La Silicon Valley belga

Il periodo d’oro del calcio del Belgio parte dal basso, da club come Gent, Zulte Waregem, Oostende, tutti racchiusi in quell’area di grande fermento soprannominata il Texas delle Fiandre.

di Alec Cordolcini

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Due miserie in un corpo solo. Si chiudeva così il monologo di Giorgio Gaber dal titolo Qualcuno era comunista. Una decina di anni fa, identico epilogo poteva valere per un ipotetico discorso sul calcio in Belgio. Qualcuno era belga. Pochi desideravano esserlo ancora. Lo sport, unico elemento di unione del Paese assieme alla monarchia, stava per assistere alla clamorosa scissione della sua disciplina più popolare, vista la formale richiesta inoltrata dal partito nazionalista Vlaams Belang alla Fifa per la creazione di una Nazionale fiamminga autonoma. Impulsi centrifughi che non partivano solo dalla pancia del paese, ma si estendevano fino alle istituzioni. Fu proprio su input dell’allora ministro dello Sport del governo fiammingo Bert Anciaux (in Belgio, Stato caratterizzato da un federalismo definito da sovrapposizione, esistono cinque parlamenti e altrettanti governi – Fiandre, Vallonia, città di Bruxelles, comunità tedesca e francese – oltre a quello nazionale) che la Federcalcio cominciò a discutere sull’eventuale creazione di due federazioni e due leghe autonome. I valloni dello Standard Liegi risposero minacciando di chiedere l’iscrizione al campionato francese. Il tutto mentre la Nazionale inanellava un flop via l’altro, e il campionato sprofondava nella mediocrità, facendo più notizia per fallimenti (Beveren, La Louvière, Mouscron) e scandali (la ragnatela di match fixers tessuta dal cinese Zheung Ye) che per ragioni sportive. La sofferenza del Belgio (per citare un noto romanzo di Hugo Claus), i suoi fragili equilibri, la sua complessità relazionale. Era tutto lì, tra le tribolazioni del calcio.

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Oggi il Belgio è una potenza calcistica che vede i propri migliori giocatori militare in club appartenenti all’élite europea. L’ascesa dei Diavoli Rossi è stato uno degli argomenti più analizzati negli ultimi anni. Riassumendo per sommi capi, si è trattata di una rivoluzione figlia di almeno quattro padri: George Leekens, Michel Sablon, Dick Advocaat e Marc Wilmots. I primi due, rispettivamente ex ct dei Diavoli Rossi e dirigente della Kbvb, sul finire degli anni Novanta hanno aperto il ciclo lanciando una serie di progetti strutturali che andavano dai corsi per diventare allenatori pro alla ristrutturazione dei vivai dei club, con particolare attenzione alla sinergia calcio-scuola. L’olandese Advocaat ha professionalizzato lo staff, introducendo figure come il responsabile degli osservatori, il team manager e l’esperto di video-analisi. Wilmots infine ha fatto la cosa più difficile, ovvero tradurre questo processo innovativo in risultati concreti sul campo. Il quadro tuttavia non è ancora completo, perché le ultime due stagioni hanno presentato un Belgio tornato competitivo anche a livello di club, con gli ottavi di finale di Champions League raggiunti dal Gent nella stagione 2015/16 e le tre squadre piazzate agli ottavi di Europa League (due si sono poi qualificate ai quarti) nell’annata in corso. Quest’ultima ha visto un Belgio mai così in alto nel ranking Uefa stagionale, dove i 12.500 punti raccolti hanno fruttato un sesto posto alle spalle dei cinque Paesi top (Spagna, Germania, Inghilterra, Italia, Francia), inarrivabili per introiti, disponibilità economica e bacini d’utenza.

Nelle ultime sette stagioni la percentuale di riempimento degli stadi belgi è cresciuta di 11 punti percentuali, mentre i diritti tv per il triennio 2017-2020 sono più che raddoppiati rispetto a quelli del 2005-08

11_Ostende_01L’uomo simbolo di questo ulteriore pezzo di riforma è il presidente del Gent Ivan De Witte. «Anni fa vedevo molte, troppe persone spendere le proprie energie nella critica di ciò che non funzionava», ha dichiarato. «Io ho preferito concentrarmi sullo sviluppo di un’idea che tornasse a far funzionare le cose in maniera non solo accettabile, ma anche produttiva». L’introduzione dei playoff, avvenuta in Jupiler Pro League dalla stagione 2009/10, ha rappresentato la chiave di volta. «Non è vincente la formula playoff in sé», dice De Witte, «ma la nostra formula, con un girone all’italiana di 10 partite tra le prime sei classificate, che partono con i punti dimezzati rispetto a quelli raccolti durante la regular season». Una scelta inizialmente impopolare, ma perseguita con convinzione fino in fondo dalla Federazione, il cui uso del proprio potere coercitivo sui club ha ricordato quello della Federcalcio tedesca nella sua ormai arcinota politica di reboot del proprio fuβball. I numeri hanno certificato la bontà della decisione: nelle ultime sette stagioni la percentuale di riempimento degli stadi è cresciuta di 11 punti percentuali per la regular season e di 15 per i playoff, mentre i diritti tv per il triennio 2017-2020 sono più che raddoppiati rispetto a quelli del 2005-08 (da 36 a 80 milioni di euro).

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Il livello della classe media è un indicatore fondamentale per misurare lo stato di salute di un movimento calcistico. In Belgio c’è un fermento mai visto prima a livello di idee, nomi e storie nuove. È una rivoluzione di provincia, perché tali sono le dimensioni del paese (11 milioni di abitanti) rispetto all’Europa. Tolti Bruxelles e l’Anderlecht, che rappresentano un microcosmo a parte all’interno del Paese (la città è un crogiuolo multiculturale, e non a caso costituisce una regione a sé) e del mondo pallonaro, sono le Fiandre il motore del regno di re Filippo. Nell’immaginario collettivo, il loro Nord-ovest equivale al nostro Nord-est, ovvero una terra di self-made men caratterizzata da cultura del lavoro, piccole e medie industrie, fiuto per gli affari e gestioni oculate. Un euro vale uno, non dieci – così dicono nelle Fiandre, sintetizzando in una frase l’humus delle due regioni occidentali di lingua fiamminga. Un’area in crescita, con tasso di disoccupazione del 6% rispetto a quello dell’intero Belgio. Il calcio riflette l’attuale situazione, con 4 club su 6 portati ai playoff per il titolo: Brugge, Gent, Zulte Waregem e Ostenda. Queste ultime si sono anche giocate la finale di Coppa di Belgio, completando un percorso di ascesa simile caratterizzato da politiche low cost improntate alla concretezza e alla funzionalità.

In 15 anni lo Zulte Weregem è passato dal semi-professionismo all’Europa e alla lotta per il titolo. Nel 2006 vinse, da neopromossa, la Coppa di Belgio e qualificò per la Coppa Uefa

Franck Dury (Zulte Waregem), Yves Vanderhaege (Ostenda), Hein Vanhaezebrouck (Gent) e Michel Preud’Homme (Brugge) sono allenatori dal background e dalle metodologie differenti, tutti però accomunati da un approccio flessibile e tatticamente mutevole che rappresenta il vero marchio di fabbrica del calcio belga in questi anni recenti. Le Fiandre (ma più in generale l’intero Belgio) sono sempre state succubi di un’idea di calcio di matrice olandese: 4-3-3, impostazione del gioco dalle retrovie, possesso palla, ali altissime. Il modo migliore per mandare su tutte le furie Preud’Homme, un tipo fumantino che vive le partite alla Conte, è quello di chiedergli perché le sue squadre non seguono i dettami del calcio oranje. Preud’Homme ha vinto trofei con ogni squadra fin qui allenata (titolo e coppa con lo Standard Liegi, coppa con Gent e Twente, titolo con l’Al Shabab, coppa e titolo con il Brugge, in quest’ultimo caso interrompendo un digiuno che durava da 11 anni), ma soprattutto è stato importante per liberare la mentalità belga dall’ingombrante ombra del vicino di casa. Non è il primo, né l’unico, né tantomeno il tecnico più creativo dal punto di vista tattico (il 4-4-2 del suo Brugge raramente incanta), ma lo status di cui gode Preud’Homme all’interno del Paese, grazie ai suoi straordinari trascorsi da portiere, ha permesso al proprio lavoro di godere di maggiore visibilità rispetto a quello svolto dai colleghi.

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Il quadrilatero Brugge-Gent-Waregem-Ostenda significa storia, arte, lavoro e svago. Con i suoi 37.800 abitanti Waregem è, dopo Eupen e Westerlo, la terza città belga più piccola ad avere una squadra in Pro League. Nelle cartine del Belgio di dimensioni inferiori al formato A3 nemmeno è indicata. Si trova in un’area soprannominata il Texas delle Fiandre proprio per sottolinearne il fermento sotto il profilo economico, di investimenti e di occupazione. Lo Zulte Waregem è nato nel 2001 dalla fusione di due miserie: lo VV Zultse senza pubblico né infrastrutture e il Ksv Waregem (i tifosi milanisti con qualche capello bianco lo ricorderanno per aver clamorosamente espugnato San Siro nella Coppa Uefa 1985/86) senza soldi. In quindici anni la nuova società è passata dal semi-professionismo all’Europa e alla lotta per il titolo. Nel 2006 vinse, da neopromossa, la Coppa di Belgio e si qualificò per la Coppa Uefa. Sei anni dopo, con in squadra Thorgan Hazard e Junior Malanda, fu campione di Belgio per due minuti, prima che Lucas Biglia siglò la rete del pareggio che valse all’Anderlecht la vittoria del titolo all’ultima giornata dei playoff. Quest’anno è arrivato un altro successo in coppa e sarà di nuovo Europa.

Nel 1999 il Gent fatturava 5 milioni di euro all’anno e aveva un debito di 23. De Witte lo ha trasformato in un esempio di virtù gestionale, e Vanhaezebrouck ha completato l’opera vincendo nel 2015 il primo campionato nella storia

11_Waregem_02Tranne che per il biennio 2010-12, il tecnico è sempre stato Franck Dury, ex poliziotto (era analista delle scene del crimine) passato alla panchina perché sognava di allenare in seconda divisione. Oggi è il miglior tecnico del campionato, in relazione al budget a disposizione, che supera a malapena la decina di milioni di euro. Lo ZW (o Esseve, come lo chiamano i tifosi) è diventato grande grazie a Dury. L’Europa conquistata oggi ha un sapore ben diverso rispetto a dieci anni fa. Allora si cavalcava l’onda dell’euforia di un’avventura senza precedenti, quella di un gruppo di semi-pro («Giocammo contro il Lokomotiv Mosca», ricorda Dury, «il delegato russo ci disse che loro avevano 300 dipendenti full-time, noi replicammo che ne avevamo due, una segretaria e un assistente, mentre anche il sottoscritto aveva un altro lavoro») di fronte all’occasione della vita, adesso è tutto più strutturato. C’è un organigramma vero e uno staff comprendente medici, fisioterapisti e psicologi, perché secondo Dury «il calcio moderno è uno sport di pensiero al 100%. Quando iniziai era focalizzato sul trittico tecnica-tattica-fisico, poi studiando (la Juventus di Marcello Lippi fu uno dei suoi oggetti di studio al corso di allenatore pro che fece in Belgio, nda) e facendo esperienza ho scoperto un nuovo triangolo, egualmente importante, che riguarda la sfera mentale, emotiva e relazionale». Nel 2006 la media spettatori dell’Esseve era inferiore alle 6mila unità, mentre oggi si attesta sulle 9.700. Il sostegno economico arriva da una cordata di piccole imprese locali, inserite nel tessuto sociale dell’area e che pertanto «non se ne vanno dopo una stagione andata male, come farebbe una multinazionale». Dury ha un contratto di dieci anni. Un segnale, da parte della dirigenza, che vale più di mille parole.

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Per riposare ossa e membra i lavori del Texas delle Fiandre muovono verso Ostenda, la città sulla costa che in passato ha fatto strage di cuori tra le personalità più disparate, da Woodrow Wilson a Mark Twain, da Karl Marx a Walt Disney fino a Georges Simenon e Marvin Gaye. Un luogo dove convivevano Belle Époque e rude scorza marinaresca, oggi divenuto un porto di mare anche a livello figurato, vista la miriade di nazionalità che popolano questa piccola perla affacciata sul mare del Nord. La storia dell’Ostenda calcistica ricorda quella dello Zulte Waregem, ovvero il balzo dall’anonimato ai piani alti nel giro di poche stagioni, il tutto con bilanci scarni ma costantemente in attivo. La differenza è la proprietà, che nel caso dell’Ostenda risponde al nome di Marc Coucke, il patron ideale per qualsiasi tifoso. Questo self-made man, partito da una piccola farmacia e oggi boss della multinazionale Omega Pharma, è infatti un tifoso di lunghissima data del club. Indiscutibile pertanto il rapporto simbiotico tra proprietà, club e ambiente, ma sbaglia chi vede Coucke come una sorta di mecenate che dilapida soldi nella passione della sua vita. Da buon affarista del nord-ovest fiammingo, Coucke ha ristrutturato la società portandola verso un modello che prevede la completa indipendenza economica del club entro il 2020. Una filosofia low-cost che in quattro anni ha portato una squadra da sempre galleggiante tra prima e seconda divisione a due qualificazioni consecutive ai playoff scudetto. Un’impresa griffata Yves Vanderhaege, specialista nel lavorare in ambienti in cui il budget è inversamente proporzionale alla libertà d’azione concessa al tecnico (fece lo stesso nel Kortrijk, altra piccola realtà fiamminga). Il suo Ostenda battente 13 diverse bandiere (un altro caso di specchio del contesto vissuto) è un inno al calcio ibrido, con la fisicità di un certo calcio belga anni Ottanta mischiata a verticalizzazioni e gioco palla a terra. Anche in questo caso, il modulo è una variabile da scoprire volta per volta.

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Vanderhaeghe è cresciuto nel Kortrijk sotto la guida di Hein Vanhaezebrouck, l’uomo che ha rimesso il calcio belga per club sulla cartina dell’Europa, portando nel 2014/15 il Gent alla fase a eliminazione diretta della Champions League per la prima volta dal 2001. Non poteva che essere la capitale intellettuale delle Fiandre (Gent, oltre a una ricchissima storia, è sede di una delle più prestigiose università belghe) il luogo dell’affermazione di un tecnico culturalmente onnivoro quale Vanhaezebrouck – teatro, letteratura, storia militare e politica internazionale tra i suoi interessi – ma pure meticoloso e attento ai minimi dettagli. Nel 1999 il Gent fatturava 5 milioni di euro l’anno e aveva un debito di 23. L’arrivo del citato De Witte ha dato un nuovo impulso a questo club in rovina, trasformato nel giro di un decennio in un esempio di virtù gestionale ed economica. Vanhaezebrouck ha completato l’opera sotto il profilo sportivo, vincendo nel 2015 il primo campionato nella storia del Gent. Un lavoro però altrettanto importante il tecnico l’ha svolto nel biennio successivo, quello del ritorno alla normalità dopo una stagione larger than life (e le conseguenti cessioni dei pezzi pregiati, perché non va mai dimenticato che ci troviamo sempre in provincia). Con l’ormai consumata abilità di montare e rimontare la squadra come fosse un set della Lego, alternando moduli a getto continuo (3-4-3, 4-4-1-1, 5-3-2, 4-2-3-1), Vanhaezebrouck ha mantenuto la squadra nei piani alti, raggiungendo anche un più che dignitoso ottavo di finale in Europa League, perso nel derby contro il Genk. Una delusione subito smaltita dal successo nell’ultimo turno di campionato sul Mechelen che ha permesso alla squadra di entrare nelle magnifiche sei dei playoff, con conseguente impennata degli introiti (cinque partite casalinghe di cartello significano stadio sempre pieno) e obiettivo Champions in vista. L’esagerato cumulo di aspettative post titolo ha attirato qualche critica, perché evidentemente al sapore dell’aragosta ci si abitua subito. Ma solo una mezza dozzina di anni fa, per un Gent – e un calcio belga – a questi livelli, ci avrebbero messo tutti la firma. Fiamminghi e valloni.