Iscriviti alla newsletter: scopri tutte le storie di Undici!

Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

Più di tutti, Paltrinieri

La solitudine passata ad allenarsi con l'amico Gabriele Detti, gli allenamenti sfiancanti e la vittoria olimpica nel nome del "Moro".

Di Benny Casadei Lucchi

Mi sono sempre chiesto che cosa ci sia dietro lo sguardo felice di un olimpionico con l’oro al collo. Mi sono sempre domandato se i pensieri, il cuore, tutto il suo corpo gli stiano dicendo “sì, ne è proprio valsa la pena”. Mi sono sempre domandato che cosa nascondano gli occhi di un atleta che sale sul podio mancando il gradino più alto e se stia pensando al trionfo o al fallimento. Mi sono sempre interrogato sui pensieri che affollano questi giovani uomini e queste giovani donne un attimo dopo aver vinto, aver perso, aver concluso la loro fatica. E ora la risposta ce l’ho.

La devo a Gregorio Paltrineri, la devo a Gabriele Detti, la devo a quel caro giovane ragazzo di Nicolangelo Di Fabio studente diciannovenne che nel nuoto deve ancora sbocciare e per farlo si danna l’anima allenandosi con quei due mostri sacri della bracciata. La devo soprattutto al Moro, Stefano Morini, 59 anni, il mago dei nostri tecnici del nuoto, che mi ha preso per mano e fatto respirare per due meravigliosi giorni la loro vita, dicendomi «siediti qui, accanto a me a bordo vasca, e guarda». Guarda tutto il lavoro, la fatica, la sofferenza, la passione, i sacrifici, l’impegno che stanno dietro le imprese di questi campioni. E io ho guardato, ho ascoltato e finalmente capito.

Italy's gold medallist Gregorio Paltrinieri and Italy's bronze Gabriele Detti (R) pose on the podium after the Men's swimming 1500m Freestyle Final at the Rio 2016 Olympic Games at the Olympic Aquatics Stadium in Rio de Janeiro on August 13, 2016. / AFP / Martin BUREAU (Photo credit should read MARTIN BUREAU/AFP/Getty Images)

Gregorio Paltrinieri e Gabriele Detti posano sul podio olimpico dei 1500m stilelibero (Martin Bureau/Afp/Getty Images)

La solitudine

«Vincevamo ovunque, io a Carpi, Gabriele a Livorno, in tutti i tornei ragazzi eravamo io e lui a giocarci la vittoria finale. Così ci siamo detti: “Ma perché non ci trasferiamo e andiamo ad allenarci al Centro federale di Ostia… siamo primo e secondo, magari non diventeremo mai dei Rosolino, però proviamoci”». Gregorio è due giorni che mi vede gironzolare intorno. Fin dal primo momento mi ha accolto con un sorriso. Senza diffidenza. Adesso stiamo mangiando e racconta di quando lui e Gabriele Detti decisero di dire a mamma e papà «ce ne andiamo dal Moro a Ostia». Avevano sedici anni. Ora ne hanno ventuno. Lui da un paio di anni domina i 1500 e gli 800 stile. Campione del mondo ed europeo in carica dei 1500, secondo crono mondiale (14’34”04), è la stella azzurra attesa a Rio. Gabriele sta iniziando a vincere, campione europeo dei 400, lo chiamano Superman visto che nuota tutte le distanze. Potrebbe essere la sorpresa dei Giochi.

Vivono qui sul lungomare Duilio dal 2011, e oggi che gli stabilimenti balneari e il profumo di creme solari raccontano storie d’estate, oggi sembra tutto bello e luminoso. Ma da novembre ad aprile, qui, è il mare d’inverno che cantavano Ruggeri e la Bertè. Per cui durante l’anno c’è poco da scherzare e sorridere. Tanto più per due sedicenni che cambiano vita per inseguire i propri sogni. Eppure «fu una nostra scelta» prosegue Gregorio. «E se penso a quanto siamo migliorati in questi anni… Certo, ovvio, è massacrante, lo diciamo spesso, e se non si viene qui a vedere, non lo si può capire. È davvero dura, snervante, siamo sempre sotto stress e poi il Moro, uno dei migliori tecnici al mondo, ci fa un mazzo… Pensa che quando gli altri vengono ad allenarsi a Ostia ci domandano “ma come fate a tenere questo regime così alto?”. È il Moro, lui non dà pause, ogni allenamento è volto a cercare di ottenere il massimo. E poi ci sfondiamo in palestra. Ci sono giorni che dopo l’allenamento del mattino impiego cinque minuti ad uscire dalla vasca, non ho neppure la forza di arrivare in camera. Vorrei solo sdraiarmi e dormire. Solo che alle 18 siamo da capo. Si ricomincia».


Il racconto della gara olimpica

Gregorio racconta e mi tornano in mente due frasi e due immagini del mattino. Il Moro seduto accanto col cronometro giallo in mano che d’un tratto si volta e dice: «So che tu non sei ancora esperto di questo ambiente, ma c’è gente che pagherebbe per vedere quello che stanno facendo questi ragazzi in vasca». In che senso Moro? «Nel senso dei tempi di queste frazioni. Stanno facendo dei crono incredibili». Sarà più tardi il suo assistente, Cristian Galenda, a farmi vedere i numeri, a spiegarmi il passo tenuto da Paltrinieri, 4 e 5 sui 400, 1 e 1 sui 100. Ritmi record, insostenibili. «È sempre stata un po’ la mia caratteristica quella di allenarmi molto forte» spiega adesso Gregorio non con presunzione, ma con schietta e naturale consapevolezza. «Sono convinto di essere il più forte al mondo in allenamento. Non credo ci siamo altri in grado di reggere lavori così. Sono molto resistente, galleggio bene e questo mi consente di nuotare ad alta velocità. Perché 1 e 1 è davvero un passo veloce e per di più tenuto per i 4 km della serie». L’altra frase e l’altra immagine sono di una mezzora dopo.

Quando sulle scale esterne che portano al primo piano del Centro federale di Ostia incrocio Gabriele Detti appoggiato al corrimano e fermo. Immobile. Sembra quasi prenda fiato. Non va avanti e non va indietro. Che succede, Gabriele?. «Succede che non ne ho più. Non ho gambe. Quasi non riesco a salire». E Gabriele Detti è il Superman del nostro nuoto. Agli Europei ha nuotato per 6 km, argento nei 1500 sl e negli 800 dietro Paltrinieri, oro nei 400, bronzo nella 4×200. Racconto la scena a Gregorio che sgrana gli occhi grandi e si gratta la barba che lo fa un po’ bello e dannato e dice: «Il metodo del Moro è questo. Ci massacra. Ma noi adoriamo la fatica. Io personalmente il dolore della fatica lo trovo gratificante. A fine giornata mi fa sentire completo, a posto, conscio di aver dato il massimo. E poi vedo gli effetti nella nuotata. Il Moro è abilissimo nel far sovrapporre fatica a fatica. È chiaro che nelle tre ore pomeridiane, soprattutto nei giorni come questo, in cui al mattino facciamo anche palestra, non riusciamo a recuperare tra un allenamento e l’altro e arriviamo affaticati a fare i 9 km del pomeriggio. Però è grazie a questo sistema che poi, nei giorni di gara, provo una sensazione quasi strana, mi sento come riposato. In fondo che vuoi che sia nuotare solo 1500 metri quando, qui, io e Gabriele facciamo 18-19 km al giorno».

TOPSHOT - Underwater view shows Italy's Gregorio Paltrinieri competing in the Men's swimming 1500m Freestyle Final at the Rio 2016 Olympic Games at the Olympic Aquatics Stadium in Rio de Janeiro on August 13, 2016. / AFP / François-Xavier MARIT (Photo credit should read FRANCOIS-XAVIER MARIT/AFP/Getty Images)
Gregorio Paltrinieri durante un momento di gara nella finale dei 1500m stilelibero (Francois Xavier Marit/Afp/Getty Images)

Il sacrificio

La settimana di Gregorio e Gabriele a nemmeno un mese dalle Olimpiadi non si discosta molto da quella che si ripete, precisa, feroce, distruttiva, per dieci mesi l’anno. «L’unica variazione è che dai primi di luglio ho cominciato a differenziare i loro allenamenti» spiega il Moro. «Sennò questi due continuano a sfidarsi e misurarsi, sprecando energie preziose». Dal lunedì al sabato mattina dieci sedute di nuoto, di solito un paio d’ore al mattino e un paio al pomeriggio, più o meno 10-12 e 18-20. Lunedì, mercoledì e venerdì mattina palestra, un’ora e mezza circa, sotto gli occhi attenti di Marco Lancissi, il preparatore atletico, che li plasma con cicli di ripetute, tre serie da 30 o due serie da 45, sollevando 60 kg Gregorio, 70 Gabriele. E poi circuiti, stazioni, funi, palle mediche da 9 chili e avanti così. Riposo il mercoledì pomeriggio. E liberi tutti dal sabato pomeriggio alla domenica compresa. «Però Greg spesso mi chiama o mi avverte» racconta il Moro, «e mi dice “ehi Moro, io comunque nel week end una nuotatina me la farei”». E fa bene. Ha ragione. Sembra strano dirlo, ma questi atleti se si fermano un giorno, poi il lunedì si sentono un po’ incriccati.

La sveglia alle 7, colazione verso le 8:15. Provare per credere. Venerdì mattina alle 7 e trequarti ero già nel bar del piano terra. Tutto vero. Puntuale alle 8 è comparso il Moro. Pochi minuti dopo, in un ciabattare di infradito, i suoi ragazzi. Sguardi assonnati, capelli spettinati. «Sono meravigliosi, vero?» Il Moro ne parla come fossero dei figli. Ma Gabriele è davvero suo nipote. «Sento un’enorme responsabilità anche e soprattutto verso le loro famiglie. Me li hanno affidati che erano poco più che bambini. Entrambi sono diplomati al liceo scientifico» dice con la fierezza di un genitore. «Sono ragazzi davvero in gamba. Mai che protestino per gli allenamenti massacranti a cui li sottopongo, mai che siano svogliati. A Greg spesso faccio fare un lavoro di gambe, che odia, infatti usa le pinne, ma anche queste per lui sono come dei pesi. Greg ha bisogno di avere i quattro arti in movimento per ottenere quel galleggiamento che lo trasforma in una barca in planata. Gabriele nuota meglio, ma la fase sott’acqua di Greg è più efficace, ha maggiore efficienza propulsiva e… Greg! Cerca di stare un po’ più lungo, ampio, scivola in avanti», s’interrompe durante un passaggio. «E tu Gabriele 100 sciolti. Sì, siamo uniti dai sacrifici. I loro, stando qui, o in ritiro. E i miei, mia moglie Nerella che però è bionda», butta lì sorridendo, «ed è una santa e non la vedo mai e siamo sposati dal 1982. Una vita. E però adesso che è in pensione quasi quasi m’invento qualcosa e ci prendiamo un alloggio in affitto qui fuori dal centro federale».


Paltrinieri e Detti, rispettivamente oro e argento nei 1500m stilelibero

L’amore

Il pensiero comune è che nei Centri federali gli atleti, soprattutto quelli degli sport veri e faticosi, facciano vita da galera. Non è proprio così. «Io ho bisogno di andare a casa. E col tempo il Moro l’ha capito» spiega Gregorio. E me lo concede. Gli dico “Moro, giovedì torno a Carpi e domenica sera sono di nuovo qui. Tanto non vado a far stupidate di notte o altro, sa che comunque continuo ad allenarmi». Poi aggiunge: «Vedi, io però adesso che all’Olimpiade manca nemmeno un mese, io sono il primo a non volermi separare da lui e dai suoi sistemi di allenamento, nemmeno per un attimo».

Nessun carcere, dunque. Due edifici grigi, uniti a comporre un otto squadrato con giardini in mezzo. Palestre, piscina coperta, piscina scoperta. Al piano terra uffici e sale e il bar e la mensa. Sopra spogliatoi, sale massaggio e tante, infinite stanze. «Ecco, la sua camera è la 30, vista mare», mi ha consegnato la card magnetica Giuseppe Castellucci, il direttore del centro. Ho pensato: io la 30, Gregorio Paltrinieri la 54. Saranno dei loculi con una branda e un bagnetto. Una volta entrato mi sono trovato in una doppia uso singola con davvero vista mare, balcone, grande bagno e schermo piatto. Non avrebbe stonato in un quattro stelle. Il catering della colazione lo preparano a “il Pescatore”, un ristorante elegante poco fuori. Pranzo e cena si fanno lì. Nessuna mensa aziendale. Nessun refettorio. Prezzo convenzionato e cibi doc perché i nostri atleti sono patrimonio nazionale e il mangiar bene è al tempo stesso garanzia e gratificazione dopo mille sacrifici. Il Centro federale di Ostia profuma d’America, di college a stelle e strisce, qualcosa in Italia che funzioni ogni tanto c’è. Giovedì pomeriggio, mentre Greg nuotava, ho scorto una bella ragazza col viso radioso e gli occhiali da sole. Se ne stava da sola sui gradoni assolati della piscina scoperta. Una tifosa, ho pensato. In fondo qui è tutto aperto. Se dagli stabilimenti balneari uno volesse venire ad assaggiare spicchi di Olimpiadi, basterebbe attraversare la strada. «Piacere, Letizia» ha detto. «Sono la fidanzata di Greg». Ma non eravamo in prigione, in ritiro, ad Alcatraz, quelle cose lì? «Ma no» sorride lei. «Certo, d’inverno non è il massimo, ma ora che è estate è diverso, qui fuori c’è anche il chiosco della grattachecca e dei cremolati.

RIO DE JANEIRO, BRAZIL - AUGUST 13: Gold medalist Gregorio Paltrinieri of Italy poses on the podium during the medal ceremony for the Men's 1500m Freestyle Final on Day 8 of the Rio 2016 Olympic Games at the Olympic Aquatics Stadium on August 13, 2016 in Rio de Janeiro, Brazil. (Photo by Adam Pretty/Getty Images)

Gregorio Paltrinieri sul podo olimpico dopo la vittoria dei 1500m (Adam Pretty/Getty Images)

 

Riposare

Il pranzo con Gregorio è un viaggio nei pensieri di un campione. Parliamo fitto fitto per oltre un’ora e alla fine c’è spazio anche per l’amore. «Letizia, con i miei genitori, è la persona che mi conosce meglio. Siamo insieme da quasi quattro anni. Lei mi dà tranquillità. È sempre così solare, gioiosa, contenta di quel che fa. Soprattutto mi aiuta a non pensare 24 ore su 24 al nuoto. Studia medicina. Ieri sera cena romantica. Stamane presto è partita per il Messico, deve fare un mese di tirocinio in un ospedale per bambini. Poi volerà anche lei a Rio». E cosa pensa delle Olimpiadi, della pressione? «Adesso lasciatemi preparare. Non vi preoccupate. So quel che devo fare. Alla fine vi dirò “ho vinto. Bene, sono contento”; oppure “è andata male, ho perso. È stato più bravo l’altro”. Alla fine è sport. Però, intanto, fidatevi di me».

Sono le 14 e 30. Un cameriere gli porta un sacchetto di frutta, «ecco, come al solito Greg». Poi un ciabattare pesante si avvicina e un’ombra di un uomo grande si ferma accanto al nostro tavolo. È il Moro. Ha uno sguardo tra la comprensione e il rimprovero. Mi dice: «Pero adesso fammelo andare a riposare».