Calcio, repressione e fanatici cristiani

In pochi sanno che il football si sviluppò grazie alla spinta del Purity Movement, un movimento contro l’immoralità di estremisti religiosi, attivo a fine ’800 in Inghilterra.
di David Winner 28 Luglio 2020 alle 02:22

Il verdetto del Guardian su The English Game, la serie di Netflix – girata senza badare a cliché – sul calcio e questioni di classe in Inghilterra negli anni Settanta e Ottanta del 1800, è stato succinto e spietato: «Storia-Intrattenimento 0-0». Eppure, la serie, un pregio ce l’ha: quello di far conoscere al grande pubblico l’intrigante figura di uno dei suoi protagonisti, Lord Arthur Kinnaird.

Non era mai stato, Kinnaird, ritratto su uno schermo in precedenza, ma fu probabilmente il personaggio più importante negli anni di formazione del calcio. Un vecchio etoniano, estremamente ricco e con vaste connessioni politiche, fu una delle prime celebrità sportive, vincendo per cinque volte la FA Cup. Come presidente della Football Association per 33 anni, contribuì a formarne i caratteri culturali e istituzionali, e supervisionò alla costruzione di Wembley. In The English Game lo vediamo come un brav’uomo sotto ogni aspetto, perfino un filantropo. Ma non c’è menzione del fatto che fosse uno delle figure di spicco, nonché fondatore, del “Purity movement”, un movimento di repressione sessuale che aveva come obiettivo, come disse uno storico, «eliminare completamente l’erotismo dal mondo, in modo che la gente si dimenticasse anche di possedere degli organi sessuali». Ed è un dettaglio importante perché, per quanto possa apparire strano, è la repressione sessuale ciò che fece nascere il calcio.

Nel Diciannovesimo secolo, gli uomini di chiesa e i direttori delle più importanti scuole private d’Inghilterra diventarono ossessionati della lotta alla masturbazione, colpevole ai loro occhi di indebolire fino a uccidere adolescenti e giovani uomini, e minaccia quindi concreta per il futuro della nazione. Il calcio era la cura: costringere ragazzi in grandi gruppi a giocare partite fino a sfiancarsi, nel freddo e nel fango, li avrebbe trasformati in guerrieri della fede cristiana, muscolari, casti e virtuosi. Negli anni Sessanta e Settanta del 1800, gli ex alunni di queste scuole furono evangelizzatori del calcio nelle nuove città industriali britanniche, meritevole di “elevare la condizione morale” delle classi lavoratrici.

Il Manchester City, ad esempio, nacque inizialmente con il nome di St Mark’s (West Gorton), una squadra parrocchiale di uno dei peggiori slum cittadini, che giocava con magliette nere decorate con grosse croci bianche – il simbolo della White Cross Army, la principale organizzazione della città dedicata alla lotta alla masturbazione. Kinnaird era il tesoriere della Central Vigliance Society for the Repression of Immorality, e vice-presidente di uno dei più aggressivi e influenti tra tutti i gruppi “per la purezza”: la National Vigilance Association (Nva). La Nva manifestava contro “l’indecenza” e “l’immoralità” ovunque pensavano ce ne fosse, e cioè dappertutto: cercarono di far chiudere sale da concerti, perseguitarono i proprietari dei teatri, di gallerie, di giornali, di agenzie pubblicitarie. Negli anni Novanta, a Londra, riuscirono a convincere la polizia a cancellare una mostra di Rabelais. A Manchester, ottennero la distruzione di 25.000 copie dei libri di Balzac. Fecero incarcerare l’editore inglese dei romanzi «osceni e libidinosi» di Émile Zola, Gustave Falubert e Guy de Maupassant, che aveva ormai 70 anni. L’uomo, già debole, morì poco tempo dopo.

Eppure niente di questo era abbastanza per Kinnaird e i suoi sodali, che chiedevano leggi ancora più draconiane, più interventi della polizia e più censura. Nel 1895, dopo che Oscar Wilde fu messo in carcere per omosessualità, Kinnaird tenne un discorso per pretendere provvedimenti più repressivi. Kinnaird, nella vita reale, era un uomo basso, grassottello e con una lunga barba rossa. Nelle scene di The English Game rassomiglia una specie di dio del sesso in versione hipster. Non ci potrebbe essere una migliore ironia.

Da Undici n° 33
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