Il lottatore Chamizo

Da Cuba all'Italia, Frank Chamizo è arrivato a Rio da numero uno e su una strada fatta di alti e bassi (superati).
di Leonardo Piccione 22 Agosto 2016 alle 11:36

Croma. Semicroma. Croma. Semicroma. Croma. Tempo: 2/4. Il cinquillo, sincope aggiunta a fine Ottocento dagli Haitiani di colore alla contradanza cubana, è il ritmo della libertà: interrompe il flusso, spezza l’armonia. Grazie al cinquillo, nel corso degli anni la contradanza si è fatta dapprima danzón, infine mambo. È il ritmo della fede – perché in lingua Kongo mambo vuol dire “conversazione con Dio” – ma è soprattutto il ritmo del desiderio: i re del mambo, si sa, suonano solo canzoni d’amore.

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Frank Chamizo ha sette anni quando entra per caso in una palestra dove ragazzi e ragazze di tutte le età si agganciano, si proiettano, si ribaltano. Da quando, nel 1909, alcuni sponsor cominciarono a offrire denaro a chiunque fosse stato in grado di resistere anche solo cinque minuti al campione giapponese Yamoto Haida, la lotta è rimasta disciplina estremamente vitale su tutta l’isola caraibica. A Matanzas, dove Frank è nato, un po’ più che altrove. Il nome della località, un’ora in macchina da L’Avana, si traduce con massacro: nel XVI secolo, i locali fecero annegare 30 soldati spagnoli dopo averli invitati a tradimento sulle proprie imbarcazioni. Il combattimento di cui si innamora il piccolo Frank è più nobile di così, ma non meno spietato. È la lotta libera: niente restrizioni greco-romane, qui ci si può prendere pure per le gambe.

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Anche papà Pavel è stato un lottatore, ma Frank non può saperlo: sono anni che il genitore ha abbandonato la famiglia per andarsene negli Stati Uniti. Lo scopre parlando con il suo primo allenatore, che nel giovane Chamizo intravede enorme talento, oltre che un corredo genetico ben riposto. Per iscriversi ufficialmente in palestra, però, Frank deve attendere che anche sua madre lasci Matanzas: la señora Clara è la prima oppositrice del progetto-combattimento, servirebbe un trucco. Non appena lei si trasferisce in Spagna per lavoro, Frank le “prende in prestito” i documenti e va a registrarsi al corso di lotta a sua insaputa. Nel frattempo vive con una nonna povera e severa, poco lusso e un bel po’ di sculacciate.

Il ragazzino è dotato: quattro titoli giovanili, prime convocazioni in Nazionale. Ha muscoli da campione e la stessa, consapevolissima cara de foca di Pérez Prado, leggendario re del mambo, anch’egli di Matanzas, compositore dell’arcinoto “Mambo No. 5”. Nel 2010, quando è ancora juniores, Frank vince il bronzo mondiale a Mosca, categoria 55 kg. Poi, sulla strada verso le Olimpiadi di Londra, l’imprevisto. Ai giochi Panamericani di Guadalajara, un sovrappeso di 300 grammi rispetto al limite di categoria gli provoca la sospensione di due anni da parte dell’inflessibile federazione cubana. Niente Inghilterra, sogni di gloria azzerati. Chamizo smette di combattere, ingrassa, rimpiazza la materassina col divano di casa.

Frank dopo la vittoria del bronzo a Rio (Laurence Griffiths/Getty Images)

Frank dopo la vittoria del bronzo a Rio (Laurence Griffiths/Getty Images)

 

Il cambio di ritmo che rimette in piedi Frank ha le fattezze e la dedizione di Dalma Caneva. Ligure, lottatrice promettente, aveva conosciuto Chamizo a un collegiale misto Italia-Cuba nel 2010, a Ostia: dopo qualche telefonata e un buon numero di agganci, i due si erano fidanzati. Nel 2013 Dalma convince Frank a trasferirsi in Italia e a riprendere ad allenarsi, ché uno spreco di talento così non si è mai visto. A Genova, nella polisportiva di cui il suocero è presidente, Frank torna rapidamente a livelli d’eccellenza; vince qualche torneo e firma per una società della Bundesliga tedesca, per la quale combatte nei weekend, da ora in poi nella categoria 65 kg. Ottenuta la cittadinanza italiana, nel febbraio del 2015 si trasferisce ad Ostia e diventa un atleta dell’Esercito Italiano; dopo un sorprendente argento agli europei di Baku in giugno, a settembre il caporale Chamizo parte per il campionato del Mondo. Sul costume azzurro che indossa a Las Vegas c’è scritto “Chamizo – ITA”.

La finale, vinta, agli ultimi Europei di Riga

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Sbilanciamento. Controllo. Sbilanciamento. Controllo. Sbilanciamento. Tempo: 10 secondi dal termine della finale. Punteggio: 3-2 per l’avversario. D’un tratto le braccia si fanno pistoni, le gambe leve. Interrompono il flusso e ribaltano l’uzbeko Navruzov, dando a Chamizo due punti e il titolo mondiale, primo assoluto per la lotta libera italiana: 4-3. Il pubblico americano lo ribattezza “The Magician”, per l’estrema rapidità delle sue mosse; l’allenatore spiega che la sua forza sta nel non sentire la pressione della competizione: Frank dormiva come un bambino fino a dieci minuti prima della finale; papà Pavel osserva compiaciuto dalla tribuna. Anche Dalma è felice: nonostante si siano separati, i due lottatori si vogliono ancora bene. Lui si ripete pochi mesi dopo a Riga, campionati europei 2016, prendendosi un altro oro e proiettandosi fino alla posizione numero 1 del ranking mondiale.

Frank Chamizo dice che le Olimpiadi hanno per lui un’importanza religiosa, e che vorrebbe vincerle per l’Italia, il Paese che gli ha aperto le porte e gli ha dato fiducia. Vorrebbe vincerle per girare le palestre della penisola e insegnare ai bambini l’arte della lotta e il ritmo dell’amore. Vorrebbe prendersi, vorace, tutto quanto gli è stato tolto in passato. E poi vorrebbe andare di più al cinema, e ballare. Cosa ti manca di più di Cuba, Frank? Il mambo, che domande.

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