Condividi su Facebook Condividi su Twitter Invia una e-mail

La città del calcio

La capitale calcistica dell’Argentina non è Buenos Aires, ma Rosario: qui sono sbocciati alcuni tra i più grandi talenti del Paese, sullo sfondo della rivalità tra Canallas e Leprosos.

Di Federico Buffa e Carlo Pizzigoni

Gli argentini, come tutte le genti che si sentono elette, credono che Dio sia uno di loro. Se solo si facesse vivo un po’ più spesso… Quest’ultimo assunto spiegherebbe perché l’Argentina, sesta nazione più ricca del mondo negli anni Venti (c’erano più auto e telefoni a Buenos Aires che in Italia e Francia messe assieme), oggi non se la passi particolarmente bene e magari anche perché, pur avendo avuto tre tra i giocatori migliori di sempre, abbia vinto solo due Mondiali di calcio.

Se titoli e soldi hanno residenza nella Capital Federal, all’ombra dell’obelisco della 9 de Julio, c’è un’altra città calcisticamente fondamentale in Argentina: la Capitale Accademica del Gioco, un luogo dove si discute di calcio come nella Parigi del Duecento si dissertava di teologia. Si trova esattamente nel centro del Paese, equidistante tra due oceani e ai margini di un grande fiume.

Gli uomini hanno appreso da millenni, forse osservando i corsi d’acqua più importanti, che davanti al Tempo (T maiuscola) siamo tutti uguali, e che il tempo vive sempre. Ma qui di tempo ne scorre binario anche un altro, quello calcistico, e questo gli uomini lo manovrano magistralmente. È un tempo che viene contratto e sospeso affinché il ricordo di ciò che qui è successo, da quando il football ce l’han portato gli inglesi, non vada perduto, poiché la diminuzione della memoria riduce l’identità. La devozione per il luogo ha fatto sì che anche El Diez sia venuto qui a giocare cinque partite, apparentemente tra le più inutili di sempre. Ma se chiedete a lui, rispetto a questa esperienza, aprirà una pagina del suo vangelo e vi spiegherà che se con una donna puoi passare venti ore senza far accadere niente, con un’altra bastano venti minuti, e succede tutto.

A mural of Argentine footballer Lionel Messi painted by Brazilian artist Paulo Consentino is seen on the wall of the backyard of the General Las Heras school in Rosario, some 350 km north of Buenos Aires, on August 26, 2015. AFP PHOTO / HECTOR RIO (Photo credit should read HECTOR RIO/AFP/Getty Images)

Un murale di Lionel Messi a Rosario (Hector Rio/AFP/Getty Images)

A proposito: l’altro grande Diez, quello di oggi, non ha bisogno né di andarci né di venirci ma semmai di tornarci, perché sul grande fiume ci è nato e cresciuto e se n’è dovuto andare dodicenne, con l’Argentina in pieno default. Ha già garantito che quando mancherà poca, ma non pochissima sabbia nella clessidra della sua carriera, tornerà per giocare nella squadra del suo cuore e soprattutto del cuore di suo papà. E allorché sarà arrivato il momento di congiungersi definitivamente col grande fiume, gradirebbe farlo con la lebbra in corpo. Un dettaglio scabroso? Non qui. A ogni partita, la metà esatta della città si augura la stessa cosa. Questa città, questo universo sospeso come il tempo che lo ha accompagnato e lo accompagna tuttora si chiama Rosario, provincia di Santa Fe, pieno interior argentino.

È la città del fútbol. Probabilmente non l’unica (ma rivaleggia con poche, nell’élite), sicuramente la più divisa. In due: Central o Newell’s. Se sei di Rosario vivi in mezzo a quel bivio, rimani impermeabile alle seduzioni delle grandi d’Argentina. Qui, ma potete anche allargare il concetto alla provincia tutta di Santa Fe, o sei Canalla o sei Leproso. E lo sei da sempre e per sempre, in ogni momento della tua vita: c’è sempre un noi e un loro. Come in una contrada del Palio di Siena, solo che qui se ne sono fatte bastare due. E come a Siena puoi andartene in giro per il mondo, ma lì rimane sempre una parte di te, che prima o dopo devi ritrovare.

Lionel Messi ha tirato i primi veri calci vestito di rossonero alla scuola calcio Malvinas Argentinas, un centro di formazione della città di Rosario che ha visto crescere anche fuoriclasse come Walter Samuel e Maxi Rodríguez, oggi capitano del Newell’s. Perché, alla fine, tutti sentono il richiamo del grande fiume, tutti l’appartenenza a qualcosa di più di una squadra di calcio.

Viaggiando per la capitale Buenos Aires, a microfoni spenti, più di un hincha di Boca, River, Racing, San Lorenzo e Independiente, riconoscerebbe e riconosce nel Clásico Rosarino qualcosa di veramente differente. Lo confermano tutti quelli che ci sono stati, in un giorno da “derby” (ma non lo chiamate così, por favor) al Gigante de Arroyito o al Coloso del Parque, oggi rinominato Marcelo Bielsa. Un altro outsider, anzi l’outsider per eccellenza del calcio moderno, il Loco. Una eccezione che si nota, perfino in una città dove l’eccezione è diventata regola (dal Che al “Negro” Fontanarrosa), rosarino purissimo, anima leprosa e titolare della frase che segna la storia della squadra, quel «¡Newell’s carajo!» gridato al cielo, dopo il titolo del ’90, non a caso continuamente celebrato con murales ad hoc, in città. Nella sua città torna sempre, Bielsa, uno che il calcio lo ha segnato in profondità nel modo più complicato. Ma sarà il definitivo ritorno sul fiume Paraná di Messi a segnare il redde rationem, una sorta di Giorno del Giudizio del calcio, in cui anche gli Dei del Gioco dovranno sgomitare per essere tutti presenti. Un momento sospeso, che inorgoglisce i “lebbrosi” e stimola la gente del Rosario Central.

Argentina's Rosario Central supporters cheer for their team during the Copa Libertadores 2016 quarterfinals first leg football match against Colombia's Atletico Nacional at the "Gigante de Arroyito" stadium in Rosario, Santa Fe, Argentina, on May 12, 2016. / AFP / JUAN MABROMATA (Photo credit should read JUAN MABROMATA/AFP/Getty Images)

Tifosi del Rosario Central durante al “Gigante de Arroyito”, lo scorso maggio (Juan Mabromata/AFP/Getty Images)

«Lo sfidiamo noi, Leo», ha promesso uno di quelli che, proprio perché lontano, sente con maggiore intensità la maglia del Central: è Ángel Fabián Di María Hernández, ma a Rosario si gira solo se lo chiamano come sempre l’hanno chiamato: Fideo. Fu venduto per 26 palloni, pare mai consegnati, al Rosario Central dal club Torito. Più che un club, forse, un cancello, un campo non esattamente in bolla e un posto per cambiarsi che proprio non può assurgere alla qualifica di spogliatoio, nemmeno con parecchia fantasia.

Rosario è differente, e oggi l’Argentina è diversa dall’età in cui sfrecciavano quelle auto, e squillavano, tutti uguali, quei telefoni: è lontano ma non lontanissimo, anzi, il 2001, l’anno del Corralito, l’anno della Crisi, o come la chiama il regista “Pino” Solanas, del “saccheggio”. Di María in quegli anni aiutava il padre a vendere e distribuire legno e carbone alla gente. Non sempre si toglieva di dosso tutto il nero che gli provocavano quelle consegne, arrivando al centro di allenamento. E poi gli toccava pure vedere tutti quei tecnici che scuotevano la testa. Spesso inserito nei tagli di fine anno, riusciva sempre a salvarsi, ad essere confermato. Perché la voglia, la determinazione di quel ragazzo, che piantava l’ennesimo scatto a fine allenamento nonostante fosse senza più forze, andava oltre i suoi limiti fisici. Quel fisico da Fideo, da spaghettino, di cui si è sempre dibattuto attorno ad Arroyito, fin quando una voce ha segnato la cassazione sull’argomento: «Lo voglio in prima squadra».

La sentenza definitiva è quella di Ángel Tulio Zof, l’uomo più rispettato della Storia del Central, semplicemente. Di María debutta in Primera col Central di Zof, e inizia una storia che ancora oggi commuove l’uomo che ha commosso il Mondo nel raccontare il più bel gol della storia del fútbol, l’uomo del Barrilete Cosmico, Víctor Hugo Morales, uno che ogni anno si sciroppa circa quattrocento manifestazioni culturali, dal teatro, al concerto (jazz, soprattutto), al cinema, alle mostre di pittura o scultura. Farebbero più di uno al giorno: con la moglie Beatriz, spesso fa tripletta giornaliera, perché l’Argentina era e resta in difficoltà economica, ma rimane uno straordinario polmone di cultura e creatività.

A graffiti cheering Argentine first division football club Newell's Old Boys is seen at a shantytown near the city of Rosario, Argentina on May 14, 2013. Rosario, the city where Argentine football star Lionel Messi was born, regained the sport splendor of old times while Newell's is beginning to look like the new champion of Argentine First Division championship and Rosario Central to return to the First Division tournament. AFP PHOTO / DANIEL GARCIA (Photo credit should read DANIEL GARCIA/AFP/Getty Images)

Colori e simboli del Newell’s Old Boys in una baraccopoli vicino Rosario (Daniel Garcia/AFP/Getty Images)

Ammiriamo Di María, ma ricordiamo gli Zof, e a Rosario ce ne sono tanti, di quelli che frequentano i campi e scovano il talento, peraltro diffusissimo. Anche se l’unico nome che può rimanere nella stessa riga con “Don Ángel” è quello di Jorge Griffa. Uomo Newell’s, se ragioniamo coi principi della contrada, come vuole la città del Monumento a La Bandera. E al Newell’s ha prima giocato (con una parentesi all’Atlético Madrid), poi ha allenato, formato e spesso fatto debuttare una smisurata schiera di talenti. Peschiamo a caso: Valdano, Batistuta, Balbo, Sensini, Samuel, Gallego, Martino, Maxi, Samuel. Al Boca, dove si era trasferito, prima di sbattere la porta e tornare a casa sua, ha fatto crescere Tévez, Burdisso, Gago e Banega. Oggi, ottantenne, dà qualche consiglio all’Independiente, dopo aver costituito, nel 2006, un club giovanile col suo nome, che intercetta talenti rosarini. Il più importante è finito poi nelle giovanili del Rosario Central, Giovani Lo Celso: presto illuminerà Parigi e il Psg. Scelto non solo per l’offerta irripetibile degli sceicchi, ma perché lì, sotto la torre, c’è il suo idolo, il Fideo.

Lo avevamo lasciato impegnato a organizzare la disfida del secolo contro il concittadino Messi. Lo ritroviamo in una camera di Ezeiza, il centro dell’Afa che si staglia in tutta la sua ridondanza, a qualche chilometro dell’aeroporto Pistarini a Buenos Aires. In una stanza, lontana da quella di Messi, ad ascoltare il piano di Di María ci sono Ezequiel Lavezzi, Javier Mascherano e Ángel Correa. Minimo comune denominatore: sono tutti santafesini di nascita. E tutti hinchas del Rosario Central. Si sta lavorando a tempi e modi della definitiva rimpatriata in città. Noi e loro. Nella città del fútbol.

 

Tratto dal numero 11 di Undici. Nell’immagine in evidenza, un murale raffigurante Angel Di Maria, nei pressi del Gigante de Arroyito, stadio del Rosario Central (Hector Rio/AFP/Getty Images)