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Quale futuro per Florenzi?

Il romanista, con l'aumentare della concorrenza, si trova a gestire il momento più complicato della sua carriera.

Di Andrea Romano

È sufficiente un sinonimo per ribaltare la prospettiva, per mettere nuovamente in discussione quelle che sembravano certezze. Ne sa qualcosa Alessandro Florenzi, il tuttocampista della Roma che in questa stagione rischia di vedersi declassare da “jolly” a “tappabuchi”. L’estenuante trattativa che, dopo tre mesi di tensioni e schiarite, si è conclusa con il tanto atteso prolungamento fino al 2023 ha lasciato in eredità al giocatore più dubbi che certezze. Anche perché l’atteggiamento di Monchi, che aveva fatto capire di essere pronto a rinnovare solo a determinate condizioni, ha tratteggiato per Florenzi lo status di pedina importante ma non fondamentale. Colpa di un’ultima stagione deludente, certo, ma anche di un mercato che ha fatto mutare ancora una volta pelle ai giallorossi.

Nella rosa che Monchi ha iniziato a coltivare sedici mesi fa, infatti, il ruolo di terzino destro titolare è occupato da Rick Karsdorp. Almeno idealmente, visto che l’inserimento dell’esterno olandese, pagato 14 milioni di euro più bonus giusto la scorsa estate, è stato rallentato da una lesione al crociato. E lo stesso discorso vale per il centrocampo (puntellato con gli arrivi di Cristante, Coric, Pastore e Nzonzi, che hanno riempito il vuoto numerico lasciato dalle cessioni di Nainggolan, Gonalons e Strootman) e l’attacco (dove l’affare Malcolm, poi clamorosamente sfumato, ha evidenziato come Di Francesco stesse cercando un esterno alto con le caratteristiche differenti rispetto a quelle di Florenzi). Uno scenario molto diverso da quello che aveva preso forma nel 2015, quando dopo il gol realizzato da centrocampo contro il Barcellona e la prestazione formato maxi in maglia azzurra contro la Norvegia, il giocatore di Vitinia si era visto cucire dietro al collo l’etichetta di miglior talento del calcio italiano. «Florenzi può fare la mezzala e anche la punta», aveva detto a novembre Walter Sabatini, «ma fa il terzino destro perché è più forte di Dani Alves. Sarà il crack in quel ruolo nei prossimi anni».

In tre stagioni la situazione dell’esterno è profondamente cambiata, tanto che Florenzi sembra ormai vittima di un paradosso. Per la Roma è un giocatore importante, con un ingaggio molto pesante per quelle che sono le politiche societarie, ma allo stesso tempo non è affatto sicuro del posto fisso. I problemi di Karsdorp gli hanno consegnato il ruolo di esterno basso in questo avvio di stagione, ma poi per uno dei due ci sarà il rischio di un utilizzo part time. A meno che Di Francesco non decida di utilizzare le qualità di adattamento del suo jolly anche in altre parti del campo. Eppure è proprio questa duttilità ad aver rallentato il processo di crescita di un calciatore che, a 27 anni, ancora non riesce a essere inquadrato in un ruolo preciso. Anzi, con il passare delle stagioni sono aumentati anche gli interrogativi su quale sia la zona del campo dove riesce a rendere di più. 

Secondo Zdenek Zeman, ad esempio, i suoi tempi di inserimento rendevano Florenzi una mezzala capace di adattarsi perfettamente al suo dogmatico 4-3-3. Ed è lì che il boemo ha deciso di inserire l’allora 21enne prodotto del vivaio durante il suo ritorno sulla panchina della Roma, a cavallo fra il 2012 e il 2013. Una mossa che ha dato i frutti sperati, almeno per quanto riguarda la fase offensiva. A fine anno Florenzi ha messo insieme 3 gol e 5 assist, esattamente come Miralem Pjanic (che però ha segnato a referto 7 presenze in meno rispetto al compagno di squadra) e con una sola rete in meno rispetto a Marquinho, il centrocampista con più centri all’attivo. Nelle altre fasi, però, i numeri di Florenzi calano vorticosamente. Rispetto agli altri cinque centrocampisti della Roma (Marquinho, Bradley, Pjanic, De Rossi e Tachtsidis) è stato quello con meno contrasti riusciti a partita (appena 1,3, contro i 2,1 del numero 16 giallorosso) mentre si è piazzato al quarto posto per quanto riguarda i palloni intercettati (1,2 per match, peggio di lui solo Pjanic con 0,3 e Marquinho con 1,1). Oltre che in interdizione, però, il giocatore ha avuto qualche grattacapo anche in costruzione. Florenzi infatti ha fatto registrare una media di 29 passaggi a partita con una precisione del 79,4%. Una percentuale negativa eguagliata solo da Tachtsidis, che di appoggi a partita, però, ne ha messi insieme 50 (il più preciso, Bradley, aveva fatto segnare addirittura una percentuale di 89,4% di suggerimenti riusciti).

L’ultima stagione ad alto livello di Maicon, invece, ha spinto Rudi Garcia ad avanzare Florenzi nel tridente offensivo. E nel 2013/14, l’esterno ha risposto presente, segnando 6 reti e offrendo 7 assist ai compagni. Un risultato positivo in assoluto, ma comunque lontano rispetto agli standard degli altri esterni (6 reti e 5 assist per Ljajic, anche se realizzati con 5 presenze di meno, 9 centri e 10 reti per Gervinho e 8 gol e 10 assist per Totti). Ma non finisce qui. Florenzi è anche il laterale offensivo ad aver effettuato meno passaggi chiave a partita (0,4 contro gli 1,3 di Ljajic, gli 1,5 di Gervinho e i 2,5 di Totti), ad aver tirato meno in porta (1,3 conclusioni a partita contro i 2,6 del capitano) e ad aver saltato meno volte l’avversario (0,2 dribbling riusciti a partita a fronte dell’1,4 di Ljajic e il 2,3 di Gervinho). Numeri deludenti che, però, venivano riscattati da un grande contributo alla fase difensiva. Ed è anche per questo che oggi il giocatore sembra essere difficilmente inseribile nel tridente offensivo di Di Francesco. Il tecnico di Pescara non solo preferisce schierare i laterali con i piedi invertiti, in modo che possano accentrarsi e calciare in porta, ma necessita anche di giocatori che sappiano saltare l’uomo per creare superiorità numerica. Così, dopo la buona prestazione nella vittoria contro il Milan dello scorso anno (quando Florenzi segnò anche un gol) e la prova da dimenticare nella sconfitta contro il Napoli, il progetto di inserire il calciatore nella batteria di attaccanti ha subito una brusca frenata.

Con l’addio di Maicon, Sabatini e Garcia hanno deciso di arretrare Florenzi, in modo da poter sfruttare al meglio le sue doti migliori: corsa, inserimento e grande coordinazione che gli consentono di calciare verso la porta e di crossare con costante pericolosità. Nel nuovo ruolo, già sperimentato a Crotone, l’esterno ha mostrato una crescita costante nel corso degli anni, dichiarando più volte di sentirsi a proprio agio in quella posizione. «Lui un giorno mi disse di essere un terzino fortissimo», ha raccontato proprio Di Francesco lo scorso anno, «ma secondo me così si limita». Peccato, però, gli ultimi 12 mesi, che dovevano essere quelli della consacrazione, del ritorno dopo il doppio infortunio al ginocchio, siano stati da dimenticare.

Fra i terzini delle prime dieci squadre di A, Florenzi è al terzultimo posto per quanto riguarda i contrasti riusciti a partita (1,2 di media, peggio hanno fatto solo Marusic con 0,9 e De Silvestri con 1,1), al penultimo per il numero di duelli vinti (45,7%, battuto solo da Marusic con il 45,2, mentre il compagno di squadra Kolarov ha fatto registrare il 59,1%), al terzo per i dribbling subiti a match (0,9, contro l’1,7 di Lulic e l’1 di Calabria) e al penultimo per numero di contrasti aerei vinti (33% contro il 30,9% di Mario Rui, fanalino di coda in questa poco lusinghiera classifica). Una fase difensiva non esattamente da applausi che, però, viene mitigata da una media di 1,3 passaggi chiave per match (secondo in A dopo Kolarov), da 29 cross riusciti (secondo a pari merito con Calabria alle spalle del solito Kolarov, irraggiungibile a 32) e da 41 occasioni create (terzo risultato migliore dopo le 80 di Kolarov e le 58 di Biraghi). Ora però, dopo un rinnovo di contratto importante e dopo essere partito titolare nelle prime due partite (segnando un gol ma evidenziando gli stessi problemi in fase difensiva, prima di essere costretto a fermarsi nuovamente per un problema al ginocchio) Florenzi è arrivato a un bivio: o riesce a completare il salto di qualità o rischia seriamente di venire declassato. Da jolly a tappabuchi, appunto.

 

Immagini Getty Images