Quando una finale di Champions League (oppure dei Mondiali, di Europa League, di tutte le grandi competizioni calcistiche) viene decisa ai rigori, si avverte sempre un certo senso di ingiustizia. A maggior ragione se, come accaduto lungo tutta la sfida tra PSG e Arsenal, nessuna delle due squadre è riuscita davvero a prevalere sull’altra. Certo, i dati statistici che ogni tanto sono comparsi sui teleschermi di tutto il mondo dicono che Dembélè, Kvaratskhelia e compagni hanno tenuto più il pallone, hanno costruito più occasioni da gol, hanno dettato il ritmo della gara. Queste statistiche, però, non possono tener conto di tre cose piuttosto importanti. La prima: l’Arsenal è andato in vantaggio dopo pochi minuti di gioco. La seconda: al netto del gol di Havertz, l’Arsenal di Arteta è una squadra geneticamente predisposta a giocare in maniera accorta e raccolta, compatta e prudente.
E poi, la terza cosa: è vero, l’abbiamo già detto, il PSG ha tirato tante volte verso la porta di Raya; il punto, però, è che la squadra di Luis Enrique ha costruito delle occasioni davvero significative, davvero pericolose, solo dopo aver trovato il pareggio. Pareggio che, per altro, è arrivato su rigore. Insomma: il piano partita compatto e prudente dell’Arsenal è riuscito a limitare, o comunque a intorpidire, il PSG. La squadra più spettacolare e tecnica del mondo, la squadra che l’anno scorso ha vinto la finale per 5-0, la squadra che in questa Champions League ha eliminato, una dopo l’altra, il Chelsea, il Liverpool e il Bayern Monaco. Giocando sempre partite brillantissime, per altro.
A un certo punto, però, uno scambio visionario tra Kvaratskhelia e Dembélé ha mandato all’aria la perfetta organizzazione – e il talento gigantesco, e la concentrazione massima – dell’Arsenal. E poi Dembélé ha tirato un gran rigore, manifestando una freddezza assoluta. Dopo il secondo gol la finale di Budapest si è aperta un po’, anche l’Arsenal è andato oltre il suo progetto difensivo e ha costruito delle buone trame, con alcune azioni – e con i suoi velenosissimi calci da fermo – ha messo sotto pressione il PSG. Ma è stata la squadra di Luis Enrique a creare le palle-gol migliori. Kvara ha colpito il palo con un tiro deviato, Vitinha ha accarezzato la parte alta della traversa con un tiro dal limite.
A un certo punto, quindi, è come se la forza e la qualità del PSG abbiano preso il sopravvento. Al di là delle statistiche, al di là del contesto, il cocktail micidiale di Luis Enrique – un cocktail fatto di meccanismi oliati e di calciatori che li attuano a velocità supersonica – ha messo in crisi l’Arsenal. Che è entrato ancor di più in modalità resistenza, che alla fine voleva soprattutto trascinare la partita prima ai supplementari e poi ai rigori. Niente di male, Arteta in fondo non aveva altro modo per poter cercare di portare a casa la pelle. Poi certo, su questa ultimissima lettura pesa anche quello che è l’approccio del manager spagnolo, il fatto che i Gunners – come detto in precedenza – sanno fare questo tipo di partita. Anzi: ci sguazzano dentro come anatre nello stagno.
Nel calcio, però, succede spesso che i nodi degli episodi – e del talento che li orienta e li determina – vengano al pettine. E a Budapest è andata così: alla fine, cioè ai rigori, le conclusioni maldestre di Eze e di Gabriel Magalhães, di gran lunga uno dei migliori giocatori di tutta la Champions League, hanno dato la coppa alla squadra che ha cercato di conquistarla nel modo più “nobile” possibile, cioè praticando un calcio che non specula troppo su situazioni isolate, che punta sul talento e su un sistema di gioco avvolgente, sinuoso, ad alto ritmo.
Questa stessa squadra, poi, è allenata da Luis Enrique ed è composta da Hakimi, Nuno Mendes, Vitinha, Fabián Ruiz, Kvaratskhelia, Dembélé, Doué, Barcola, Zaïre-Emery (e tanti altri): un elenco che serve a dire, a dimostrare, quanto il PSG sia davvero fortissimo. La squadra più forte d’Europa negli ultimi due anni, e non ci sono dubbi, non ci sono discussioni. Certo, anche l’Arsenal è molto forte e ha un allenatore bravissimo, è molto realistico immaginare che nelle prossime stagioni i Gunners possano colmare il gap che c’è tra loro e il PSG. Ma in questo momento il gap c’è, esiste, e si è visto anche in una finale equilibratissima. E allora si può dire: anche stavolta i rigori sono stati crudeli, ingiusti, ma hanno premiato una squadra che ha meritato di vincere la Champions. Per il secondo anno consecutivo: non può essere un caso, non lo è.