La storia di Bruno Fernandes racconta i problemi della Serie A con i giovani

I club italiani danno anche spazio ai talenti del futuro, solo che poi non sanno valorizzarli, non sanno aspettarli. E finiscono per bruciarli.
di Alfonso Fasano 30 Aprile 2021 alle 12:16

Bruno Fernandes è diventato uno dei migliori giocatori del mondo. E se questa affermazione può sembrare un po’ azzardata, l’ennesima prestazione da favola contro la Roma – due gol e due assist, per un totale di 38 reti e 24 passaggi decisivi in 74 gare totali con il Manchester United – dimostra che si tratta di un centrocampista assolutamente decisivo nei pressi della porta avversaria, anche ai massimi livelli. Sì, magari alla squadra di Solskjaer manca ancora qualcosa per poter competere con il City, il Bayern, il Psg, in questo senso l’eliminazione ai gironi di Champions e la distanza dal primo posto in Premier sono dei segnali chiari. Ma se oggi la distanza tra i Red Devils e questi top club sembra più breve rispetto a un anno e mezzo fa, gran parte del merito va ascritto a chi ha deciso di investire 65 milioni di euro per acquistare Bruno Fernandes, allo stesso fantasista portoghese. E poi ovviamente a Solskjaer, che ha saputo riconoscere e sfruttare la qualità di Bruno Fernandes fin dal suo arrivo a Old Trafford, utilizzandolo come uomo di raccordo tra centrocampo e attacco, un po’ regista avanzato e un po’ guastatore offensivo accanto alla prima punta.

La storia di Bruno Fernandes è unica ma semplice: è uno dei tantissimi talenti nati in Portogallo negli anni Novanta (basti pensare a Ruben Dias, João Cancelo e Bernardo Silva, solo per non uscire dal perimetro di Manchester), ma non si è rivelato in una squadra della Primeira Liga, piuttosto in Italia, grazie a un’intuizione degli osservatori del Novara, che gli fanno firmare il primo contratto da professionista nel 2012, quando non ha ancora compiuto 18 anni. Un’operazione geniale: i 40mila euro investiti per prelevarlo dal settore giovanile del Boavista diventano subito 2,5 milioni, la cifra investita dall’Udinese per acquistare metà del cartellino nel 2013. Del resto si vede lontano un miglio che Bruno Fernandes è un giocatore dal futuro importante: ha un rapporto privilegiato col pallone, ha personalità, magari è ancora un po’ acerbo nella fase finale delle azioni d’attacco, ma niente che non si possa risolvere con il tempo, con il lavoro. Con l’attesa.

Il problema è proprio questo: l’attesa. Ed è un problema endemico nella nostra Serie A. Quando vediamo che all’estero i vari Musiala, Pedri, Bellingham, Foden e Mbappé si impongono e diventano titolari inamovibili molto prima di aver compiuto vent’anni, la reazione immediata e spontanea sta tutta nella frase: “In Italia i giovani non giocano”. Non è esattamente così: nella stagione in corso, infatti, la Serie A ha concesso oltre mille minuti di gioco a 16 calciatori sotto i 21 anni, praticamente la stessa cifra di Liga (14) e Premier League (19); Bundesliga (28) e soprattutto Ligue 1 (40) hanno numeri più alti, ma si tratta di contesti e scenari diversi, dal punto di vista tecnico, economico e finanche sociale. In effetti anche Bruno Fernandes viene lanciato dall’Udinese quando è ancora un teenager: nella prima stagione all’Udinese (2013/14), ha 19 anni e mette insieme 17 gare da titolare, 24 complessive, con uno score di quattro gol e sei assist.

Come per tanti altri giocatori che provano a imporsi nel campionato italiano, però, Bruno Fernandes ha dovuto fare i conti con il vero bug del nostro sistema: la difficoltà nel passaggio di stato da giovane talento titolare fisso. Nelle due stagioni successive all’Udinese, infatti, il portoghese disputa 40 partite dal primo minuto su 76 disponibili, i tre allenatori che guidano i friulani (Stramaccioni, Colantuono e De Canio) lo utilizzano in tante posizioni diverse, da centrocampista centrale, da mezzala, da trequartista, da esterno d’attacco, a volte addirittura come seconda punta, ed è difficile far emergere il proprio talento in un contesto del genere, Anche alla Sampdoria, che lo prende in prestito nell’estate 2016, la situazione resta sostanzialmente invariata: a 22 anni compiuti, Bruno Fernandes viene considerato ancora giovane, persino un allenatore come Giampaolo, un tecnico storicamente attento alla valorizzazione dei giocatori, lo utilizza in maniera incostante, gli concede 22 gare da titolare su 38, nonostante il portoghese dimostri di essere un elemento potenzialmente perfetto per il 4-3-1-2 amato dal tecnico abruzzese, per ispirare due attaccanti, per legare centrocampo e attacco. Realizza cinque gol e serve due assist, la Sampdoria decide di riscattarlo per sei milioni di euro e poi lo cede allo Sporting per una cifra leggermente inferiore a dieci milioni. Non ha saputo aspettarlo. Non ha voluto aspettarlo. È il problema dell’attesa.

Con la maglia del’Udinese, tra il 2013 e il 2016, Bruno Fernandes ha accumulato 95 presenze in gare ufficiali, con 11 gol realizzati (Dino Panato/Getty Images)

Ecco, è qui che la storia di Bruno Fernandes prende una piega molto diversa. E diventa una lezione per le squadre italiane. Bastano i numeri per capire che il suo impatto sul campionato portoghese, e sul club di Lisbona, è quello di un alieno: in due stagioni e mezza, gioca 137 partite, segna 63 gol e serve 52 assist decisivi. Ci sarebbe tanto altro da raccontare, ma in questa analisi la cosa che conta è il numero delle partite disputate da titolare: 48 il primo anno, poi 52 e infine 27 fino a gennaio 2020, prima di accettare l’offerta dello United. Entra per primo ed esce per ultimo dal campo, praticamente sempre. In un’intervista rilasciata poche settimane fa a Cronache di Spogliatoio, ne ha fatto una questione di ruolo, di caratteristiche: «In Italia il trequartista viene un po’ a mancare: all’estero gioca sempre 90 minuti perché si esprime negli spazi, è difficile che riesca a giocare tutta una gara perfettamente, perché deve prendersi dei rischi».

È fondamentale fare dei distinguo, nel senso che ogni calciatore vive e costruisce una vicenda diversa, ha i suoi tempi, le sue caratteristiche, i suoi margini di crescita tecnica ed emotiva. Evidentemente Bruno Fernandes era tra quelli che avevano bisogno di grande fiducia e di un sistema tattico giusto, ritagliato su di lui, per poter esplodere. Ma quali e quanti giovani non hanno bisogno proprio di questo? Se la Serie A fatica a produrre – e perché no: a esportare – grandi talenti, il motivo non è solo nella quantità di spazio che viene concesso ai giovani, piuttosto nella qualità di questo stesso spazio. Ed è un discorso che vale per i grandi club come per le squadre piccolo-borghesi: Zaniolo e Bastoni si sono imposti nella Roma e nell’Inter perché sono stati schierati con costanza da Di Francesco, Fonseca, Conte; Federico Chiesa ha già 23 anni e quindi non è più un talento da svezzare, piuttosto ha dimostrato di essere un giocatore su cui costruire la Juventus del futuro, un punto fermo. Così come Donnarumma ai tempi dell’esordio con il Milan, come Vlahovic e Singo quest’anno alla Fiorentina e al Torino. Sono o erano tutti giocatori lanciati in prima squadra prima che compissero vent’anni. Se magari Bruno Fernandes fosse stato valorizzato allo stesso modo, forse sarebbero state Sampdoria o Udinese a incassare 60 milioni dal Manchester United, e non lo Sporting Lisbona. Bisogna saper attendere, anche se è un rischio. Può essere conveniente.

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