L’anno del Milan

La squadra rossonera era attesa al varco dopo gli exploit del 2020. E ha saputo confermarsi, è diventata più forte e consapevole, grazie a un progetto armonico e al lavoro di di Stefano Pioli.
di Alessandro Cappelli 28 Dicembre 2021 alle 04:10

«Al 2021 do un voto positivo, stiamo dimostrando di essere tornati competitivi. Poi l’ultimo step è sempre quello più difficile». Dopo l’ultima partita dell’anno, in due frasi, Stefano Pioli ha fatto un paragone con il recente passato del Milan, poi ha aperto una finestra sul futuro. Il 2021 rossonero non ha un inizio e non ha una fine, o meglio, non li ha all’interno dell’anno solare. All’inizio del 2021 la storia del Milan, di questo Milan, era già avviata da almeno 12 mesi, cioè dall’arrivo di Ibrahimovic; la fine di questa storia ancora non c’è, né si vede. Un anno fa, tra i buoni propositi per il 2021, il Milan aveva prima di tutto bisogno di dare un seguito a quanto di buono fatto l’anno precedente, l’anno in cui il club rossonero è tornato accettabilmente grande: doveva dimostrare che l’eccellente 2020 non fosse una banale casualità – per di più favorita dalla pandemia, dallo stop del campionato e altre circostanze esterne. Doveva dimostrare che la squadra di Pioli non era cresciuto solo sulle spalle di Ibrahimovic, o sull’hype generato dal suo arrivo, o da altri elementi così semplici.

Insomma, il Milan doveva dimostrare di essere una squadra complessa. L’ha dimostrato: oggi i rossoneri intrecciano personalità e tecniche e valori diversi tra loro, anche se seguono un denominatore comune. Sin dal suo arrivo al Milan, nell’ottobre del 2019, Stefano Pioli ha fatto capire di avere idee molto chiare: «Voglio intensità e spregiudicatezza», aveva detto al momento della presentazione. «Il calcio moderno è qualità e intensità. Vogliamo interpretare la fase difensiva come fosse una fase d’attacco, essere aggressivi in avanti e recuperare il pallone il prima possibile». Fin dall’inizio, quindi, Pioli ha fotografato le priorità del calcio moderno, e ha detti di volersi adeguare; ha dato da subito un’impronta molto verticale alla sua squadra, con un’aggressività ben oltre la media anche nei suoi momenti più conservativi, sfruttando il vantaggio di una rosa giovane per giocare ad alta intensità ogni volta che si può. Quest’idea di gioco si è imposta definitivamente quest’anno, è diventata la cifra dei rossoneri, un’identità chiara e riconoscibile, come se fosse scolpita nella pietra.

Uno dei primi momenti chiave del 2021 rossonero è pure uno dei punti più bassi. Lo scorso febbraio c’è stato il primo vero periodo di appannamento di questo ciclo, prima la sconfitta con lo Spezia e poi quella nel derby contro l’Inter – che, oltre a essere sempre una sconfitta pesante, ha segnato il sorpasso dei nerazzurri in classifica. Lo 0-3 subito contro la squadra di Conte sembrava poter ridimensionare le aspirazioni rossonere: il Milan aveva mostrato i limiti di un progetto ancora giovane, di una rosa con ricambi non all’altezza dei titolari, una minor resistenza agli urti rispetto all’Inter – soprattutto in una corsa di 38 partite verso lo scudetto. Quel brano di campionato avrebbe potuto lasciare scorie e crepe nella stagione del Milan, invece nelle settimane successive la squadra si è dimostrata forse anche più avanti di quel che si aspettavano dirigenza, staff tecnico, tifosi. Così il Milan ha reagito riprendendo subito il filo del discorso, vincendo con la Roma e tornando a macinare risultati a partire dal gioco di squadra.

La maturità del gruppo di Pioli è emersa nel momento più difficile ed è esplosa definitivamente all’ultima giornata: c’erano un gruppo di squadre in una manciata di punti, e quindi perdere l’ultima partita avrebbe significato finire fuori dalla Champions League, al quinto posto, ancora troppo distante dai più forti; vincere, al contrario, avrebbe significato tornare nella competizione più importante, ma soprattutto sarebbe stato un riconoscimento al lavoro di tutta la squadra, una conferma della propria crescita. Di fronte c’era l’Atalanta, cioè una delle squadre più forti del campionato (anche se con la Champions già in tasca), in una partita da dentro o fuori. La partita con l’Atalanta può essere considerata un checkpoint decisivo in questa storia del Milan, una specie di mito fondativo di questo nuovo ciclo rossonero, la partita che sancisce il ritorno in Champions – competizione con cui i rossoneri hanno una relazione particolare – ma anche la conferma che la strada tracciata è quella giusta.

Vittoria a Bergamo, secondo posto in Serie A, ritorno in Champions: il Milan che fa il Milan

Gli echi di quel risultato si sono fatti sentire anche all’inizio della nuova stagione: ad agosto il Milan è partito con un’altra consapevolezza, con una spinta diversa, una maturità nuova. Si sentiva anche nelle parole della dirigenza, dello staff tecnico, dei giocatori. Quest’anno vogliamo vincere, sembravano dire tutti. L’idea è che il Milan sia passato da una stagione all’altra senza staccare mai davvero, cercando di prolungare le buone sensazioni da maggio ad agosto, sperando di poter andare oltre. Anche il mercato condotto da Maldini è andato in questa direzione: il rinnovo di Ibrahimovic per mantenere il leader emotivo e tecnico del gruppo; la ricerca di un suo backup di spessore come Giroud; la conferma di elementi importanti come Tomori e Kessié – pagando, nel primo caso, e andando avanti nonostante un rinnovo complicato, nel secondo – e la dimostrazione di credere nel progetto puntando ancora su Tonali, Brahim Díaz, Rafa Leão. E poi c’è ovviamente la decisione più difficile di tutte: l’addio di Donnarumma e la sua sostituzione con Maignan. Perché tutti i pezzi devono avere un loro posto nel puzzle, se lo spazio non è quello giusto allora non può funzionare. Non in questo Milan. E non è un caso che Maignan sia diventato da subito uno dei protagonisti rossoneri nel 2021/22, proprio insieme a Tonali, Brahim e Leão: sono stati loro, fin dalle prime partite del 2021/22, a guidare l’avanzata rossonera.

Nel mood positivo di inizio stagione, in cui correre e creare occasioni e vincere e dominare le partite è sembrata la cosa più semplice del mondo, anche la sconfitta con il Liverpool all’esordio in Champions ha avuto effetti positivi, considerando la buona prestazione mostrata contro una delle migliori squadre d’Europa. Il merito è anche di Pioli, che come allenatore ha sempre privilegiato il gruppo e l’idea di gioco rispetto alle individualità. A inizio stagione il Milan è sembrato aver vissuto un miglioramento rispetto all versione precedente, con quella stessa identità tecnica e tattica, con lo stesso atletismo bruciante, ma con una testa diversa, sicuramente con una consapevolezza più profonda.

In autunno qualcosa si è rotto. Difficile trovare una singola causa che spieghi cosa sia successo. Il Milan è diventato meno efficace, meno proattivo, meno forte, semplicemente. La Champions deve aver avuto la sua parte di responsabilità: sembrava potesse essere un booster di confidenza nonostante un girone di ferro, ma trovarsi a zero punti al giro di boa ha minato certezze anziché infonderne di nuove. Poi gli infortuni hanno tolto punti di riferimento alla squadra – a partire da Maignan fino ad arrivare a Ibra, passando per Kjaer e Theo Hernández – con una squadra che è sembrata, qui forse per la prima volta, meno se stessa. Forse, paradossalmente, questo è anche l’aspetto più incoraggiante: il Milan nell’ultimo mese e mezzo non ha giocato da Milan, eppure è a soli quattro punti dall’Inter. Il 2021 ha dato al Milan quello che cercava: la prosecuzione e il miglioramento del 2020, ancora più fiducia nei propri mezzi, la continuità negli uomini e nelle idee tra una stagione e l’altra. Per questo l’ultimo risultato dell’anno può essere letto come un segnale di ripresa in questa fase di appannamento: il 2-4 di Empoli restituisce un Milan da 17 vittorie in trasferta nell’anno solare, con il record di reti segnate fuori casa nei grandi campionati europei. Un Milan che si presenta al 2022 con l’obiettivo di ritrovare se stesso, per andare oltre se stesso. Ancora una volta.

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