Appena si varcano i cancelli della fabbrica di Borgo Panigale, lo si intuisce immediatamente: la Ducati guarda costantemente al futuro. Ha un bisogno viscerale di restare sempre un passo avanti. Lo ha dimostrato negli anni Cinquanta, affidandosi al genio dell’ingegnere Fabio Taglioni, stravolgendo la meccanica dei motori. Lo ha ribadito nei decenni successivi, attraverso il design, trasformando le sue due ruote in oggetti del desiderio, tra i pezzi motociclistici più ambiti al mondo. E oggi punta tutto sull’innovazione tecnologica: un’ambizione per anticipare il presente che la casa bolognese porta avanti insieme a Lenovo, partner tecnologico dal 2018 e oggi title sponsor ufficiale del team in MotoGP.
Vista dall’esterno, la fabbrica si impone sulle colline bolognesi nella sua vastità. Dentro, si rivela un labirinto. Carrelli carichi di componenti sfrecciano tra i corridoi incrociando robot che scivolano agili tra le linee di produzione. A dettare il ritmo sono le circa millesettecento persone che ogni giorno danno forma all’intera gamma del marchio: dalla Panigale al Monster, dalla 916 alla Scrambler. Fa un certo effetto pensare che queste stesse aree, quasi completamente rase al suolo dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, siano oggi un laboratorio all’avanguardia, dove l’ingegneria viaggia a ritmi frenetici e ordinati.
Quel che colpisce di più, però, è la centralità della presenza e del tocco degli esseri umani. In un contesto così tecnologico, le persone restano il vero motore della fabbrica. I reparti sono animati da una presenza massiccia di giovani e donne, e c’è anche una scuola interna per formare nuovi meccanici. Sulle linee di assemblaggio, l’automazione supporta il lavoro manuale senza mai ambire a sostituirlo: gli operatori maneggiano ogni singolo pezzo con una cura quasi artigianale. Una dedizione che tocca il culmine dentro le porte del reparto “Ducati Corse”, il luogo in cui prendono forma le moto di Francesco Bagnaia e Marc Márquez. È un’area silenziosa e quasi sacra, rigorosamente preclusa ai non addetti ai lavori, dove la meccanica sfocia nell’alta sartoria. Qui la logica della catena di montaggio scompare del tutto: un solo tecnico prende in carico un motore e lo costruisce interamente da solo, dall’inizio alla fine. Questa è l’anima del Ducati Lenovo Team, che dalla fabbrica si trasferisce intatta dentro al box durante i weekend di gara.
A confermarlo, immerso nel frastuono del Mugello, è Nicolò Mancinelli, Vehicle Development Manager di Ducati Corse. È lui a spiegarci, poco prima della gara del Mugello, come l’enorme potenza di calcolo a disposizione della scuderia abbia bisogno di menti altrettanto affilate per tradursi in prestazioni reali. L’infrastruttura informatica è ormai uno dei terreni principali su cui si decide il Motomondiale. Ed è per questo che il dialogo con Lenovo deve andare oltre la semplice fornitura tecnica: le due aziende lavorano a stretto contatto, plasmando hardware e software sulle esigenze specifiche di ogni tracciato.
Una necessità imposta dai volumi di dati che ruotano intorno a un fine settimana di gara. «Di solito», spiega Mancinelli, «abbiamo sei moto in pista che producono circa 100 GB di dati». Una mole impressionante, catturata dai cinquanta sensori installati su ogni veicolo. Per gestire questo flusso, a pochi metri dai box prende vita un “garage” tecnologico: un camion tappezzato di schermi e server sempre accesi, dove gli ingegneri analizzano senza sosta le metriche raccolte durante prove e qualifiche. Il tutto con un vincolo che, per esempio, non esiste in Formula 1: «In MotoGP non c’è la telemetria live. I dati non vengono trasmessi in tempo reale dalla moto al garage». I tecnici restano di fatto isolati mentre le Desmosedici corrono sull’asfalto. Nessuna correzione è possibile durante la gara. Il setup va costruito prima, pezzo per pezzo, anticipando ogni variabile e cucendolo addosso al pilota ben prima che si spengano i semafori della domenica.

Un’impresa tutt’altro che scontata, considerando che la MotoGP si gioca su margini sottilissimi: la rigidità di una sospensione, la temperatura dell’asfalto, un’escursione termica imprevista possono vanificare il lavoro di un intero fine settimana. In questo equilibrio precario, le simulazioni supportate dall’intelligenza artificiale si sono rivelate decisive. Lenovo ha investito con forza in questa direzione, mettendo a disposizione una potenza di calcolo capace di far girare modelli di machine learning che superano i limiti fisici della meccanica. Una delle frontiere più interessanti è il virtual sensing: «Facciamo girare algoritmi che simulano sensori per misurare grandezze che non possiamo rilevare direttamente sulla moto», spiega Mancinelli.
L’analisi, però, va oltre i numeri e arriva fino alle immagini. Attraverso la videometria, il team sfrutta le telecamere fisse a bordo pista per sovrapporre in trasparenza le traiettorie di due piloti diversi sullo stesso sfondo – una tecnica che in gergo chiamano ghosting. «Gli algoritmi», dice Mancinelli, «riescono a sovrapporre le sagome di due piloti sulla stessa scena, con una trasparenza che mostra esattamente cosa fa ognuno dei due». Per Bagnaia e Márquez, vedere la propria linea sovrapposta a quella di un avversario è molto più immediato di qualsiasi grafico. Capire a colpo d’occhio l’esatto punto di staccata o l’inizio di una piega diventa dunque uno strumento formidabile per correggere le traiettorie e limare preziosi millesimi sul cronometro.
Ed è proprio su questo confine impercettibile che si ritrova l’essenza della partnership tra Ducati e Lenovo. Il Motomondiale, d’altronde, è uno dei contesti sportivi più logoranti in assoluto: un campionato itinerante capace di sottoporre qualsiasi attrezzatura a uno stress termico e logistico estremo. In questo contesto, allora, il vantaggio diventa reciproco. Ducati si assicura la potenza computazionale necessaria per decifrare l’asfalto in anticipo, affidando ai propri ingegneri macchine di altissimo livello per calcolare e dominare ogni singola variabile della gara. Lenovo, contemporaneamente, utilizza il paddock come banco di prova per i propri sistemi. Lo sintetizza lucidamente Lara Rodini, Global Sponsorships & Activation Director di Lenovo, spiegando come la pista offra l’opportunità unica di «testare in ambienti che sono assolutamente stressanti le nostre infrastrutture». Insieme, così, trasformano le condizioni più proibitive in un acceleratore di sviluppo continuo. Per continuare, ancora una volta, a essere un passo avanti.