Armando faceva rimbalzare la pallina da tennis vuota e regolare, sempre con lo stesso suono. Gli cadeva dalle mani e non doveva nemmeno spingerla perché tornava su da sola. Tenerla stretta gli piaceva ancora di più che colpirla. Se la passava tra le dita. Dei giorni ne nascondeva una in tasca e se la portava a casa dentro il borsone ma poi alla fine della settimana la restituiva sempre. Minelli o Messico segnavano il campo dall’una alle due, nessuno prenotava a quell’ora in estate ma loro glielo tenevano lo stesso perché guai se un giorno Armando l’avesse trovato occupato. Faceva così caldo che la gente si chiudeva in casa per pranzare con le finestre aperte e le persiane chiuse, anche chi andava al mare tornava perché in spiaggia non ci si stava. Lui invece rimaneva lì sessanta minuti sessanta senza bere, neanche due secondi di ombra, nemmeno un attimo per sistemarsi i calzini. Dalla paura che si sciogliessero, si legava i lacci così stretti che gli facevano male i piedi.
All’inizio provava solo il lancio di palla e non la colpiva perché doveva trovare l’equilibrio perfetto e l’altezza giusta. “Non avere fretta” si ripeteva a bassa voce, respirava forte e allargava i palmi delle mani, distendeva le braccia. Dopo il riscaldamento iniziava a servire e andava avanti fino a svuotare il carrello della spesa pieno di palline. Sudava più che a giocare e la cattiveria che ci metteva lo faceva stancare, gli si bagnavano anche i pantaloncini e la polo si appiccicava al petto. La signora Perini, in vacanza da Monza nell’appartamento al terzo piano di via Manzoni, ogni tanto alzava la tapparella e si metteva a spiarlo con la testa fuori e tutto il corpo dentro al fresco dell’ombra. Se Armando se ne accorgeva, batteva ancora meglio di prima perché ci godeva a essere guardato. Sistemava gli appoggi perfettamente in parallelo, muoveva i piedi dentro le Superga blu tenendo ferme le scarpe con le dita arricciate dal nervoso e poi spingeva i polpacci e le cosce. Quando lo guardavano gli scattava dentro qualcosa, succedeva da sempre, in torneo come in allenamento, anche le mattine in cui gli mancava la voglia, anche in inverno, la domenica dentro al puzzo umido dei palloni di copertura.
«Te sei un po’ troppo innamorato della pallina» gli diceva ogni tanto Minelli. Armando non rispondeva e continuava a servire, servire, servire. Non sprecava energie a parlare, doveva trovare perfettamente il tempo sulla prima e la seconda palla provando anche qualche rotazione diversa. Nessuno in tutta la Romagna inarcava la schiena come lui. «Armando, oggi riposati che domani hai il torneo» ci provava ogni tanto Minelli. «Fammi giocare in pace» replicava brusco Armando. Minelli non ribatteva, si emozionava per quella dedizione e dei pomeriggi gli concedeva di non raccogliere le palline e non passare lo straccio che tanto ci pensava Messico.
Nei pochi giorni d’estate in cui a Cesenatico pioveva, rimaneva dentro al bar del circolo in silenzio con i pugni chiusi dal nervoso. Messico tornava dal porto e ancora tutto impuzzato di pesce gli dava uno scappellotto. «Ma te come ti difendi, Armandino? Per me non ti difendi mai, ti devi difendere nella vita» gli diceva. «Lascialo stare, Messico» si metteva sempre in mezzo Minelli.
Minelli a Cesenatico lo conoscevano tutti. Aveva girato l’Italia giocando a tennis prima di tornare a gestire il circolo di via Abba per stare vicino a sua mamma. Parlava solo di tennis, stava sempre sul campo e l’abbronzatura estiva da tennis gli resisteva addosso tutto l’inverno. L’unica persona al mondo che lo aveva fatto arrabbiare nella vita era stata, raccontava lui, Nicola Pietrangeli. Ai campionati italiani assoluti del 1958 giocavano contro al primo turno e Pietrangeli era andato a protestare dal giudice di sedia perché Minelli gli stava facendo troppe smorzate. Alla fine del quinto set, dopo aver perso stritolato dal nervosismo, Minelli non gli aveva stretto neanche la mano. «Ci propri un imbezel» gli aveva detto. «Come, prego?» aveva risposto Pietrangeli. «Sei proprio un imbecille» aveva tradotto lui alla lettera. Pietrangeli stava scavalcando la rete per saltargli addosso, ma li avevano divisi e a Minelli a fare gli assoluti non ce l’avevano più voluto.
Aveva concluso la carriera da giocatore spazzolando via le coppe di tutti i tornei della Romagna e, quando gli prendeva la voglia, andava due o tre settimane in Toscana a guadagnare qualche soldo anche là. «Vai a fare una delle tue rapine?» lo prendeva in giro Messico. «Mo sta zet» rispondeva lui sorridendo, «stai zitto.» Passati i trentacinque, il fisico non gli invecchiava di una virgola ma la testa era bollita dal tennis e ormai Minelli non giocava più, ma gestiva solo il circolo allenando i più giovani. Colpire la palla da fermo lo stancava da morire, sentiva male dal gomito fino alla schiena e non si divertiva più, tranne che con Armando. «Mi sembri me alla tua età» gli diceva. «Te a dodici anni eri così forte?» ribatteva sempre Armando senza sorridere.
