Daniele De Rossi, la rivoluzione delle cose semplici

Il nuovo allenatore della Roma, in poche mosse, ha rivitalizzato la squadra, l'ambiente, le ambizioni del club.
di Simone Mario Dagani 14 Marzo 2024 alle 11:03

La psicologia dello sport è una disciplina che permette all’atleta di migliorare la propria prestazione sportiva, affiancando allo sforzo fisico e al perfezionamento del gesto tecnico una serie di pratiche che lavorano sulla sua dimensione mentale ed emotiva, allo scopo di ottenere una migliore gestione sia dell’energia sia dell’emotività in situazioni di competizione sportiva. I mantra della psicologia dello sport sono la motivazione, l’autostima, la comprensione di comportamenti problematici all’interno della squadra. E, ancora, lo sviluppo delle dinamiche di gruppo, della comunicazione e l’individuazione degli obiettivi. Tutti questi valori, nella Roma della stagione 23/24, si erano via via smarriti. Anche perché l’ambizione di inseguire il ritorno in Champions League stava lasciando il posto a un anonimo settimo posto, che a fine stagione sarebbe valso un altro ritorno, molto più amaro: quello in Conference League. In un freddo martedì di metà inverno, però, il board giallorosso ha deciso di rinnegare il progetto sportivo più emozionante degli ultimi anni: fuori José Mourinho, dentro Daniele De Rossi. Due mesi dopo si può dire che l’ex capitano abbia ridato senso all’annata della Roma. Il tutto partendo dalle basi, rivoluzionando la squadra grazie a delle mosse piuttosto semplici. 

Partiamo, appunto, dalle basi, dai numeri, che rendono alla perfezione il concetto. Con José Mourinho in panchina, la Roma ha raccolto 29 punti in 20 partite. Nelle otto della gestione De Rossi invece i punti ottenuti sono stati 19: meglio di Juventus e Milan, che si stanno giocando il secondo posto in campionato dietro all’Inter. Nelle stesse 20 partite con Mourinho in panchina, la Roma aveva avuto uno score di 32 gol fatti e a 24 subiti; con DDR siamo a 22 reti segnate a fronte di undici incassate. Per chi non avesse voglia di prendere la calcolatrice vuol dire – sempre in rapporto al numero di partite – che la Roma subisce sì lo stesso numero di gol, ma ne segna quasi il doppio. Un miglioramento netto che ha portato i giallorossi fino al quinto posto in classifica, a superare il turno in Europa League contro il Feyenoord e al 4-0 nell’andata negli ottavi a spese del Brighton di De Zerbi. E così ora la Roma è con un piede nei quarti di Europa League, e in campionato giace a soli tre punti dal sorprendente Bologna, che al momento occupa l’ultimo piazzamento valido per la prossima Champions League.

Cosa è cambiato all’atto pratico per la Roma? Quali sono state quelle famose cose semplici da cui è ripartito De Rossi? Fin dalla sua presentazione come nuovo allenatore, l’ex capitano della Roma era sato chiaro: «Mi sono innamorato di questo lavoro prima con Spalletti e poi con Luis Enrique, allenatori che portano tanti giocatori in fase offensiva. E che difendono a quattro». Detto fatto: a gennaio è arrivato Angeliño dal Galatasaray, via Lipsia, un terzino sinistro puro in una rosa che contava Spinazzola e Zalewski, due “ibridi” del ruolo, più centrocampisti che difensori. Il 4-3-3 varato fin dall’esordio contro il Verona ha aperto un nuovo mondo, tatticamente parlando, ai giallorossi: Pellegrini è stato riportato nella sua posizione classica da mezz’ala con licenza di attaccare, ed è così che ha già raggiunto quota cinque gol e tre assist in meno di due mesi; Paredes ha finalmente la possibilità di giocare in verticale, di muovere la palla da vero playmaker, aiutato dal lavoro di copertura del solito prezioso Cristante.

Proprio quella verticalità sta facendo le fortune di El Shaarawy e, soprattutto, di Dybala: El Sharaawy è è l’unica vera ala sinistra nell’organico della Roma, e ora che gioca finalmente nel suo ruolo – e non da quinto di centrocampo – riesce a essere molto più lucido nei duelli individuali, in fase di rifinitura e di finalizzazione. Anche Dybala partendo largo, sta facendo molto meglio rispetto al recente passato: niente più posizioni intermedie da cercare tra le linee, niente più palloni da andare a prendersi fino a centrocampo e più inserimenti fronte alla porta – non a caso, viene da dire, contro il Torino è arrivata la prima tripletta in carriera.

Muovendosi da esterno offensivo, per quanto atipico, Dybala ha la possibilità di puntare l’uomo in maniera costante, di accentrarsi portando palla sul suo piede forte, di valutare se andare per il cross o per il tiro in porta. In pratica, si sta godendo una libertà tattica che non si vedeva forse dai tempi del Palermo. Ecco la rivoluzione delle cose semplici di De Rossi: mettere ogni giocatore nel suo ruolo preferito, gestire il possesso palla – e quindi la partita – attaccare tutti insieme e difendere tutti insieme, con intensità. 

Il miglior Dybala di sempre? Forse sì

«Se la Roma, alla fine di questo percorso, sarà riconoscibile e sarà organizzata, sarò contento. Essere ricordato per uno che fa giocare bene la squadra e la fa vincere mi basta e avanza». Era stato chiaro fin dal suo primo giorno, Daniele De Rossi. Ma forse non poteva immaginare che, soltanto 60 giorni dopo il suo arrivo, i risultati e le prestazioni della sua squadra sarebbero stati così convincenti. Pur partendo da cose essenzialmente semplici. De Rossi, però, ha fatto anche delle scelte più complesse, più d’impatto. Una su tutte: la decisione di far accomodare in panchina Rui Patrício e di dare spazio a Mile Svilar. E poi c’è la comunicazione, il modo di porsi: De Rossi gioca a fare il pompiere – dopo la vittoria col Brighton ha detto che «non ho fatto chissà che, in questo mese e mezzo» – ma ha anche dichiarato che «la Roma ha disposizione giocatori forti, che altri allenatori e altre società si sognano». Un concetto, questo, ribadito fin dal primo allenamento. E che stride con l’ultimo Mourinho, il quale aveva più volte lasciato intendere che la rosa allestita in estate non fosse all’altezza delle aspettative, che stesse facendo il massimo con il materiale umano a disposizione.

Daniele De Rossi ha rimesso la squadra al centro delle attenzioni mediatiche, ha ridato calma e serenità all’ambiente, unito nella rincorsa per i primi quattro posti senza più le inevitabili pressioni legate alla presenza – ingombrante, scenica, catalizzante – di un allenatore con 26 trofei in bacheca. Nel frattempo ha azzerato le polemiche con gli arbitri, con gli allenatori, con i suoi stssi tifosi, con la Federazione, ha abbandonato la linea della guerra Roma contro resto del mondo per abbracciarne una comunicazione più semplice, umile, analitica e mai provocatoria. «Il quarto posto è un obiettivo da puntare, anche se non è facile. Ho chiesto di trattarmi da allenatore, non da bandiera o da leggenda. Me la giocherò fino alla morte per rimanere qui», disse il giorno del suo arrivo. Era subito prima che la stagione della Roma, nata e vissuta su toni di grigio, prendesse di nuovo un po’ di colore. 

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