Dalle pay tv agli stadi vuoti: le abitudini “stravolte” del calcio

Il nuovo libro di Pierluigi Spagnolo per Odoya, "Contro il calcio moderno", racconta le trasformazioni che ha subito il calcio negli ultimi venticinque anni.
di Gian Marco Passerini 11 Novembre 2020 alle 10:38

Un fumogeno acceso illumina una gradinata, la curva è piena di tamburi e bandiere colorate, i cori degli ultras accompagnano le azioni di gioco. La pandemia ha spazzato via queste immagini, costringendoci tutti a seguire l’evento calcistico da casa, mentre gli stadi assomigliano sempre di più a cantieri vuoti, disperatamente in attesa di qualcuno che torni a riempirli. Ma se le nuove circostanze sanitarie ci hanno messo di fronte a una situazione che nessuno poteva immaginare, è pur vero che una certa dinamica di tifo, o di “stadium experience”, si è affievolita sempre di più nel corso degli anni. È quanto scrive Pierluigi Spagnolo, giornalista della Gazzetta dello Sport, nel suo nuovo libro “Contro il calcio moderno”, uscito l’8 ottobre per edizioni Odoya: un libro in cui Spagnolo ha voluto raccontare i cambiamenti del mondo del calcio, che, come sostengono i più critici, si sia trasformato da passione popolare in un business.

«Il calcio televisivo ha stravolto le abitudini del “pallone” e l’accelerazione definitiva è arrivata quando, subito dopo il lockdown, la Serie A è ripartita in tutta fretta senza tifosi sugli spalti per onorare i contratti con le pay-tv, dimostrando che se non fossero ripartiti con velocità, il sistema sarebbe crollato», sottolinea Spagnolo. «Il calcio era come un rito popolare. Un tempo si giocavano tutte le partite simultaneamente la domenica alle 3, e quel giorno era il giorno del pallone. Oggi non è più così, manca la ritualità vera e propria che ha contraddistinto il calcio fino a quel momento e le pay tv sono diventate i veri padroni in un processo ormai irreversibile».

Il capitolo 1 del libro si chiama “Tifa, consuma, crepa”, che ben restituisce quanto Spagnolo voglia asserire nel suo libro: un certo fenomeno di “mercificazione” del calcio, dove i tifosi oggi sono trattati come clienti, e le squadre di calcio come merce da vendere. «Oggi si gioca in tutti i momenti della giornata, perché il progetto è quello di rendere il tifoso un soggetto passivo teledipendente che guarda il calcio solo in televisione. Il tifoso oggi è visto come un accessorio, un cliente e un consumatore che può usufruire del prodotto dal divano di casa». Spagnolo ha vissuto le curve italiane per anni, le ha raccontate nel suo libro “I ribelli degli stadi” ed è anche un conoscitore profondo del mondo ultras: un mondo che oggi sembra non avere più spazio.

Già, il tifo: il libro induce a riflettere su quale tipologia si stia privilegiando, sicuramente molto diversa dal carattere spontaneo che aveva contraddistinto le curve italiane degli scorsi decenni. Con l’espressione di “normalizzazione del tifo” si vuole proprio evidenziare un nuovo modello di tifoso, e di conseguenza della loro rappresentazione sugli spalti. «In futuro gli ultras avranno sempre meno peso. Le sperimentazioni che stiamo vedendo in questo periodo negli stadi sono un’anticipazione del calcio del futuro. Ora c’è una pandemia ed è logico che non si possano vedere le curve piene, ma in futuro ci racconteranno come si possa vivere il calcio in maniera diversa e come l’esperienza del Covid lo abbia dimostrato. Il futuro è un calcio senza il tifo organizzato e senza i suoi eccessi. Un calcio con tifosi senza bandiere e seduti, ognuno al proprio posto in stadi sempre più piccoli e sempre più costosi».

Negli ultimi 25 anni il mondo del calcio è cresciuto economicamente a dismisura. I procuratori hanno conquistato sempre più potere contrattuale e gli ingaggi dei giocatori hanno toccato livelli mai visti prima. «Io penso sempre alla squadra della mia città: il Bari. Fino agli anni ‘70, prima dell’avvento di Matarrese, il Bari era in mano a un ricchissimo medico della città, il professor Angelo De Palo. Ad oggi questo non sarebbe possibile per via dei costi, ma in quel calcio era ancora immaginabile che un facoltoso tifoso potesse diventare il proprietario del club del suo cuore», dice Spagnolo. In Italia, nel corso degli ultimi dieci anni, molti tifosi “storici” si sono allontanati dal calcio delle grandi realtà decidendo di fondare piccoli club, come il Centro Storico Lebowski in Toscana, gestendoli in autonomia. Spagnolo definisce questo movimento come “calcio popolare”: un piccolo spazio di libertà dove i tifosi sono riusciti a tornare protagonisti e sono liberi di tifare come un tempo, «rinunciando al calcio di oggi per ritrovare una dimensione più umana all’interno della quale si possa essere più liberi di tifare, senza mai spezzare quel filo invisibile che lega chi scende in campo e chi sale sugli spalti per tifare».

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