Jannik Sinner è diventato un’azienda che cammina, che fattura tantissimo e che piace a tutti (o quasi)

Un estratto del libro Jannik Sinner. 8 Chilometri, scritto da Federico Ferrero e Federico Mariani ed edito da Hoepli.
di Federico Ferrero, Federico Mariani 24 Maggio 2026 alle 07:21

Neanche venticinquenne, Jannik Sinner vanta più di una dozzina di partnership che abbracciano quasi ogni ramo dei beni di consumo. Dall’orologio di lusso alla pastasciutta, dalla banca al caffè, dalle crociere ai quaderni a quadretti. La più ricca, manco a dirlo, è quella sottoscritta con Nike che lo segue dalla seconda metà del 2019 e che dal 2022 gli ha offerto un contratto da star: un decennale da 15 milioni di dollari a stagione per un totale di 150 milioni. Come già avvenuto nell’era di Federer e Nadal, difatti, Nike ha monopolizzato un duopolio offrendo un contratto molto simile — per tempi e remunerazione — ad Alcaraz, assicurandosi, di fatto, il meglio del tennis e la certezza di vedere uno swoosh nelle foto della domenica finale in una trentina di Slam almeno.

Chissà che Sinner non diventi il quinto uomo nella dinastia Nike a sottoscrivere un contratto a vita, un onore concesso soltanto a campioni leggendari — perlopiù appartenenti al mondo cestistico — come LeBron James, Michael Jordan, Kevin Durant, cui si aggiunge Cristiano Ronaldo, il più famoso al mondo tra gli sportivi. Intanto Nike ha integrato nei suoi capi il logo personale di Sinner, una pratica che il colosso americano elargisce con estrema parsimonia. L’RF di Roger Federer, la testa del toro di Rafa Nadal e, ora, le iniziali JS che vanno a comporre una volpe stilizzata, l’immagine a cui Sinner piace essere collegato. Del resto, è davvero difficile immaginare un testimonial migliore: fortissimo, italiano, pulito. Ogni partita è uno spot vivente per le aziende che hanno deciso di investire su di lui: il borsone griffato Gucci, la racchetta Head, il Rolex indossato qualche istante dopo aver chiuso il match e mostrato durante l’intervista post match. I brand non “di campo” appaiono negli spazi pubblicitari quando il gioco è fermo: Sinner che beve il caffè Lavazza, Sinner che mangia la pasta De Cecco, Sinner che guida una Alfa Romeo, Sinner che si protegge dal sole con La  Roche-Posay. E poi, ancora, Intesa Sanpaolo, Fastweb, Pigna, Pa-nini, Enervit, Allianz, Technogym, Parmigiano Reggiano.

Un portafoglio sponsor che, a oggi, incassa una cifra vicina ai 50 milioni a stagione, questo significa che dai brand Sinner intasca ogni anno — e intascherà — una cifra simile al suo prizemoney maturato finora in carriera. Si potrebbe coprire un’intera fascia pubblicitaria utilizzando soltanto spot con Sinner protagonista. Troppi, secondo qualcuno. Ma anche in questo caso si tratta di un moto polemico tipicamente nostrano: il campione sportivo, oggi, risponde all’identikit del testimonial ideale; i tifosi e gli appassionati vivono le sue imprese nel quotidiano, lo riconoscono. Il campione diventa una pre-senza fissa nelle nostre vite, uno di cui fidarsi. Molto più vicino a noi di un attore o un cantante. E questo fa vendere.

Sinner ne approfitta come fanno i suoi pari, il suo omologo Alcaraz. Come hanno fatto gli antenati Federer e Nadal, senza essere accusati di avidità. Lo svizzero, ad esempio, ha siglato un accordo da far tremare le vene ai polsi quando si è legato a Uniqlo — all’azienda giapponese di abbigliamento — per vent’anni e 300 milioni di dollari, e lo ha fatto nel tramonto della carriera, da trentasettenne. Le linee guida del management, ovviamente, non interessano soltanto la sfera economica, ma si estendono all’intera figura di Sinner, alla percezione che il mondo ha di lui anche quando toglie il capellino e ripone la racchetta nel borsone, quindi principalmente alle modalità con le quali comunica. Il suo rapporto con la stampa, soprattutto quella italiana, è controverso e caratterizzato da una gestione molto accorta, controllata, quasi difensivista. Le conferenze stampa cui Sinner, suo malgrado, è obbligato a presenziare somigliano a una battaglia navale coi giornalisti: da una parte si cerca disperatamente un titolo, dall’altra ci si barrica con tenacia dietro dichiarazioni da vecchio ufficio stampa. Il colpito-e-affondato non si vede quasi mai.

Nella rituale conferenza stampa dopo la vittoria contro Djokovic in semifinale a Wimbledon 2025, un cronista italiano ha chiesto a Sinner che titolo avrebbe voluto leggere sui giornali per celebrare la finale raggiunta. Risposta: «Niente, perché non li leggo». Pur dovesse corrispondere a verità ciò che dice, sarebbe una testimonianza di sfiducia più che di disinteresse. Durante gli ultimi US Open, uno dei più audaci giornalisti del nostro tennis, Ubaldo Scanagatta, ha avuto l’ardire di lamentare la frustrazione da parte della stampa italiana per non riuscire a ottenere col campione un’intervista — le cosiddette one-to-one — a meno che non ci sia uno sponsor a promuoverla. Sinner prima ha provato a rispedire al mittente il j’accuse con una battuta non esattamente riuscita, poi ha risposto candidamente confermando di «fare le interviste che mi dicono di fare».

Dopo un’iniziale fase più spensierata, le pressioni fuori dal campo sono cresciute di pari passo coi successi raccolti in campo e, con queste, anche le critiche, soprattutto quelle immediatamente antecedenti l’ultima rampa verso l’élite del tennis imboccata a fine 2023 e le altre riguardanti la sospensione a seguito del caso Clostebol. Ciò ha indotto Sinner — e chi lo consiglia — a ereggere un muro tra sé e la stampa: una sorta di patto di non belligeranza ma unilaterale, un male necessario col quale convivere cercando di dare il meno possibile di sé. Anche la gestione dei social network, che spesso hanno la prerogativa di abbattere le distanze tra la star e il popolo, è piuttosto morigerata, quasi istituzionale. C’è spazio per gli sponsor, che su Instagram hanno trovato una vetrina alternativa ai canali tradizionali, c’è tanto tennis e poco altro.

In linea col metodo di comunicare dei colleghi sportivi di alto livello, Sinner non mostra molto di sé. Non è tenuto a farlo. Soprattutto, non vuole. Di Sinner attraggono anche i silenzi, persino quelli digitali: piace proprio perché non cerca di piacere. Il suo profilo Instagram, seguito da oltre 5 milioni di account, è più curato da quando nel novembre 2024 ha ingaggiato un social media manager — Alex Meliss, anche lui proveniente da Caldaro — che ne ha migliorato la confezione ma non il contenuto. «I social non mi piacciono perché non raccontano la verità», aveva detto Sinner dopo aver vinto il primo Slam della carriera. Un paio d’anni fa ha aperto il canale YouTube ricalcando, anche in questo caso, una strategia già adottata da altri campioni sportivi di oggi. Con quella iniziativa ha provato a limare la lontananza con i fan; ad esempio, nel vlog postato dopo l’ultimo Open d’Australia Sinner ha mostrato il suo giorno libero. Senza sussulti: ore nove vasca di ghiaccio, poi colazione con omelette, prosciutto, yogurt, frutta, poi la transportation per Melbourne Park, riscaldamento in palestra, allenamento in campo. Pranzo a base di sushi, fisioterapia d’obbligo e cena fuori. Tutto molto normale, persino prevedibile. Ma è il dietro le quinte che appaga la fame dei tifosi.

Un estratto del libro Jannik Sinner. 8 Chilometri, scritto da Federico Ferrero e Federico Mariani ed edito da Hoepli.
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