La Formula Uno, oggi, la guardi in verticale. Prima ancora del semaforo, ti arriva un team radio sottotitolato, una strategia spiegata facile, un’inquadratura rubata nel paddock, un meme che racconta una rivalità meglio di un editoriale. La gara resta il centro, ma intorno si è formato un ecosistema che non dorme mai: il campionato come flusso continuo, una serie infinita di micro-capitoli che scorrono sui telefoni. Dentro questo flusso, il segnale più netto della mutazione è che, sempre più spesso, a fare da guida sono voci femminili.
È un fatto tanto evidente online quanto raro in pista. Nel 2026 la Formula Uno ha undici team e 22 sedili: tutti occupati da uomini. I team principal, allo stesso modo, sono tutti uomini. In oltre 75 anni di storia, solo cinque donne hanno preso parte al Mondiale come iscritte a un Gran Premio, ma soltanto due si sono qualificate e hanno preso il via: Maria Teresa de Filippis e Lella Lombardi, l’ultima a correre stabilmente tra il 1974 e il 1976. Fuori dalla griglia, però, c’è un’altra genealogia. Susie Wolff, dopo le apparizioni nelle prove libere nel 2014 e 2015, ha chiuso la carriera da pilota e nel 2016 ha lanciato “Dare To Be Different”, un’iniziativa pensata per aumentare la presenza femminile in ogni livello del Motorsport. Oggi è la managing director della F1 Academy, la serie “all-female” creata per dare struttura a un percorso che, altrimenti, resterebbe troppo spesso simbolico. Accanto alla sua spinta dall’interno del sistema, è sorto un ecosistema di creator che spinge il racconto in avanti e che spesso, ormai, permette l’accesso allo sport.
Questo salto non è un’evoluzione naturale.
Da anni la Formula Uno lavora per essere meno opaca e più accessibile: più contenuti, più racconti che arrivano da dietro le quinte, più personaggi, più linguaggio pop. La svolta si colloca nel 2017, quando Liberty Media completa l’acquisizione del campionato e la F1 accelera su una strategia comunicativa più globale, più aggressiva, più “entertainment”. Poi Netflix, con Drive to Survive, ha fatto il resto: ha dato volto e trama a uno sport che sembrava comprensibile e apprezzabile solo a chi ci era nato dentro o a chi era disposto a studiarlo. La F1, da Motorsport, è diventata un prodotto culturale. E quando uno sport diventa cultura, cambia anche chi lo racconta.
Così è cresciuta la figura del content creator, che qui ha un lavoro preciso: tradurre. Perché i social sono immediatezza, mentre la F1 è tecnica, meccanica e regolamenti. «Regolamenti che loro si impegnano per renderli sempre più complicati», ammette con franchezza Carolina Tedeschi, @carolinatedeschi, 300mila follower tra Instagram e TikTok, volto del programma Sky Race Anatomy. I creator mettono in comunicazione due tempi diversi: il tempo lungo dello sport e quello corto dell’algoritmo. Per chi entra adesso la F1 è una lingua nuova, e qualcuno deve renderla comprensibile senza passare da un rito d’iniziazione e ore di studio. È proprio questo il compito più difficoltoso delle creator, che dissimulano con disinvoltura. «La parte tecnica ho detto ok, non la conosci così bene: sai cosa fai? La studi e cerchi di spiegarla in maniera più semplice possibile così tutti la riescono a capire», aggiunge Tedeschi. «Anche mia nonna che ha 93 anni vede il video e dice: ok questa cosa non la sapevo, adesso la so anche io. Perché questo processo secondo me va un po’ a chiudere le distanze». È un’idea concreta di accesso: se chi è fuori capisce, la distanza si accorcia. Se la distanza si accorcia, lo sport cresce.
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Maria Nicoletta Floris, in arte @laragazzadelmotorsport, oltre 60mila follower su Instagram e TikTok, vede e rilancia; «Dal primo giorno sui social ho sempre voluto spiegare in modo semplice e chiaro ogni concetto della Formula Uno per far avvicinare più persone possibili a questo mondo». Floris racconta mesi passati «tutte le sere» a studiare dettagli tecnici e il tentativo di tenere insieme semplicità e precisione: «Serve tempo per studiare i regolamenti e scrivere dei contenuti in modo semplice ma corretto». Lei parte da un’impostazione più giornalistica, avendo un passato da redattrice, grazie al quale ha «la fortuna di avere tanti amici giornalisti o persone del settore con cui mi confronto quotidianamente». Il loro lavoro quindi non è parlare di Formula Uno: è decidere come parlarne. Soprattutto perché l’algoritmo non ama la complessità: «Non è semplice andare virali con contenuti tecnici… ma a me le sfide piacciono», conclude Floris.
Senza questo lavoro di traduzione, molti curiosi che arrivano attraverso la cultura pop si schiantano contro un muro di informazioni: gergo, sovraccarico e un certo tipo di gatekeeping che pretende la patente da tifoso. Qui entrano in gioco guide, rubriche e format seriali. Toni Cowan-Brown, per esempio, ha trasformato una “Beginner’s Guide” pensata per gli amici in contenuti brevi e digeribili, fino a costruire una community da oltre 100mila persone con @F1Toni. La sua filosofia di fondo è tanto semplice quanto dirompente in un mondo chiuso come quello del motorsport: «Non c’è un solo modo per essere un tifoso: questa è la bellezza di vivere una passione questa». La stessa logica vale anche quando il “tradurre” non passa dalla tecnica, ma dall’esperienza. Desiree e Virginia Stubbe, gemelle e creator tedesche dietro l’account @pitlane_twins (oltre 100mila follower su Instagram), costruiscono i loro contenuti soprattutto sul punto di vista da tifose presenti ai circuiti e sul dialogo continuo con la community: «Il nostro focus», spiegano, «non è mai stato sugli aspetti tecnici e nemmeno i nostri follower ce li chiedono. Sanno che possono trovare informazioni solide su altri canali».
La Formula Uno, come industria, ha capito quanto questa filosofia e infrastruttura culturale sia utile. Non è un caso che piloti e social media team abbiano adottato sempre di più un linguaggio leggero, “complice”, fatto di trend e autoironia. Anche perché Drive to Survive è una miccia annuale, non una presenza quotidiana. Tra dicembre e marzo c’è un deserto lungo: niente pista, pochi comunicati, un silenzio che in altri sport verrebbe riempito dal mercato o dalla tradizione. In F1 lo riempiono le creator. Contenuti ironici, driver-centrici, recap, spiegazioni, format ripetibili: lavoro di mantenimento, più che di cronaca. Quando poi ricomincia il campionato, e tornano analisi e statistiche, continuano a offrire qualcosa di diverso dalla tv: un punto di vista personale, più vicino al modo in cui un pubblico giovane consuma sport.
Il mito di Drive to Survive, per altro, va anche un po’ ridimensionato: un report di Buzzradar suggerisce che, tra i nuovi ingressi, il primo canale di scoperta non è Netflix. Davanti ci sono i social (22%) e le abitudini familiari (21%). La serie è terza (14%), davanti ai videogiochi (9%). Se queste voci oggi pesano di più, è anche perché la Formula Uno ha deciso di diventare un palcoscenico lifestyle: moda, celebrity culture, brand activation. La logica del paddock club e delle esperienze premium convive con la logica del contenuto “nativo”: breve, verticale, seriale. Anche i team si comportano da media house e, sempre più spesso, legittimano le creator come parte del racconto. Un esempio esplicito è il Creator Collective di Aston Martin con TikTok, un programma che promette accesso dietro le quinte e mentorship durante una stagione. La creator economy non è più periferia: entra nel perimetro ufficiale del Circus. In parallelo, Liberty Media ha allentato progressivamente i vincoli sulla comunicazione dal paddock e ha iniziato a invitare creator e influencer ai Gran Premi per amplificare i canali ufficiali. Non è una mossa neutra: nel 2023, secondo Buzzradar, i nuovi follower annuali della F1 sono calati del 46% rispetto all’anno precedente, in una stagione dominata dall’accoppiata Red Bull–Max Verstappen e quindi meno narrativa sul piano sportivo. Se la domenica diventa prevedibile, il racconto deve lavorare di più fuori pista.
Questo vale ancora di più quando chi racconta è una donna, in uno sport che non ha mai avuto particolare fretta di sembrare aperto. Ma se l’inclusione è diventata un tema forte nella comunicazione, la struttura sportiva resta tradizionale. È la contraddizione centrale: la F1 si vende come nuova, globale e aperta, mentre l’accesso resta elitario e il controllo dell’immagine rigidissimo. Nel punto in cui questa frizione è più visibile entra la dimensione femminile.
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La chiusura del campionato “all-female” W Series (avvenuta nel 2022 per problemi finanziari) ha lasciato un vuoto che non è solo sportivo, è narrativo. Nel 2023 è arrivata la F1 Academy, più integrata nella piramide ufficiale; la narrazione afferma che “c’è un percorso”, eppure nella pratica il percorso femminile resta marginale, e l’assenza di donne in griglia continua a rendere l’idea più simbolica che reale. Maria Nicoletta Floris lo dice senza fare tanti giri: «Tornerà una donna in Formula Uno? Per me succederà, ma ora il momento è acerbo». Perché il rischio è immediato: «Arriverebbero soltanto tante critiche. […] Verrebbe vista solo come una mossa di marketing e non per il talento». È l’incubo del token: essere lette come simbolo prima ancora che come competenza. E, in filigrana, è un rischio parallelo anche per chi racconta: venire trattate come accessorio narrativo e non riconosciute come professioniste.
Su questo punto anche le Pitlane Twins mantengono uno sguardo realistico: «È molto interessante che l’economia delle creator donne sia così grande — per quanto ne sappiamo, più grande di quella maschile. Penso che alle donne piaccia essere creative rispetto alle cose che le appassionano. Se questo abbia un impatto sull’ecosistema del motorsport non lo sappiamo. Tuttavia, non c’è ancora nessuna donna sulla griglia e non vedo questo cambiare nel prossimo futuro».
Carolina Tedeschi, invece, sposta l’asse sul talento e sulla libertà di ascoltare chiunque, sull’attenzione verso il «contenuto piuttosto che l’involucro: non me ne frega niente se della Formula Uno me ne parla un uomo o una donna». Eppure, al tempo stesso, Tedeschi riconosce il valore della rappresentazione: «Quando mi capita di incontrare persone dal vivo, ragazze molto giovani che mi dicono “vorrei fare quello che fai tu”. E torna alla sua origine home made: “Io sono partita da un buco di stanza con una telecamera […] se ce l’ho fatta io, veramente ce la puoi fare anche tu». Anche le gemelle Stubbe confermano questa dinamica, osservando che la rappresentazione non è solo ispirazione, è protezione: «Lo leggiamo nei messaggi privati: molte donne apprezzano contenuti creati da altre donne e sentono il bisogno di uno spazio sicuro». Floris concorda: «Molte ragazze mi raccontano che hanno iniziato a parlare di motori grazie a me, perché con i miei contenuti offro la possibilità anche a loro di parlare di questo mondo e realtà. Perché sanno di non essere da sole». Non è retorica motivazionale, ma il semplice effetto sociale per cui, se vedi che esiste, ti autorizzi a provarci. «Ragazze! Se volete parlare di motori, fatelo… non abbiate paura del giudizio altrui», conclude Floris.
I dati confermano che questo allargamento non è marginale. La fanbase femminile è cresciuta molto negli ultimi anni: analisi basate su Nielsen/Reuters parlano di donne attorno al 41% del totale dei fan, con il segmento 16-24 anni tra quello più in crescita. E la Global Fan Survey 2025 (F1 + Motorsport Network) segnala che le donne sono tre su quattro dei nuovi fan, con un forte peso di Gen Z e consumo quotidiano di contenuti digitali. L’evoluzione della Formula Uno è iniziata e non si fermerà. Le creator donne non sono solo una “categoria” da raccontare: sono una lente utile per capire cos’è diventata la Formula Uno. Non perché sia improvvisamente diventato un posto equo, ma perché il Circus è diventato un ecosistema mediale, quindi ha creato spazio per una nuova infrastruttura culturale: persone che rendono lo sport abitabile, non solo guardabile.