Nainggolan è uno spartiacque

Qual è il senso del trasferimento del belga all'Inter, tatticamente e non solo.
di Jacopo Azzolini 26 Giugno 2018 alle 05:16

Se già la prima estate di Monchi a Roma era stata caratterizzata da profondi cambiamenti, quella del 2018 sarà forse ancora più importante. Più necessità, infatti, si incrociano tra loro: oltre a quella di rendere più sostenibili le (alte) spese gestionali, va anche cercato di rinforzare e ringiovanire l’ossatura di una squadra reduce da una grande stagione europea, trovando uomini il più funzionale possibile per il calcio di Eusebio Di Francesco. Dal punto di vista manageriale, la cessione di un Radja Nainggolan trentenne ha più di un senso e si tratta di un’occasione quasi irripetibile per monetizzare: con un valore residuo a bilancio di soli 6 milioni, un’ottima plusvalenza è scontata, senza contare il risparmio del secondo ingaggio più alto della rosa dopo Edin Dzeko (4,2 milioni di euro netti). Come ricorda Monchi, la priorità è rispettare i vincoli del Fair play finanziario: «Abbiamo la necessità di generare plusvalenze, la priorità nel mese di giugno è quella di vendere».

La partenza del belga verso Milano sponda Inter porta su di sé parecchie riflessioni, sia sul giocatore in sé che sul futuro e sulle scelte delle due società. Va però sottolineato che le ragioni di campo sono molteplici, e in parte spiegano questa mossa. Il Ninja – forse il principale simbolo, tra gli alti e i bassi, della Roma di questo lustro – è infatti reduce da una delle sue stagioni meno positive con la maglia giallorossa, parecchio diversa rispetto a quella precedente (forse la migliore da quando nel 2014 era arrivato dal Cagliari).

Se paragonati agli undici gol in campionato della stagione 2016/17, i soli quattro realizzati con Di Francesco lasciano intuire il calo di performance del belga. Ma, oltre ai numeri, è proprio il suo modo di stare in campo che è cambiato drasticamente. Luciano Spalletti aveva modellato la sua squadra soprattutto su Nainggolan, schierandolo in un inedito ruolo di trequartista a cui veniva delegata ampia libertà di movimento. Oltre a un lavoro quasi di marcatura a uomo sul metodista avversario, il Ninja restava molto spesso vicino a Dzeko per cercare di prevalere sulle palle contese e concretizzare i molti lanci lunghi verso il centravanti bosniaco. Doveva quindi attaccare con rapidità gli spazi che si venivano a creare alle spalle della difesa che andava a seguire i movimenti del bosniaco. Tutto questo ha portato il belga ad agire costantemente in zone pericolose e centrali del campo. Nainggolan è riuscito ad evolversi rispetto al giocatore che si aveva in mente, dimostrando parecchia intelligenza negli inserimenti dentro l’area e realizzando gol quasi “da attaccante”, e non più solo con conclusioni dalla distanza. Seppur si tratti di livelli molto differenti, viene in mente il modo in cui nel 2006 Spalletti si inventò Perrotta dietro Totti nel 4-2-3-1.

Il gol con l’Udinese – movimento da punta vera – esprime bene il cambiamento che Nainggolan ha avuto con Spalletti

Di Francesco ha sensibilmente mutato, in entrambe le fasi, il modo di giocare della Roma. Oggi i giallorossi utilizzano molto meno le vie centrali quando attaccano, privilegiando le vie esterne sia nella risalita che nell’ultimo terzo di campo. Il tecnico abruzzese è più schematico del suo predecessore, con movimenti piuttosto codificati tra terzino, interno ed ala. Nainggolan, utilizzato come mezzala nel 4-3-3 giallorosso, si è quindi trovato ad agire in un contesto che gli richiedeva spesso di defilarsi molto con movimenti rigidi per far connettere i vari interpreti. Nonostante qualche piccola modifica dell’allenatore nel tentativo di stringere un po’ di più il belga verso il centro e dargli maggior libertà, raramente si è visto un Ninja al top. Inoltre, la sua Roma prova – quasi sempre senza compromessi – una pressione tanto alta quanto costante, che necessita di un’elevata intesa da parte di tutti i propri interpreti per essere efficiente, cosa non sempre avvenuta nel corso della stagione. Insomma, si può capire come mai Nainggolan non abbia reso al meglio in un calcio più rigido tatticamente.

Linea difensiva Roma molto alta. Tuttavia, Dzeko e Nainggolan sono troppo passivi nell’aggredire il portatore avversario. Su palla scoperta, lo Shakhtar arriva in porta con un lancio da dietro. Esempio dell’inefficienza del pressing romanista quando manca intesa giocatori e reparti

Nonostante una stagione in chiaroscuro, Nainggolan è l’importante rinforzo di un’Inter che torna in Champions League dopo ben sette anni. La presenza di un tecnico come Spalletti, che ha saputo esaltare il Ninja forse come nessun altro, ha contribuito a convincere il giocatore a cambiare casacca. Del resto, l’allenatore toscano ha speso più volte parole al miele per il belga: «Nainggolan vale quanto Pogba. È un giocatore forte che sta bene su tutto il campo, se va dietro al suo istinto di cavallo di razza ha maggiori possibilità. Ogni tanto  fa qualche cavolata, ma solo per avvicinarsi ai calciatori normali. Ma non ci riesce, resta un giocatore straordinario. Penso sia fantastico».

Oltre alla stima di Spalletti e alla sua voglia di allenare un giocatore che già conosce, Nainggolan sembra avere le caratteristiche per risolvere uno degli atavici problemi dell’ultima stagione nerazzurra: la presenza offensiva vicino alla prima punta spesso troppo sola. Né Borja Valero né Rafinha riuscivano ad accompagnare Icardi nel migliore dei modi, e non hanno portato grossi frutti i tentativi di Spalletti di stringere Perisic. Il centravanti era così troppo isolato dal resto della squadra, nonostante i diversi cambiamenti di modulo nel tentativo di migliorare la situazione. Ora, con Nainggolan, l’Inter potrà provare a sviluppare un gioco interno più efficiente, senza affidarsi quasi unicamente alle corsie esterne sovraccaricando l’area di cross non sempre pericolosi.

Si potrebbe quindi vedere un Ninja stile Roma 2016/17, ossia più “attaccante” e incisivo negli ultimi metri. Insomma, pare un’operazione volta a soddisfare le attuali evoluzioni tattiche delle due squadre, con lo scopo di costituire formazioni con giocatori adatti alle idee tattiche di Spalletti e Di Francesco. Monchi si sofferma spesso sulla necessità di avere sintonia tra dirigenza e tecnico nella ricerca dei profili da acquistare, senza dimenticare che un club come la Roma deve trovare un compromesso tra la necessità sportive e le esigenze di bilancio: «C’è ottima sintonia col tecnico quando bisogna pensare su che tipo di giocatori andare. Cerchiamo di unire le necessità economiche con quelle sportive».

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