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Il malato Real Madrid

Le difficoltà in campionato, Ronaldo e Benzema a secco o quasi, una squadra senza cattiveria: Zidane, ora, deve ricostruire da zero.

Di Alessandro Cappelli

Il 3-0 contro il derelitto Las Palmas non può assolvere il Real Madrid per un inizio di stagione negativo, né può farlo il gioiello con cui Asensio ha firmato il 2-0. La sconfitta di Girona e quella di Wembley con il Tottenham di fine ottobre hanno fatto scattare l’allarme in tutto l’ambiente madridista: non sono solo due passi falsi consecutivi – comunque una coincidenza che non si verificava dal gennaio scorso – ma la prova lampante che negli ultimi due mesi e mezzo la formazione merengue è stata particolarmente vulnerabile in ogni aspetto del gioco, aprendo ufficialmente la prima crisi dell’era Zidane. I blancos sono terzi in classifica, a pari punti con l’Atlético, a quattro lunghezze dal Valencia, otto da un Barcellona già quasi irraggiungibile – nessuno ha mai colmato un gap così ampio in Liga. In Champions League sono 7 i punti conquistati dopo quattro partite, e un secondo posto già quasi matematico solo grazie alla disastrosa campagna europea del Borussia Dortmund. Quando i problemi si fanno veri, concreti, spesso basta strizzare gli occhi e dare uno sguardo ai numeri: 39 gol in 19 partite non sarebbe uno score negativo, ma è sotto la media per un club come il Real Madird che l’anno scorso, a fine ottobre, ne aveva già segnati 47 in 15 partite; mentre la difesa incassa di media un gol a partita tra Liga e Champions.

Cosa non va

Le cause sono quelle già sentite, a cominciare dalle cessioni in sede di calciomercato. Difficile capire se in estate la rosa si sia davvero indebolita, e di quanto, ma avere in squadra Pepe, Danilo, James e Morata dove oggi ci sono Vallejo, Theo Hernández, Ceballos e Borja Mayoral, significava poter contare su giocatori già pronti per esperienza e affiatamento con i compagni, oltre che tecnicamente superlativi. Segue la lista degli infortuni: attualmente sono fermi Navas, Kovacic, Carvajal e Bale, ma hanno già fatto almeno un giro ai box anche Benzema, Marcelo, Kroos, Modric, Theo, Vallejo e Varane. Più importante del calciomercato e degli infortuni è lo stato di forma precario di alcuni giocatori. Ronaldo e Benzema fanno molta fatica a trovare il gol – uno a testa fin qui – e il centrocampo non riesce a produrre quanto basta per colmare il vuoto. Un periodo di appannamento tocca anche a Marcelo, disastroso nella trasferta inglese, dove è riuscito a collezionare la bellezza di 29 palle perse, dopo quelle regalate al Girona solo tre giorni prima. Anche per il brasiliano potrebbe essere ora di riposare, dopo un paio di stagioni senza un vero ricambio in rosa, ma mandare in trincea Theo Hernández nello stesso momento in cui sull’altra fascia non c’è Carvajal ma il diciottenne Achraf potrebbe equivalere al suicidio, per Zidane. Queste difficoltà hanno demineralizzato il potenziale del Real Madrid, limitando allo stesso tempo il ventaglio di scelte a disposizione dell’allenatore.

Real Madrid v Las Palmas - La Liga

Cosa non ha mai funzionato

I problemi attuali, tuttavia, non si limitano a produrre i loro effetti, ma hanno scoperchiato il vaso di Pandora dei difetti strutturali del Real Madrid firmato ZZ. Ci sono limiti che la squadra di Zidane aveva nel 2016, ha continuato ad avere nel 2017, e che venivano mascherati partita dopo partita con qualità le tecniche, con le letture dei singoli, con la forza fisica – una parte del merito per i tanti trionfi va riconosciuta anche al preparatore Antonio Pintus – e soprattutto con la testa: negli ultimi due anni il vero punto di forza della squadra è stata la consapevolezza, la fiducia cieca nei propri mezzi, che l’ha portata a poter risolvere qualunque situazione, ad abbattere qualsiasi muro in un modo o nell’altro.

In fase di costruzione dell’azione, ad esempio, il centrocampo fa densità centralmente sacrificando le spaziature, costringendo spesso Casemiro a nascondersi per aumentare le connessioni tra Kroos, Modric e Ramos, i tre deputati a dare il via alla manovra. Ancora, la posizione alta fin dal primo palleggio dei due terzini lascia sempre campo alle loro spalle, aprendo praterie nelle quali gli avversari provano ad infilarsi ormai da due anni. In avanti, invece, la complementarietà tra Ronaldo e Benzema è così spiccata da produrre ormai solo risultati estremi: quando i due si trovano, hanno tutti i vantaggi di una coppia che ragiona con un unico chip, viceversa, quando qualcosa fa cortocircuito e i due non si trovano, il Madrid gioca con un uomo in meno. Il Tottenham e il Girona hanno superato i blancos insistendo sui loro difetti cronici: nel postpartita, Pochettino ha spiegato che «è stato fondamentale tagliare ogni collegamento tra Benzema e Ronaldo», e Dele Alli ha detto: «Non potevo credere allo spazio che avevamo e quanto fosse facile trovare il passaggio giusto». In realtà, hanno semplicemente ricordato a tutti che anche il Real Madrid ha dei punti deboli, e che questi possono essere attaccati in maniera letale in un periodo di scarsa forma fisica.

Fine di un ciclo o guai temporanei?

In due anni di reggenza, Zidane si è fatto apprezzare soprattutto per aver riportato serenità in uno spogliatoio di campioni, che dopo metà stagione con Benítez aveva perso il sorriso. Sono le doti di comunicatore di Zizou ad aver avuto l’impatto maggiore, non tanto le abilità di stratega: conoscendo l’ambiente, Zidane sapeva che a Madrid è quasi impossibile farsi apprezzare con particolari misticismi tattici che costringono i giocatori a leggere uno spartito piuttosto che improvvisare come in una jam session. La ritrovata fiducia di un gruppo con un undici titolare stellare e un “Plan B” con Morata, Asensio, James, Pepe, Kovacic, ha reso il Real Madrid una squadra quasi inarrestabile, nascondendo anche difetti cronici mai corretti. I trofei sollevati da Sergio Ramos negli ultimi sedici mesi aiutano a confermare questa tesi: due Champions League in back-to-back – prima volta da quando la competizione ha questo formato –, una Liga, una Supercoppa Uefa, una Supercoppa di Spagna, e una Coppa del mondo per club.

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Dopo aver fatto incetta di titoli, compresi anche quelli di agosto contro Manchester United e Barcellona, il Real Madrid ha allentato la tensione. E questo, probabilmente, è il fil rouge che unisce tutti i tasselli. In un articolo pubblicato su As, Guillem Balagué ricorda un gioco psicologico che nel calcio ritorna sempre: «Dopo aver vinto tanto, vincere costa sempre più fatica». Il Madrid è inevitabilmente sazio, appagato. La cattiveria nei duelli individuali, la forza di ribaltare una partita nei minuti di recupero, la fame di successi di chi sente di poter scrivere una pagina di storia, tutto questo – che ha alimentato il fuoco dello spogliatoio merengue da quando è arrivato Zizou – è stato sommerso dai trofei. D’altra parte, proprio la narrazione della legacy di Zidane sulla panchina del Madrid ricorda come l’aspetto psicologico, in una squadra di campioni, possa essere più importante di qualsiasi automatismo tattico mandato a memoria. Sempre su As, Alfredo Relaño ha ricordato gli effetti devastanti che può avere su una squadra l’appagamento: «Il Real ha un undici titolare fissi da praticamente due anni che ormai è andato in cancrena (con l’eccezione di Isco), non corre più. Ci sono titolarissimi che non giustificano il loro status, e ci sono troppi panchinari che rimangono seduti senza avere la possibilità di far nulla. L’aspetto disciplinare aiuta. Non si chiede a una squadra di fare fallo perché non è il particolare da elogiare nel calcio (contro il Tottenham solo uno nel primo tempo, sei in 90 minuti), però si richiede intensità, questo sì», e l’intensità è ormai sparita dal dizionario madridista.

Per invertire la rotta, ritrovare la compattezza e la cattiveria agonistica, lo spogliatoio del Real aveva bisogno di incassare qualche colpo, di andare al tappeto un paio di volte. D’altra parte, era impossibile chiedere a Zidane di cambiare l’impianto di gioco della sua squadra dopo tanti successi, non prima che smettesse di produrre i suoi effetti, non prima che arrivassero le difficoltà vere e proprie. Ora che queste sono alle porte, l’avventura di Zizou sulla panchina più prestigiosa è a un bivio, lo stesso in cui sono incappati Mourinho e Ancelotti prima di lui nella storia recente: questo gruppo ha raggiunto il punto di rottura, cioè il momento in cui le abilità di gestore, di comunicatore – da sole – non bastano più. Con Mourinho, al terzo anno, lo spogliatoio si divise tra fedelissimi del tecnico e ribelli, con Ancelotti, al secondo anno, il nucleo centrale della sua squadra si rilassò al punto da perdere il polso della situazione, arrivando in primavera senza energie. Ora Zidane ha bisogno di far leva sulle recenti sconfitte, sul processo che stanno facendo alla squadra, sull’orgoglio del suo gruppo per fermare l’emorragia di gioco e risultati. E magari provare, per una volta, a far prevalere i tatticismi sulla gestione emotiva dello spogliatoio, per arrivare ancora in primavera con la faccia cattiva di chi non si è ancora stancato di vincere.

 

Immagini Getty Images