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Novellino è tornato

Storia dell'allenatore che per la prima volta, a 63 anni, si è seduto sulla panchina della squadra della sua città, l'Avellino.

Di Oscar Cini

Mancano pochi minuti alla fine del secondo tempo di Pro Vercelli-Avellino. Il centrocampista irpino Omeonga sbaglia un passaggio facile in appoggio all’indietro, facendo ripartire gli avversari. Walter Novellino quasi entra in campo urlando. Ha 63 anni e la rabbia di un ragazzino. Finalmente i tifosi avellinesi hanno trovato un nuovo messia, una guida spirituale, un clérigo a cui affidarsi in maniera completa. A 63 anni Novellino corre a esultare sotto la tribuna Montevergine dopo una rete, o resta in piedi, tetragono, sotto una tipica giornata di diluvio avellinese, a gridare indicazioni ai suoi uomini per 90 minuti. Gli irpini si innamorano delle cose semplici: sono pervicaci, testardi, ma sanno appassionarsi come pochi alle storie, in particolare se riguardano la propria gente. Novellino è arrivato in punta di piedi, professando calma, ha dato e preteso fiducia. È sempre stato definito un sergente, ma ha abiurato al comando preferendo l’ascolto. Ora che l’Avellino è uscito dalle sabbie mobili della bassa classifica, e dalla disperazione cupa della gestione Toscano, è possibile dedicarsi all’uomo che sta lavorando all’impresa.

Walter Novellino ha il volto scavato, i lineamenti duri e decisi da indio che lo fanno somigliare a un sudamericano, un andino, o un argentino della provincia di Misiones. A Misiones è nato Carlos Monzón, che di Novellino è l’alter ego, con quel nome che lo accompagna da quando, ai tempi del Torino, l’allenatore Giorgio Ferrini gli regala un soprannome ispirato alla combattività e a quel volto dal sapore esotico. Novellino, però, è nato in Irpinia, a Montemarano, terra di carnevali e tarantelle. Il padre, comunista, fa il meccanico in paese e decide di rendere onore alla propria fede: chiama così il figlio Alfredo Walter Amato Lenin. In una recente intervista, il tecnico dell’Avellino spiega il perché della scelta del nome Lenin: «Papà mio era l’unico comunista di Montemarano, allora c’era un comizio dell’Onorevole Grifone del Pci (politico, antifascista e partigiano, marito di Giovanna Marturano, ndr) nella piazza del paese. In quella piazza c’era una sola persona, in tutta Montemarano…ed era mio padre. Quindi non poteva che chiamarmi Lenin».

Walter Novellino mentre racconta l’aneddoto relativo alla scelta del nome Lenin

Quando ha pochi anni la famiglia Novellino si trasferisce da Montemarano in Brasile, alla ricerca di fortuna. Novellino quando parla degli anni sudamericani si apre, ma lo fa anche con Perugia, che sente a tutti gli effetti “casa sua”. Il Brasile però ha qualcosa di diverso: «È stato il mio Paese. Avevo 3 mesi quando i genitori emigrarono dall’Irpinia, siamo rimasti 10 anni, fino al 1963. Dal Sud si andava negli States o in Sudamerica, Argentina o Brasile. Due miei fratelli sono nati là…». A San Paolo papà Giuseppe aveva un’officina di camion, qui Walter ha imparato la semplicità, la felicità di una vita vissuta con naturalezza tra strade dolci: «Andavo a scuola, avevo tanti amici e ci si divertiva. Là ho imparato il portoghese, da tanto non lo parlo, però mi è rimasto. Tifavamo Palmeiras, come tutti gli immigrati. Rammento la costruzione del campo della Joventud, andai pure a vedere lo stadio del Santos. Avevamo il prato sotto casa, l’oratorio e la chiesa: si pagava per giocare e chi si comportava bene era esentato dall’esborso dei cruzeiros. Si giocava per ore, scalzi, per non rovinare un paio di scarpe al giorno. Vicino al nostro rione c’erano ragazzi di colore, bravissimi a calciare».

La storia di Novellino è fatta di lontananza dalla propria terra d’origine, ma non sappiamo se in quegli anni è pienamente cosciente della distanza che lo separa dall’Irpinia. Io che la distanza la sento ancora ogni giorno, nonostante siano passati quasi 5 anni da quando sono andato via, fatico a credere che non abbia mai pensato, nemmeno per un istante, ai posti in cui è nato. Si parla pur sempre di legami e identità, di distacco dai posti che conservano il ricordo di vite vissute, di solitudine e persone accolte e rapporti costruiti. Una questione di affettività.

AVELLINO, ITALY - DECEMBER 10: Fans of US Avellino prior the Serie B match between US Avellino and Benevento Calcio at Stadio Partenio on December 10, 2016 in Avellino, Italy. (Photo by Giuseppe Bellini/Getty Images)

Del Brasile a Novellino è comunque rimasto appiccicato, insieme alla fede, il portoghese, come una lingua gemella, tanto che ancora nel 2004 aveva trovato il modo di rispondere ad Amantino Mancini durante un Roma-Sampdoria finito in parità. Anche oggi, quando accoglie i giornalisti in conferenza stampa, restituisce quel gusto forestiero dei “sinò” che non sono altro che un calco linguistico del senão portoghese. Ma Novellino è irpino e avellinese, lo dicono i documenti, lo dice l’indole. E questo nonostante appena la famiglia torni dal Sud America sia costretta ancora a emigrare, questa volta verso Milano.

Walter fa giusto in tempo a cominciare le scuole medie che è tempo di ripartire: «Tornammo a Montemarano, papà andò a Milano per lavoro, mentre io feci le scuole ad Avellino, neanche sapevo leggere l’italiano. Alle medie ero assieme a Gigi Marzullo, divenuto poi personaggio televisivo. Nel frattempo diventai calciatore, vinsi lo Scudetto dello stella, al Milan, e poi allenatore». Prima la Pomense, poi il Legnano e l’approdo al Torino. Milano e la sua provincia sono il luogo in cui si forma il Novellino calciatore, che va a farsi le ossa in C dopo aver esordito in A con il Toro. La massima serie arriva nuovamente tre anni dopo, quando lo acquista il Perugia di Castagner. Sento un leggero senso di vicinanza con Novellino, per questione di traiettorie, scelte di vita, che sono mie personali ma estendibili, come una sineddoche, a un popolo intero. La vita di Amato Lenin è stato un continuo cambio di paradigma, per necessità, cosa che lo avvicina agli irpini più di ogni altra cosa.

Novellino segna contro l’Avellino in maglia rossonera: tu quoque, Walter

In campo Novellino è funambolico, un giocatore pregno d’estro e intuizioni offensive, un dribblomane che ha imparato il gioco tra le strade brasiliane. Proprio la sua eccentricità all’interno del campo da gioco cozza con la pragmaticità mostrata da allenatore, così lontana dagli arabeschi visti in campo. Dopo aver vinto lo Scudetto con il Milan, essere tornato in B con i rossoneri e aver collezionato una presenza in Nazionale in amichevole contro la Turchia – la sua unica in maglia azzurra –, chiude la carriera nell’87, a Catania. Quello che si siede per la prima volta sulla panchina del Perugia nel 1990 è un allenatore che ama la zona e il 4-4-2, un credo a cui è votato in maniera totalizzante. Per Novellino Perugia «è la mia città», è qui che comincia ad allenare partendo dalla Primavera, con Gaucci che lo presenta come “il nuovo Capello”. Arrivato a un passo dai play-off, viene esonerato, pare, per non aver voluto Castagner sul bus della squadra (che Gaucci aveva già scelto per l’anno successivo). Storia poi smentita da Monzón.

Il suo primo successo è rappresentato dalla doppia promozione, dalla C2 alla B, sfiorata con il Gualdo. Un successo mancato proprio a causa delle sconfitta, in finale play-off, contro l’Avellino a Pescara. Ricordo quel giorno nitidamente: la vecchia Golf Gt di famiglia che macina chilometri, il pranzo in un ristorante in cui il presidente Sibilia paga per tutti, i biglietti di tribuna centrale trovati per caso. Quella gara fu un’epifania, la prima grande sensazione di onnipotenza legata al calcio: uno spettacolo infinito culminato con la vittoria ai calci di rigore. Ricordo la paura per mio fratello in curva mentre la porta di ferro viene sventrata per l’invasione di campo, i tifosi del Gualdo che gridano, il seme del calcio di Novellino che è stato instillato. Chissà se qualcuno gli ha mai chiesto come si è sentito a perdere quel primo, grande, appuntamento in carriera a causa della squadra della sua provincia.

La parata di Landucci, l’Avellino che torna in B dopo tre anni di C

Cosa avrà pensato in quegli attimi Novellino. Lui che la sua terra l’aveva praticamente vista soltanto da bambino. Gli è capitato spesso di dover chiedere scusa per cose non dette, anche quando è tornato a casa a fine novembre e una delle prime cose che ha fatto è stato ribadire che lui delle sue origini va fiero. Novellino a casa sua è stato contestato, perché non avrebbe espresso troppo chiaramente il suo senso di appartenenza. Lo stesso sentimento che ora lo ha portato a scegliere, a 63 anni, di tornare dove tutto è cominciato. Da allenatore Novellino ha fatto di zona e 4-4-2 i propri dogmi, gli stessi dogmi che l’hanno portato a ottenere 4 promozioni in A: con Venezia, Napoli, Piacenza e Sampdoria. Ha lanciato o rivitalizzato giocatori persi: Recoba e Maniero; Flachi, Bazzani e Quagliarella; Caccia, Gautieri e Hubner. Si è fatto amare dai propri calciatori, che come nel caso di Venezia, lo hanno salvato dai presidenti (Zamparini) pronti a cacciarlo.

Ovunque è andato ha lasciato un segno profondo, fatto di ascolto degli uomini prima che degli atleti, salvezze miracolose, di capacità di dare certezze anche in ambienti depressi. Dopo gli anni doriani, forse lo zenit del calcio novelliniano, culminati con la qualificazione in Uefa nella stagione 2004/05 e la semifinale di Coppa Italia del 2006/07, la carriera del tecnico irpino ha subito un down-grade. In questa riduzione di aspettative c’entra poco il cambiamento di un calcio che ancora gli appartiene. È forse, più probabilmente, una questione di stimoli da ritrovare. Lui che è un ossessivo, ha dichiarato che il pensiero cade sempre lì: «Io non credo a chi dice che, finito di lavorare, stacca e non ci pensa più. Non credo che uno riesca a fare questo. Io finisco sempre per pensare a dove ho sbagliato, a dove posso migliorare; ripeto, non credo a chi, finito l’allenamento, va a casa e stop. Io, quando finisco, devo studiare, devo riflettere sullo stato d’animo di un giocatore, pensare all’ultimo allenamento, pensare a chi non gioca e a come aiutarlo».

PALERMO, ITALY - MARCH 13: Head coach Walter Novellino of Palermo looks on during the Serie A match between US Citta di Palermo and SSC Napoli at Stadio Renzo Barbera on March 13, 2016 in Palermo, Italy. (Photo by Tullio M. Puglia/Getty Images)

È incredibile notare come, ancora oggi, Novellino parli la stessa lingua di quando ha cominciato, ma senza dimenticare che lo sport in cui è inserito si è evoluto. In conferenza stampa parla indifferentemente di motivare chi resta fuori, ma anche di spazi di mezzo; di necessità di rimanere con i piedi per terra e di scalare montagne che sono metafora di salvezza; di spunti tattici ed emozionalità. Novellino è un pratico, non un accademico, un aziendalista che non ha mai nascosto di lavorare per il bene delle squadre e dei presidenti che lo scelgono. Il mister ha scelto di intervenire sulla testa dei propri giocatori prima ancora che sui moduli e sulla tattica, si è fatto parafulmine e primo riferimento: ha accentrato su di sé il racconto giornaliero, esponendosi in prima persona per portare ad Avellino i giocatori di cui aveva bisogno (Laverone prima e Moretti poi). Un uomo che ha saputo dire no, chiedere e pretendere che la rosa venisse sfoltita, lavorando sul campo alla fase difensiva disastrosa della gestione Toscano.

L’Avellino di oggi non gioca un calcio spettacolare (in media il 50% di precisione di passaggi) ma pragmatico, non c’è spazio per i sofismi o gli orpelli superflui. Quello di Novellino è spesso un calcio kick and run all’inglese (non a caso la Premier è il suo campionato di riferimento), in cui i terzini possono stringere verso il centro del campo in fase d’impostazione, aiutando l’uscita della palla, o avanzare verso il fondo per arrivare al cross. In una provincia che fino a poche settimana fa sembrava sull’orlo di un esaurimento, con una squadra scarica, tecnicamente involuta, Novellino ha portato la serenità dell’uomo fedele ai propri ideali. Ha convinto anche i maggiori contestatori ad aprire la strada del dialogo, si è fatto amare mostrando come, attraverso il sacrificio, si possano ottenere i risultati. Ad Avellino Ardemagni, Verde, Paghera, come è stato in passato per gli Schwoch e i Gilardino, hanno visto rigenerarsi le forze perse grazie al lavoro quotidiano dell’uomo venuto dal Brasile. Un gestore di anime che ha rimesso la vecchia guardia al centro del progetto tattico, passando in poco tempo all’incasso.

Il derby contro la Salernitana alla vigilia di Natale. Novellino e la città diventano definitivamente un’unica entità

Durante la reggenza Toscano si era visto, probabilmente, uno degli Avellino peggiori dal tempo degli Anaclerio e dei Bitetti. Disaffezione, contestazioni, un Partenio-Lombardi preso dallo sconforto di prestazioni povere qualitativamente e con la tifoseria pronta a mettere la società di fronte ad un’assunzione di responsabilità che non poteva più tardare. La scelta di Novellino è stata cuore e intuito al tempo stesso: quella di un uomo che si è detto pronto a proteggere la propria gente, come nel post vittoria con il Verona in cui, dopo l’esplosione dell’affaire Toni, il tecnico si è immediatamente speso per ricordare l’importanza del pubblico biancoverde presente ogni sabato in Curva Sud. Oggi i risultati utili sono 9, 19 i punti messi insieme dal mister di Montemarano in attesa della sentenza relativa al processo sportivo del 3 marzo. Ma più che i semplici numeri è il carattere della squadra a far sperare: l’Avellino dà ora l’impressione di essere in fiducia, di giocare con una consapevolezza che prima non esisteva.

Ha fermato la recrudescenza, l’aggravarsi di una emorragia di serenità che stava per costare la cadetteria ai lupi. Novellino ha sconfitto l’afasia dell’Avellino scegliendo la panoplia con cui combattere la sua nuova, e forse ultima, battaglia. Ha lasciato da parte la ruvidezza per riportare entusiasmo in un ambiente che ora, lui per primo, sa gestire con maestria. Walter Alfredo ha perso, come tutti, ma ha vinto spesso. Sarebbe bello che il suo ultimo successo fosse in quella terra che non ha mai potuto vivere appieno, fino ad oggi. Ora Avellino sogna un miracolo, che sa dei pugni chiusi ma accoglienti di Monzón: un ultimo jab, un’ultima grande festa in una Piazza d’Armi tinta di bianco e verde, con il fumo acre dei fumogeni che allontana lo spettro limaccioso della retrocessione.