme a Oliveira, diventa assistman per Batistuta, proseguendo la tradizione dei grandi attaccanti incontrati a inizio carriera da Morfeo, e che forse hanno plasmato la sua vocazione più da suggeritore che da marcatore. Dopo 18 presenze di fila da titolare, Morfeo esce per un leggero infortunio. È costretto a saltare soltanto una partita, ma in quella esordisce Edmundo, che in quel periodo è un’ira di Dio. Da lì in poi Morfeo fa solo panchina, giocando 62 minuti in 9 partite. Il commento di Morfeo a quella vicenda è un capo d’accusa: «Ci furono problemi con l’arrivo di Edmundo. Nonostante stessi facendo bene, e continuando a farlo sarei potuto arrivare in Nazionale visto che ero già in Under 21, ci furono delle pressioni per farlo giocare. E questo mi dette fastidio».

Al di là delle supposte pressioni, e soprattutto del “fastidio” che ne prova Morfeo, stiamo comunque parlando di un ragazzo di ventidue anni che ha fatto un’ottima stagione in quella che è una delle “sette sorelle”, cioè le squadre che dominavano le prime posizioni dei campionati di fine anni ’90 (alla fine, poi, ai primi sette posti ne mancava sempre una, e invece c’era sempre l’Udinese). Quell’anno manca il Milan, decimo, che decide di ingaggiare proprio l’allenatore di quella sorprendente Udinese: Alberto Zaccheroni. Dopo cinque partite nella Fiorentina di Trapattoni, in cui non gioca neppure un tempo, lo raggiunge anche Morfeo, in prestito.

10 Mar 2002: Domenico Morfeo of Fiorentina and Marcos Paulo of Udinese in action during the Serie A 26th Round League match between Fiorentina and Udinese , played at the Artemio Franchi Stadium in Florence, Italy. DIGITAL IMAGE. Mandatory Credit: Allsport UK/Getty Images

Una delle tante parentesi alla Fiorentina (Allsport UK/Getty Images)

Calcisticamente è una decisione azzeccata, perché quel Milan recupererà moltissimi punti prima alla stessa Fiorentina e poi alla Lazio e vincerà lo scudetto. Morfeo, però, rimarrà ai margini della squadra: provato prima come attaccante esterno (due presenze da titolare), e poi come trequartista (quattro), accumulerà tantissime panchine e qualche subentro come mossa d’attacco. Nelle ultime dieci partite si infortunerà nuovamente, e il Milan centrerà le sette vittorie consecutive che gli daranno lo scudetto, quello che rimarrà anche l’unico nella carriera di Morfeo. Visto il poco impatto nella squadra, il Milan decide di non riscattarlo, e la Fiorentina lo gira di nuovo in prestito, questa volta al Cagliari.

Anche a Cagliari l’esperienza è da dimenticare. Fa solo un gol, proprio contro il Milan, e un minuto dopo s’infortuna ancora. Rientra a dicembre, ma la squadra decide che può farne a meno, e risolve il prestito. In fondo la storia di Morfeo potrebbe finire qui, con un nuovo prestito a una società di Serie B, poi la risoluzione del contratto e l’accordo con una squadra di Serie C, qualche anno a fare il numero 10 fra C1 e C2, e poi la fine di una carriera come promessa non mantenuta: è la traiettoria di moltissimi talenti traditi, anche enormi promesse delle nazionali giovanili (Alessio Pirri, anyone?), che finiscono per non sfondare nel calcio e ci convincono che, in fondo, la loro giusta collocazione era quella, che ci eravamo tutti sbagliati.

Invece Morfeo torna a illuderci. Nel gennaio di quell’anno lascia il Cagliari, ultimo in classifica, e va a Verona, dove ritrova l’allenatore che l’aveva fatto esordire in Serie A, Cesare Prandelli. La squadra sta lottando per non retrocedere, e quando arriva Morfeo è al quart’ultimo posto. Prandelli lo schiera come seconda punta, più vicino alla porta, e alla prima partita in cui gioca 90 minuti, proprio contro la Fiorentina di Trapattoni, fa una doppietta. La domenica successiva, col Bari, segna con una girata al volo alla Carlo Parola. La domenica dopo segna ancora.

La girata al volo contro il Bari è anche uno dei più bei gol di Morfeo, per quanto non uno dei più tipici del suo repertorio

Dalla partita con la Fiorentina a fine campionato, fatti salvi infortunî (un altro!) e squalifiche, Morfeo non perde un solo minuto di campo e il Verona non perde una partita, facendo 15 risultati utili di fila, e finendo nella parte sinistra della classifica. L’ascesa, la discesa, la nuova ascesa. Morfeo torna a Firenze per quella che è la sua seconda possibilità, sono passati due anni, è cresciuto, e questa volta potrebbe davvero esplodere. Ci si mette di nuovo di mezzo un infortunio e la poca fiducia che gli dà l’allenatore Terim: a gennaio ha giocato solo due volte, totalizzando in tutto venti minuti. Così Morfeo va nuovamente in prestito, e torna all’Atalanta, dove ritrova Vavassori, che lo aveva allenato nelle giovanili: alla prima partita con i bergamaschi fa quella che, per i tabellini, è la migliore partita della sua carriera, con due gol, un assist, e un quasi assist. La squadra arriva settima, un punto sopra alla Fiorentina che ancora detiene il suo cartellino.

A 27 anni e almeno quattro occasioni fallite, è chiaro che non potrà più diventare il fenomeno che tutti avevamo visto in luiAncora una volta Morfeo torna a Firenze con nuove ambizioni, e ancora una volta delude, assieme a tutto il resto della squadra. La Fiorentina è nel caos che precede il fallimento, e la squadra ha ceduto tutti i giocatori con cui può fare cassa: Batistuta è andato via l’anno prima, ora vanno via Toldo e Rui Costa. Ne esce una squadra ridimensionata, in cui il Morfeo visto nuovamente a Bergamo potrebbe risaltare. E infatti è titolare, quando in salute, ma non fa molto: 18 presenze e due gol. Nel putiferio di quella stagione, viene preso di mira dai tifosi della Fiorentina che lo accusano addirittura di simulare gli infortunî per non dover giocare. A lui sarà data una delle “maglie della vergogna”, delle magliette bianche con la scritta “indegno” e la € di Euro al posto del giglio, consegnate da alcuni tifosi ai giocatori fiorentini imputati di impegnarsi poco per la squadra e di giocare solo per soldi. Dopo quell’episodio, Morfeo rescinderà il contratto con la squadra, e la Fiorentina perderà tutte e sette le restanti partite.

Trovatosi senza contratto, accetta di andare all’Inter e di giocarsi un posto da titolare che, nelle gerarchie di inizio anno, non gli spetta. All’inizio gioca anche diverse partite, ma, complice il posizionamento sulla fascia sinistra di centrocampo, non rende. Finirà a fare molta panchina, e a giocare in coppa. Proprio in Champions, nella partita decisiva per la qualificazione ai quarti di finale contro il Bayer Leverkusen, litigherà con Emre per tirare un rigore che poi sbaglierà, prima di essere sostituito. Dopo quell’episodio non giocherà più neppure in Champions League, e in campionato farà soltanto due spezzoni. È probabilmente qui che si colloca il verdetto sulla carriera di Morfeo, a 27 anni e almeno quattro occasioni fallite, è chiaro che non potrà più diventare il fenomeno che tutti avevamo visto in lui.

Udinese-Atalanta 2-4 è probabilmente l’ultima volta che abbiamo legittimamente sperato che Morfeo diventasse “il fenomeno”, come lo chiama il commentatore. Dopo aver visto tutta la sintesi, tornate a guardare lo stop sul primo gol

Per Morfeo comincia un altro tipo di carriera, quella di un giocatore dalle ottime capacità tecniche che può fare bene, spesso essere il migliore, in una squadra di metà classifica. Sono pochi i giocatori per i quali questo sarebbe un ridimensionamento delle aspettative: Morfeo è fra questi. A Parma starà per cinque stagioni, farà diversi bei gol, diversi begli assist, diverse belle giocate, e avrà i suoi alti e bassi. Ritroverà Prandelli, poi litigherà con gli allenatori che non lo fanno giocare, sarà messo fuori rosa, farà risse e tante altre cose che, fosse un giocatore normale, varrebbero tutto un racconto, ma per Morfeo sarebbero solo la controluce di tutto quello che sarebbe potuto essere. A soli 32 anni andrà in B per sei mesi, poi in C per altri sei, a ritrovare Mondonico, e finirà con una stagione in seconda categoria, con la squadra del suo paese natale. A pensarci oggi colpisce pensare quant’è lontana l’ultima volta che ha fatto il Morfeo, dato che Totti – il giocatore che sostituì nella finale di quell’Europeo Under 21 – è nato il suo stesso anno.

Era il 22 aprile del 2007, Palermo-Parma. Un paio di partite prima ha giocato la sua ultima partita da titolare in Serie A, sostituito al 45°. Qui entra nel secondo tempo, sul 2-2, e fa i due assist per il 3-4 finale della sua squadra. In realtà, la prima cosa che fa, appena entrato in campo, è incaponirsi in un inutile dribbling a centrocampo in mezzo a tre uomini, perdendo il pallone e creando un’occasione da gol agli avversarî. Poi, guardando da un’altra parte, serve un pallone al volo a Cigarini al limite dell’area, che tira alto. Ci riprova poco dopo, anche stavolta al buio all’indietro, e questa volta Gasbarroni segna. Infine, a 9’ dalla fine recupera un rimpallo appena fuori dalla propria area, vuole lanciare il contropiede, si guarda ripetutamente intorno, come dire «oh, non sono mica io che devo correre», però i suoi sono tutti dietro di lui: quindi con il suo tipico caracollare a testa alta arriva fino al limite dell’area avversaria, finta di darla a Gasbarroni che l’ha recuperato al triplo della velocità, invece la dà dalla parte opposta, di piatto senza guardare, a Giuseppe Rossi che segna.

In questi 36 minuti (da 2:45) c’è tutto Morfeo

 

L’incoscienza

Bachini, Biondini, Blasi, Bonazzoli, Carnasciali, Coppola, Fabbrini, Foggia, Galloppa, Maini, Manicone, Mascara, Motta, Padovano, Palladino, Petruzzi, Pierini, Rossitto, Zenoni (C.), Zenoni (D.). Questi sono tutti calciatori a cui voglio bene, perché hanno delle storie che vogliono dire qualcosa, storie che danno una misura umana al successo, una in cui posso ritrovarmi e gioire. Sono anche tutti giocatori che hanno vestito la maglia della Nazionale italiana. Domenico Morfeo no. Non provate un gigantesco senso di ingiustizia?

E qui veniamo alla domanda implicita in tutto ciò che ho raccontato: perché? Per quale ragione un giocatore con quella tecnica, uno che veniva chiamato “Maradonino” (qui c’è lui che palleggia con un’arancia come l’originale), ha finito per fare una carriera così, senza – per dirne una – giocare neanche una volta in Nazionale?

Se le caratteristiche tecniche c’erano, erano fenomenali, allora è inevitabile che ci si domandi se il problema non fosse il carattere. Sono molti i calciatori che per un carattere debole, poca convinzione nei proprî mezzi, non riescono a sfondare. Alle prime critiche, percependo la sfiducia dell’ambiente, si convincono della propria inadeguatezza. Ma sappiamo tutti bene che Morfeo non era così, anzi, era l’inverso: come stanno a testimoniare tutte le litigate con gli allenatori che non lo facevano giocare.

ROME, ITALY - DECEMBER 19: Daniele de Rossi of Roma (L) and Domenico Morfeo of Parma in action during the Serie A match between Roma and and Parma at the Olympic stadium on December 19, 2004 in Rome, Italy. (Photo by Newpress/Getty Images)

Nel 2004 De Rossi è molto giovane, e qui sembra che Morfeo gli faccia un tunnel (Newpress/Getty Images)

A questa domanda neppure Mino Favini sa rispondere, «aveva un carattere forte, nonostante fisicamente non fosse una cima» e «non era neppure uno indisciplinato», per quanto su questo punto la lettura di qualche referto, episodio, o delle stesse parole di Morfeo suggeriscano un’interpretazione almeno un po’ diversa. Ma Morfeo, dice sempre Favini, era «un ragazzo anche intelligente, arguto, “con la testa”», non un irruento o uno che si faccia rapire dai proprî colpi di testa (quel pezzo lo leggerete il 12 luglio 2022), e sarebbe sciocco ridurre questa incompiutezza all’essere una testa calda.

«Io non so dire il perché» mi dice ancora Favini, «la cosa che più mi convince è che lui pensava che essere nato bravo bastasse per emergere». È un tema che ha attraversato la carriera di Morfeo, con le accuse di scarso impegno, più in generale di mancato sacrificio, come l’indisponibilità a giocare in un ruolo che non considerava il suo (o a mettersi in testa di farlo). Come già detto, la straordinaria caratterizzazione del giocatore, tanto è vero che è estremamente difficile paragonarlo a qualunque altro calciatore precedente o successivo (Favini ci ha pensato per cinque minuti e poi si è arreso: «proprio non me ne viene in mente uno»). Morfeo può fare solo il Morfeo.

«È da 15 anni che faccio questo gioco, che mi diverto. Quindi è altrettanto ovvio che ognuno di noi deve apportare qualcosa: chi la corsa, chi la tecnica, chi l’esperienza. Tutti devono portare un contributo, e io cerco di portare il mio». Si intuisce abbastanza chiaramente quale sia il suo, fra la tecnica e la corsa

Ma se è davvero così, l’errore non è l’aver creduto troppo in sé stessi, è proprio l’incoscienza. Se, come dice Favini, «non si è convinto a lavorare un po’ di più per poter ottenere di più, viste le qualità che aveva», vuol dire che in quelle qualità non ci credeva poi così tanto, o almeno che arrivato a un certo punto non credesse (o volesse) di più. E da qui la condanna a una carriera con molte ascese e molte discese.

E ancora più grave è l’incoscienza degli altri, degli allenatori, degli staff, delle società, quelli che – evidentemente – non l’hanno convinto del contrario. Come è possibile avere in squadra un Morfeo e non convincerlo che ne vale la pena, che serve più applicazione, più voglia, più sacrificio. Non è uno dei tanti, potrebbe essere il migliore, come si fa a non crederci e a sperperare quel potenziale? In fondo è questo il mestiere di chi gestisce dei calciatori. Non credo ci siano persone che pensino «In fondo Morfeo era scarso», ma solo quelle che dicono «Si è buttato via». E infatti la carriera di Morfeo, soprattutto nei suoi punti più alti, è legata agli stessi allenatori, quelli che erano fermamente convinti delle sue qualità.

Difendere palla contro Vieira (New Press/Getty Images)

Difendere palla contro Vieira (New Press/Getty Images)

Il problema è che siamo pieni di “fenomeni”, giocatori che arrivano con questa fama e poi non si rivelano tali. Siamo abituati a essere scettici, a dare per scontato che tutti, arrivati a un certo punto, falliranno, dimostrando di non essere all’altezza. È questa la cosa odiosa di Morfeo, che non ci ha dato questa possibilità: non sapremo mai se sarebbe arrivato alle vette che tutti gli profetizzavano o se quel limite era semplicemente più in basso. È come essere andati tante volte al cinema per vedere il film che aspettavamo di vedere da tempo ed essere sempre usciti a metà per paura che finisse male.

Morfeo è un monito. Di chiunque sia la colpa: sua o degli altri (o mia, che l’ho tradito per Edmundo), non fate lo stesso errore. Non quello di non credere in voi stessi, quello no, non siamo mica tutti Morfeo. Non fate l’errore di non credere in Morfeo.

 

Nell’immagine di testata, dettagli degli occhi di Morfeo da una figurina del 1996, all’Atalanta (Allsport UK)